Documentari Sardi
Intervista a Ignazio Figus, regista e responsabile del settore audiovisuale dell’ISRE che il 26 marzo presenterà il suo nuovo lavoro "Il coraggio della poesia". "Intravedo un tentativo (riuscito) di trovare un linguaggio comune che dia conto di questo periodo di transizione infinita".
di Salvatore Pinna. Foto di Gianluigi Anedda. Nelle immagini: Ignazio Figus, Antonio Brundu, Giovanni Fiori, Maria Sale, Franco Piga.
Da un punto di vista qualitativo credo che la nostra cinematografia documentaria stia attraversando un momento positivo che, per certi versi, la pone all'avanguardia rispetto al resto d'Italia.
Dico questo perché mi pare d'intravvedere nell'opera dei cineasti sardi uno sforzo, un tentativo (secondo me riuscito) finalmente privo di retorica, di trovare, pur nella diversità di approccio e di stile, un linguaggio comune capace di dar conto (con onestà d'intenti ed anche, nei casi più felici, con ironia) di questo lungo e complesso mutamento, di questa transizione infinita e della ricerca, a volte effimera, di quel totem identitario che nella Sardegna d'oggi parrebbe rappresentare una cura per tutti i mali. Ignazio Figus ha firmato gran parte dei documentari realizzati dall’Istituto molti dei quali sono visibili in sardegnadigitallibrary.it.
Ma è anche regista in proprio di importanti documentari come il “Trittico pastorale” (2008), in cui spicca un autentico capolavoro come “Giuseppe, pastore di periferia”. L’ultima sua realizzazione è “Il coraggio della poesia” sulla poesia a tavolino, vale a dire la poesia sarda senza aggettivi, e sul suo tentativo di rinnovarsi per essere una voce moderna della crescita culturale e sociale della Sardegna. Il film sarà proiettato in prima assoluta il prossimo 26 marzo ad Ittiri. Nell’occasione sarà prodotto un dvd con contenuti speciali che conterranno le tante poesie recitate nel corso della lavorazione che non hanno trovato posto nel film. Contemporaneamente sarà allestita una galleria di immagini in grandissimo formato sui poeti e i luoghi del film curate da Gianluigi Anedda un fotografo sassarese molto bravo e profondo conoscitore del territorio del Mejlogu e del Logudoro.
Come è maturata la decisione di girare “Il coraggio e la poesia”?
Sulla poesia in Sardegna (e su quell’area in particolare) c’è poca letteratura critica e praticamente niente sul versante cinematografico. Mi sono convinto dell’utilità di accettare l’incarico quando dopo le prime conversazioni informali con i poeti, ho potuto constatare la stagnazione del dibattito all’interno del loro ristretto circolo elitario. Un club, il loro, fatto di premi letterari (ad oggi se ne contano nell’Isola quasi trecento) dove alternativamente gli stessi nomi si trovano ad essere giudici e giudicati, e dove la poesia, pure alta, spesso si alimenta di tecnicismo e di una ricerca spasmodica di arcaismi pescati dalla lingua dei padri. Insomma, mi è parso utile capire se in fondo non ci fosse dell’altro, qualcosa d’irrisolto che chiedeva di essere portato alla loro attenzione e all’attenzione di un pubblico di appassionati e non solo.
In che cosa consiste il coraggio evocato dal titolo?
Il coraggio è quello del disvelarsi del poeta, del mettere in piazza i sentimenti. Tale coraggio passa attraverso l’acquisizione di tecniche, di sintassi e grammatica, ma anche di tipo recitativo. Il coraggio, infine, è quello che porta a tentare di rinnovare i temi e i modi della poesia in lingua sarda.
Il committente è l’amministrazione comunale di Ittiri. È stato complicato girare un film su commissione?
