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PostHeaderIcon Poesia e Metrica

 Sui poeti sdegnosi della metrica e Fisiologia dell’endecasillabo

Veniero Scarselli - da literary.it

Il Poeta Veniero ScarselliFra la maggioranza dei poeti di oggi (si fa per dire: ormai è realtà che data da decenni) circola un curioso atteggiamento di ripulsa per il bel verso tornito e ritmato. Sembra quasi che credano che per essere "moderni" sia assolutamente necessario ignorare l'armonia del fraseggio (e spesso della grammatica), dimostrando così di non essersi mai accorti che anche la prosa, quando è bella, segue ritmi e cadenze regolari e che in generale l'efficacia dell'eloquio umano dipende dalla posizione degli accenti nella frase, cioè dalla cadenza ritmica.

La semplice spiegazione di ciò risiede nella fisiologia della mente, la quale è capace di riconoscere ed elaborare un'informazione soltanto se questa le viene presentata nel modo ordinato di un linguaggio. Molti scrittori distratti sembrano non tener conto del fatto che un linguaggio non è altro che un codice, cioè una serie di regole atte a pre-ordinare i materiali di un'informazione in modo da permetterne l'acquisizione. Ebbene, oltre alle regole insostituibili della grammatica, senza le quali non si attua alcuna trasmissione di pensiero (salvo accontentarsi di emettere suoni inarticolati) esistono regole minori capaci tuttavia di facilitare la trasmissione d'un pensiero; e questo è appunto il regno dell'arte. Voglio dire che se l'uso della grammatica rende tout court intelligibile bene o male un determinato pensiero, è solo la successione degli accenti e delle pause che mette in evidenza i punti cruciali di una frase e ne facilita drasticamente la comprensione; l'ottimizzazione di questa successione produce appunto la tipica soddisfazione che si prova leggendo la frase bella e armoniosa. Mettete in mano ad un bravo attore un testo qualsiasi di un cattivo scrittore che state stentatamente leggendo, anzi cercando di capire, e toccherete con mano se è più efficace la vostra lettura o quella dell'attore.
Che operazione ha compiuto l'attore? Mediante un sistema coordinato di accenti, pause, sospensioni, ha "preparato" il testo in modo da evidenziare le parti prioritarie e farci cogliere più facilmente l'ossatura, cioè la struttura sintattica del discorso con tutte le sue sfumature. Questo sistema di accenti, pause e sospensioni costituisce appunto il ritmo di un testo, ciò che si suole chiamare anche espressione. L'operazione che ha dovuto fare il bravo attore per migliorarne la comprensione è esattamente quella che avrebbe dovuto compiere il cattivo scrittore sul proprio testo distribuendo appropriatamente gli accenti, le pause e, nel caso della poesia, le sospensioni di fineverso, applicando cioè i codici dell'espressione.

Il ritmo dunque e la metrica (che è appunto la codificazione delle leggi del ritmo) non sono orpelli gratuiti d'altri tempi inventati per seviziare lo scrittore, ma fanno parte integrante del linguaggio come veicolo d'informazione, al pari della grammatica e della sintassi. Sia l'attore che declama dal palco, come il lettore che declama dentro di sé (anche quando leggiamo in silenzio, declamiamo!) non fanno che decodificare, oltre ai codici grammaticali, quelli dell'espressione, in modo da ricavarne e farne ricavare la più pronta ed efficace comprensione del testo e quindi la massima soddisfazione.

Quando dunque mi càpita di leggere uno di questi poeti sdegnosi del ritmo (quando non addirittura della grammatica), provo una sofferenza inaudita; che diventa commiserazione quando per caso chiedo loro di leggere "con sentimento" il loro testo; si assiste infatti a qualcosa di incredibile: essi leggono bene! Con ritmo ed spressione! Fanno cioè l'operazione che farebbe il bravo attore sul testo del cattivo scrittore: mentre leggono il proprio cattivo testo, introducono a voce, improvvisando, gli accenti, le pause, le sospensioni di fineverso che avrebbero dovuto introdurre molto prima, quando l'hanno scritto, applicando subito e coscienziosamente i codici del
ritmo e dell'espressione imparati a scuola. Perché non l'abbiano fatto prima resta per me un mistero. Possibile che dalla lettura dei classici non abbiano imparato ad apprezzarne l'armonia e la musicalità? Possibile che non si siano affinati l'orecchio?

