Naran chi sa Limba Sarda est già morta.
In tantu faeddare tra criticas, bideas, professores, interessos e politica, paret abberu chi in cuncretu manchet in sos sardos sa volontade de salvare, si no ateru, nessi sa Limba. E niunu benzat a mi narrere chi dae cando est naschidu e sentimos su problema carchi cosa siat mezorada, puite no est beru.
S’est ispesu cantu s’est potidu ispendere, dende dinari a manca e a dresta, paghende “espertos” e cant’ateru, ma nudda, e pro nudda chelzo narrere propriu nudda, s’est fatu, nessi pro ch’istejare in su tempus, sa morte de sa Limba nostra.
Annos e annos de brigas e intantu non b’at mastros ne dischentes chi sa limba impiten.
Nd’an de aju a narrere chi sa limba si devet faeddare intro ’e domo. Est beru, ma a sas domos devet torrare puru dae sas iscolas, comente in tempus passadu, sas iscolas dae domo che l’an bogada.
Che sardu, non pretendo chi totu siat fatu in una die, ma nessi chi si comintzet, cun cussentzia.
Intantu gratzie a chie at iscritu s’articulu chi sighit sutta, isperende, si puru in limba italiana, agiuet a aberrere sos ojos a chie ancora, chentza ischire puite, los muntenet serrados.
Gratzie a chie in sardu iscriet, in calesisiat variedade. Gratzie a chie est tribagliende a sa muda e chentza interessos. Gratzie a chie faghet poesia, a sos premios chi cun sacrifitziu sighin annu cun annu a muntennere bia sa prenda piu manna, chi umpare a custa terra, tenimos totu.
Terra e Limba chi nos est dada solu in cunsigna pro la lassare in sa mezus manera a chie at bennere unu cras. Comente l’at lassada chie primu ’e nois l’at, cun onore, impitada.
Franco Piga
La Lingua Sarda è morta. (di Giuseppe Pulina)
Mi dispiace iniziare l’anno con una cattiva notizia: la lingua sarda (nelle sue innumerevoli e discusse varianti) si estinguerà nell’anno domini 2178. Per fortuna l’accadimento è talmente remoto che nessuno di noi ne potrà testimoniare la veridicità, da un lato, e non rientra nel nostro orizzonte delle preoccupazioni (esteso al massimo fino ai nipoti) dall’altro. La curiosità mi è sorta leggendo le roventi polemiche che hanno accompagnato le recenti vicende sull’insegnamento della lingua nazionale. Confesso di non essere né un linguista, né un parlante la lingua sarda (che però capisco perfettamente), in quanto appartengo a quella numerosa minoranza (circa 250.000 persone) che abita senza soluzione di continuità l’estremo nord dell’Isola e che è accomunata alla vicina Corsica da una variante della lingua italiana: il Sassarese-Castellanense- Gallurese.
Le riflessioni seguenti pertanto partono da assunti forse banali, ma largamente condivisi da chi si occupa non professionalmente di questo argomento. 1. Le lingue sono complessi viventi che si evolvono, si estinguono o si integrano; 2. Esse sono trasmesse dai genitori ai figli con modalità molto simili ai geni, tanto che Richard Dawins nel famoso libro Il Gene Egoista (1976) propone il termine “meme” per indicare l’unità informativa riconoscibile su cui queste sono basate; 3. Le analogie e i modelli matematici impiegati nella genetica delle popolazioni (scienza che studia il flusso di geni da una generazione all’altra all’interno di una popolazione) sono stati estesi anche ai “memi” e da questi alla linguistica; 4. L’antropologia storica si è appropriata di entrambe le scienze (genetica e memetica) per studiare l’evoluzione delle popolazioni umane e le loro migrazioni (si vedano i famosissimi libri di Luigi Luca Cavalli Sforza);
5.Come nei geni l’allele dominante scaccia il recessivo se selezionato, nei memi le lingue dominanti scacciano le recessive; 6. Se l’assortimento dell’informazione genetica normalmente non si estingue, ma al massimo è assorbita in nuove ricombinazioni, anche le lingue di solito non muoiono del tutto, a patto che non si verifichino dei genocidi quali quelli a danno delle culture precolombiane o finiscano in inghiottitoi storici come il Nur e l’Etrusco. Con questo armamentario e con il modello Istat_ Demoche ricostruisce l’evoluzione della popolazione Sarda fino al 2050 (scenario centrale, si veda quanto scritto la settimana scorsa), ho costruito un modello matematico dinamico per verificare in quale anno la lingua Sarda potrebbe diventare una reliquia parlata damenodi 20.000 abitanti. Non avendo trovato dati aggiornati sull’attuale situazione, ho presupposto: a) che la subpopolazione degli attuali utilizzatori quasi_ abituali della lingua rappresenti il 50% della popolazione residente nell’Isola,non comprendendovi le popolazioni che parlano l’italo-sardo; b) che di questa popolazione solo il15%di nuovi nati diventi sardo- parlante (dato ipotizzato da M.A. Mongiu; 30 anni fa erano il 35%), mache tutti i morti lo siano per definizione; c) che i nuovi immigrati dall’estero non parlino il sardo e non lo trasmettano alla discendenza; d) che gli immigrati dall’Italia in maggior parte parlino sa limba in quanto sardi di ritorno (il dato nazionale tutti parlanti ed estero nessuno parlante si ritiene compensato); e) che i tassi di natalità e mortalità proiettati nel futuro remoto siano l’estrapolazione geometrica di quelli dei prossimi 40 anni.
Tutto ciò premesso, il modellino matematico risolve la domanda per il 2178, anno nel quale, alle condizioni oggi prevedibili, i sardo parlanti saranno soltanto 19.752, probabilmente dispersi in piccoli nuclei di anziani nei residui paesi dell’interno con forti derive dialettali. Ho la perfetta consapevolezza che il grado di accuratezza e di precisione della stima è bassissimo, ma se invece di disquisire soltanto su sa limba, rigorosamente in italiano, la utilizzassimo di più, ad esempio come segno distintivo di una nuova moda, i parametri del modello cambierebbero in meglio e forse l’estinzione della lingua (o la sua trasformazione in qualche cosa di altro) sarebbe rimandata ad un futuro più remoto, per noi imperscrutabile.
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