Ho cercato di non esserne eccessivamente condizionato. Ne è venuto fuori, mi pare, un lavoro non celebrativo che propone la materia anche in termini problematici. Credo che siano portati in superficie alcuni temi che covavano sotto la cenere.
Cinemecum si occuperà approfonditamente del nuovo film in occasione della prima. Tornando alla produzione precedente ho la sensazione che lei sia un regista un po’ defilato, che non cerchi la visibilità.
Credo che questa sensazione origini dal fatto che i miei lavori non vengono, di norma, veicolati attraverso gli strumenti comunicativi di maggior diffusione e capacità di penetrazione ma siano relegati in ambiti specialistici di antropologia visuale. Nell'ambito dell’attività dell’ISRE ci sono anche progetti di ricerca che hanno dato luogo a film, per così dire, “finiti”, cioè opere che hanno un loro percorso narrativo e che sono immediatamente fruibili da un vasto pubblico. Quindi distinguerei i due momenti, da un lato l'intensa opera di rilevazione cinematografica magari sconosciuta ai più e dall'altro lato i lavori che hanno, comunque, una loro visibilità.
Può dirsi la stessa cosa per quanto riguarda i lavori prodotti in contesti esterni all’ISRE?
Qui credo che il discorso si faccia un po' più complesso e che, ovviamente, investa la totalità dei documentaristi isolani e non solo. Come ben sanno i film-makers indipendenti, iscrivere i propri lavori ai festival e tentare di promuoverne la visibilità in modo sistematico, è un'attività che richiede molto tempo, e questo è un privilegio che in questa fase della vita mi è precluso.
La produzione di documentari è in crescita mentre diminuiscono le opportunità di vederli. In Italia, il film-documentario non ha vita facile, continua ad essere vittima di pregiudizi che hanno radici in una pressoché totale mancanza di alfabetizzazione cinematografica dello spettatore medio (questo vale anche per il cinema di finzione), e che continuano a penalizzarlo o comunque a scoraggiarne la diffusione se non in ambiti festivalieri o, appunto, specialistici.
La chiusura di Documé - l’associazione torinese che ha operato, sul territorio nazionale, dal 2003 al 2010 - è stata una mazzata per i circuiti indipendenti.
Documé aveva consentito ad una rete di piccole sale di realizzare migliaia di proiezioni dei film-documentari, rendendoli così davvero accessibili ai cittadini. L'operazione costava poco ma l'insensibilità di chi amministra le risorse pubbliche ha affossato l’iniziativa privandola di pur minime coperture. Credo che in realtà circoscritte (penso alla nostra Isola) questo tipo di operazione possa funzionare con un dispiego di risorse non eccessivo. Si potrebbe provare, chissà.
Qual è il bilancio dell’esperienza fatta dall’ISRE con Infochannel?
La collaborazione con Infochannel è iniziata a settembre del 2009 e si è conclusa a dicembre dello stesso anno. Sono stati trasmessi circa venti nostri documentari. L'esperienza è stata assolutamente positiva in termini di contatti. Certamente quello televisivo è un canale di diffusione straordinario da sfruttare al meglio magari aiutando la visione e rendendola più "consapevole".
Come valuta i documentari dei registi sardi?
Da un punto di vista qualitativo credo che la nostra cinematografia documentaria stia attraversando un momento positivo che, per certi versi, la pone all'avanguardia rispetto al resto d'Italia. Dico questo perché mi pare d'intravvedere nell'opera dei cineasti sardi uno sforzo, un tentativo (secondo me riuscito) finalmente privo di retorica, di trovare, pur nella diversità di approccio e di stile, un linguaggio comune capace di dar conto (con onestà d'intenti ed anche, nei casi più felici, con ironia) di questo lungo e complesso mutamento, di questa transizione infinita e della ricerca, a volte effimera, di quel totem identitario che nella Sardegna d'oggi parrebbe rappresentare una cura per tutti i mali.
16 febbraio 2011
| < Prec. | Succ. > |
|---|