Ma la sofferenza e la meraviglia davanti a questo mistero si tramuta in rabbia quando leggo alcuni poeti sdegnosi del ritmo, che tuttavia per altri aspetti della loro poesia sono fra i pochi che grandemente stimo ed apprezzo. Ho anche la consapevolezza che con questa dichiarazione sto violando un tabù: sono convinto infatti che nessuno ha mai osato far loro la critica d'essere sdegnosi del ritmo e della metrica; sono convinto anzi che il loro "onore" sia accuratamente protetto... dall'omertà; talvolta mi viene perfino il sospetto che essi, in buona fede, credano di fare dei versi molto ben ritmati e armoniosi: il loro impegno è troppo serio perché rinuncino a una fetta così  sostanziosa di espressione. E allora? perché spezzare la frase proprio in quel punto anziché in un altro, se il capoverso non serve a evidenziare nessun particolare
sintagma né alcun movimento sintattico?

Anche la possibile, se pur peregrina, idea di trasmettere con tagli sgradevoli e mancanza di ritmo qualche, anche se oscuro, significato, è illusoria; la cacofonia e la sgradevolezza non trasmettono al lettore nessun messaggio poetico. Non sarebbe allora più onesto adottare francamente la cosiddetta prosa poetica?

Per concludere, spero d'aver convinto qualche ignaro poeta "modernista", e forse qualche ermetico recalcitrante, che l'osservanza del ritmo e della metrica migliora la
leggibilità, la comprensione e l'efficacia espressiva del testo. Può darsi tuttavia che qualcuno non si senta capace di compiere questa specie di make up sui propri testi, vuoi per mancanza d'orecchio, vuoi per sue altre innominabili ragioni; a lui direi comunque di consolarsi, poiché nell'opinione dei molti fa lo stesso; sono convinto anzi che buscherà più facilmente qualche premio letterario, dato che sono pochi quelli che stanno nelle giurie e che badano al ritmo. E poi, perfino Mario Luzi è molto spesso "sdegnoso della metrica". Ai suoi tempi faceva tanto "moderno"; ma oggi?

 Fisiologia dell’endecasillabo

Credo che non pochi siano indispettiti dal disinteresse che la maggior parte dei poeti dimostra per la metrica e il buon nascondendosi dietro l’alibi della libertà poetica. Costoro ritengono evidentemente metrica e ritmo essere orpelli d’altri tempi; la parola d’ordine è “progresso e innovazione”, ma non essendo capaci di innovare lo stile e i contenuti, pensano di innovare la poesia demolendo le leggi della metrica.

È indubbio invece che un ritmo cadenzato susciti un misterioso godimento. Fin dalla notte dei tempi una molteplicità di forme ritmiche quali la danza, il tam-tam, la musica, le filastrocche, perfino i dondolii delle culle e delle altalene, hanno esercitato un fascino particolare. Gli psicologi spiegano quelle piacevoli sensazioni come la rievocazione di quelle mai dimenticate del periodo prenatale, in cui il ritmo del cuore e del respiro materno erano percepiti come un sottofondo prevalente e continuo, costituendo un imprinting indelebile. È dunque assolutamente verosimile che anche il ritmo dei versi poetici ricordi le delizie della vita fetale. La funzione preminente della
metrica è stata appunto quella di disciplinare la successione di accenti, pause e sospensioni di fine verso; l’ottimizzazione di questa è la causa del piacere che si ricava dall’ascolto o dalla lettura di un verso bello e armonioso. Anche chi legge in silenzio infatti “declama”, seppure dentro di sé.

Ebbene, fin dalle scuole elementari abbiamo familiarità con diversi tipi di ritmi e di metri, da quelli più velocemente cadenzati e con versi corti, tipo filastrocche, a quelli di più ampio respiro in cui la cadenza è più lenta, spesso maestosa, cioè decasillabi ed endecasillabi. Tuttavia – a parte le filastrocche dell’infanzia che accompagnavano il dondolio della culla o i giochi dei più grandicelli – è indubbio che nell’adulto siano i metri di più ampio respiro a procurare le soddisfazioni della poesia. Sta di fatto che la
poesia si è fin dai tempi più antichi stranamente stabilizzata intorno all’endecasillabo, realizzando con esso la parte più importante della sua produzione. Evidentemente è il tipo di metro più amato. Ma perché?

A questo punto è necessario ricordare che nella lettura, come nella recitazione, il capoverso non è casuale: esso è lì con la funzione ben precisa di breve sospensione della lettura fra un verso e l’altro, e a chi declama serve per poter rapidamente inspirare quell’aria ch’egli dovrà poi più lentamente espirare modulando i suoni nella declamazione del verso successivo.

