Antonio Canalis - Litera subra su Premiu de Otieri.
CONCLUSA LA 52^ EDIZIONE DEL “PREMIO OZIERI” di Antonio Canalis.
E’ andata in archivio, tra applausi scroscianti e consensi unanimi, la 52^ edizione del “Premio Ozieri di Letteratura Sarda”. A giudicare dagli attestati di stima ricevuti e dall’affetto che ha circondato tutta la manifestazione, si ricava la cifra del prestigio e delle attese che la cinquantacinquenne creatura di Tonino Ledda ha saputo conquistarsi in ben oltre mezzo secolo di duro e serio operare.
Tangibile e sincera la soddisfazione degli autori e del pubblico presente al Teatro Civico “Oriana Fallaci”. Come ormai succede da qualche anno, peraltro, l’attesa era forte. I dubbi e le incertezze, pure. Ma, come qualcuno ha opportunamente sottolineato, riuscire a navigare così a lungo in acque quasi mai serene, per il Premio è sintomo di “sana e robusta costituzione fisica” e, in definitiva, di una salute di ferro. E poi, come tutti gli “arzilli vecchietti”, ci tiene anche a non farsi scontare... anni. Qui, proprio la matematica viene subito incontro: se la prima edizione si è svolta nel 1956, quest’anno si sarebbe dovuta celebrare la 56^. Non è così. Ma solo perché – nei fatti - alcune edizioni hanno avuto una gestazione biennale. A significare che più d’una volta la manifestazione ha dovuto cedere il passo a problemi (di solito economici), ma che ogni volta è riuscita a riprendere volitivamente il suo cammino. Tanto da conquistarsi il primo posto, indiscusso, nell’orizzonte culturale isolano.
Gli effetti d’immagine durano tuttora e ricadono ampiamente sulla città e sul territorio. Fortissima la stima e la considerazione che Ozieri riesce a calamitare dappertutto, in campo letterario e in tutte le branche ad esso legate. Perché anche il più acceso avversario non può fare a meno di riconoscere la primogenitura assoluta di un progetto culturale, che solo oggi è passato nella sua pienezza e annovera centinaia di imitatori ed epigoni. Un consenso che non sempre, però, ha avuto le giuste attenzioni, e non solo presso le istituzioni esterne, ma anche in quelle locali. Solo qualche anno fa, per esempio, un esponente di primo piano del mondo sindacale (impegnato quanto disinformato), su precisa domanda di un appassionato seguace della cultura ozierese, riteneva di ascrivere le difficoltà del Premio Ozieri ad una pretesa “eccessiva elitarietà”!... Dimostrando, così, una tuttologìa di maniera degna di miglior sorte. Spesso, più si è superficiali, più si è snob. Se un merito va riconosciuto al Premio ozierese per eccellenza, infatti, è proprio quello di essere una grande manifestazione di democrazia totalmente apolitica e apartitica: già dalle prime edizioni la partecipazione venne aperta a tutte le varietà di lingua sarda dell’Isola. Da quelle principali, fino alle più remote sfumature, comprese quelle che allora si definivano isole alloglotte (Alghero col catalano e Carloforte col genovese di Pegli, altrimenti detto tabarchino), e che oggi vengono definite, dagli esperti, eteroglossie interne.
I fatti, le proposte e anche le leggi più recenti, sia pure tardivamente, hanno dovuto prendere atto che l’unica linea valida, tracciata per la tutela della lingua e della cultura sarda, è quella portata avanti per lunghi decenni, in solitudine, dall’”Ozieri”. Ed oggi che il principio è passato “alla grande” e c’è una forte presa di coscienza generale sulla necessità di riscoprire le nostre radici per contrastare l’omologazione, è fin troppo facile navigare sulla scia... E proprio su questi temi si è indirizzata la linea del Premio in tempi di dibattito fin troppo acceso e guerra tra istituzioni nello spinoso settore della salvaguardia e tutela della “limba”, che ha acceso querelles ancora incandescenti e disorientato la pubblica opinione. “Il momento è importante e in qualche misura strategico: come Associazione organizzatrice, sentiamo l’esigenza di essere ancora una volta protagonisti e “padri nobili” di un qualcosa che comunque ha lasciato tracce profonde nel mondo culturale sardo. Un obbligo morale che ricade in capo a un’iniziativa che vanta una lunghissima militanza, e si trova invece, oggi, nella condizione di doversi districare in un groviglio di posizioni antitetiche e spesso conflittuali che non contribuiscono certo alla chiarezza.
La nostra posizione è prudente e costruttiva e segue la linea che da decenni ci contraddistingue, anche se è molto difficile stare appresso alle spinte che antepongono ai discorsi seri, storici e consolidati - stratificati nella grande base dei nostri autori - la straripante inarrestabile moda del “fast food” costituito dai festival letterari, che riescono anche in tempi difficili a drenare centinaia di migliaia di euro dalle pur smunte casse di mamma Regione. A noi, ancora una volta, le briciole!”, lamenta il direttivo. Commozione ed applausi sia per gli autori premiati che per le personalità che hanno ottenuto riconoscimenti che vanno ad arricchire il nutrito albo d’oro della manifestazione. Su tutti, la commozione dell’ozierese Antonio Vargiu, che anni fa tradusse in sardo il Martin Fierro, il poema dei gauchos dell’Argentina, dove lo scrittore oggi ultraottantenne emigrò all’età di diciassette anni, e che non ha esitato a trasvolare l’oceano con due dei suoi figli per immergersi in un bagno di commozione e di nostalgia nella sua città natale. Ma i momenti di emozione e di pathos non sono mancati in nessun momento. Anche in virtù della folta schiera di giovani premiati: speranza, ma anche certezza per il futuro. In barba alle cassandre di turno.
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