Bisogna purtroppo osservare che ben pochi fra i dicitori e i recitanti, spesso nemmeno gli attori consumati, fanno attenzione a questa breve sospensione del capoverso;
la maggior parte la ignora e declama i versi come se fossero scritti tutti di seguito come in prosa, introducendo soltanto le pause suggerite dalla punteggiatura o dal loro estro interpretativo e riprendendo fiato quando gli pare. Ma in tal modo essi alterano il testo facendo grave torto all’autore, dato che questi, avendo interrotto il verso proprio in quel punto anziché in un altro, desiderava indicare al dicitore dove egli dovesse tirare il fiato, attirandone così l’attenzione su un punto del fraseggio e non su un altro.

Chiunque declami correttamente i versi, curando di far sentire la sospensione ad ogni capoverso, avrà potuto constatare che i versi troppo corti non si sa come leggerli: velocemente o lentamente? Mentre quelli di certi poeti “moderni”, se più lunghi di undici sillabe, sono difficoltosi e alquanto sgradevoli da leggere. Sembra cioè che esista dentro di noi una misura ottimale entro cui siamo abituati a far entrare la lunghezza del verso, una specie di “calco” in cui può entrare comodamente solo il numero di sillabe corrispondente all’endecasillabo, non di più e non di meno. È illuminante ascoltare i cantori di stornelli popolari, ma anche certi attuali cantautori, i quali non osservano certo quest’aurea misura di undici sillabe: quando il verso contiene un numero di sillabe minore, essi lo “allungano” mediante vocalizzi vari; e quando ne
contengono troppe lo “comprimono” accelerando la recitazione, in modo da farle stare tutte dentro quella misura, quel modulo misterioso ch’è in noi.

Tutti ormai avranno capito che quella misura misteriosa altro non è che la lunghezza dell’espirazione, il tempo cioè in cui il cantore, o il recitante, fa passare l’aria attraverso le corde vocali per produrre le parole, prima di tirare il fiato alla fine di ogni verso. Il capoverso è il punto in cui l’autore ha voluto che si inspirasse; e il suo estro creativo approfitta per fare anche di questa indispensabile sospensione fisiologica un mezzo espressivo: evidenziare cioè l’una o l’altra parola. Evidentemente l’endecasillabo contiene il numero di sillabe ottimale per essere emesso comodamente nell’intervallo di un respiro senza dover tirare il fiato in un punto qualunque non contemplato dalla pratica della lingua. Chiunque infatti può constatare, con un po’ d’auto-osservazione, che se si aumenta il numero di sillabe oltre una soglia tollerabile (che a me pare di poter determinare in 12 sillabe), il ritmo della declamazione si spezza: si è costretti a cercare una pausa nel mezzo; ma dove, se non vi è alcuna indicazione? Ciò si traduce in una sgradevole incertezza nella lettura, si inciampa continuamente, si deve tornare indietro, rileggere di nuovo, inventare cesure che non sono scritte, pause in cui respirare. Addio scorrevolezza! Cosa resta del godimento che il testo avrebbe potuto donarci?

La necessità di adattare il numero di sillabe (o la loro durata) alla durata di emissione della voce è un fatto assolutamente universale: appare ancor più chiaramente nei cantanti lirici e nel modo di suonare di tutti gli strumenti a fiato, in cui è il numero e la durata delle note a doversi adattare alla durata del respiro. Si osserva anche negli strumenti ad arco, dove il respiro non c’entra affatto ma è vi è pur sempre un fattore condizionante: la lunghezza dell’archetto e quindi il tempo ch’esso impiega a strisciare sulle corde. Anche in questo caso, per quell’attimo necessario ad invertire il senso del movimento, si osserva una sospensione del suono, proprio come accade per la voce durante la ripresa di fiato.

È interessante infine notare quanto queste originarie limitazioni del respiro, come dell’archetto, abbiano condizionato tutta la storia della musica, che ne ha dovuto tener conto nello sviluppo della scrittura musicale coinvolgendo così anche gli strumenti a tastiera, che pure non hanno vincoli materiali di respiro o di lunghezza d’archetto.

Fu per questo, che nacque alle origini la necessità di segnare sul rigo musicale l’inizio e la fine di ogni tratta (la cosiddetta battuta, che sarebbe l’omologo del verso), mostrando ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, le comuni origini ritmiche di musica e poesia.