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Tratto da: "STORIA DELL’AUTONOMIA IN SARDEGNA - Dall’Ottocento allo Statuto Sardo"
di GIANFRANCO CONTU e FRANCESCO CASULA


LA SARDEGNA AUTONOMISTICA DALL’INIZIO DELL’800 ALLA PROMULGAZIONE DELLO STATUTO SPECIALE (1948)
di GIANFRANCO CONTU

Premessa
Lo studio della storia dell’autonomia in Sardegna è importante, almeno per due validi motivi. Il primo è che il cammino dell’autonomia non ha avuto inizio con il secolo XIX che assieme al secolo XX è oggetto del nostro studio.
L’autonomismo in Sardegna ha origini antiche e affonda le sue radici fin dall’epoca nuragica. Senza bisogno di risalire al periodo punico – romano, ricordiamo che il periodo giudicale nell’alto Medioevo ha rappresentato un esempio di autonomia istituzionale, anzi di vera indipendenza, con regni dotati di propria personalità giuridica, proprie cancellerie e rappresentanze diplomatiche.
Nel successivo periodo catalano e poi spagnolo (durato oltre quattro secoli) la Sardegna, benché facente parte della Confederazione iberica, godeva di proprie istituzioni autonome (quali gli Stamenti, il potere viceregio e la Reale Udienza) che durarono nominalmente anche sotto la successiva dominazione sabauda fino alla fatale “fusione perfetta” del
1847 e agli avvenimenti successivi di cui parleremo più diffusamente nel saggio.
L’altro motivo è che il dibattito sull’autonomia, che in Sardegna si è configurato spesso nel federalismo, si è espresso magistralmente nella 2a metà dell’800 per opera dei grandi scrittori e pensatori sardi quali Giovanni Battista Tuveri e Giorgio Asproni.
Ma è all’inizio del 900, quando in tutta Italia e in Europa il discorso sulle autonomie e sul federalismo si attenua fin quasi a scomparire, che in Sardegna ferve il dibattito su quelle tematiche. Con il Movimento Combattentistico e con il Partito Sardo d’Azione  autonomia e federalismo diventano i cardini programmatici. Con un’importante differenza però, rispetto ai movimenti autonomistici delle altre regioni europee. Mentre infatti gli autonomisti irlandesi, baschi, bretoni ed anche i corsi, cercano di associare la battaglia autonomista (che molto spesso diventa indipendentista) al concetto e alla convinzione di costituire una nazionalità diversa da quella dello Stato dominante – lingua, cultura, costumi, modo di vivere, tipologia economica – in Sardegna questa associazione non è presente, né nel secolo XIX (con qualche eccezione: vedi Federico Fenu) né nella prima metà del secolo XX (anche qui con qualche eccezione: vedi Egidio Pilia). Tuveri e Asproni nell’800 erano veri giganti dell’autonomia, del federalismo e pur nella loro innegabile sardità, non nascosero mai il loro alto senso di italianità. Così il Movimento Combattentistico prima e il Partito Sardo d’Azione negli anni 1919-1926, la cui matrice ideologica va fatta risalire a due diverse ideologie italiane (il meridionalismo e il sindacalismo – rivoluzionario), non si posero mai il problema dell’esistenza di una nazionalità sarda distinta da quella italiana (con la doverosa eccezione, come si è detto, del Pilia).

Il secondo dopoguerra non modificò le cose. Il Partito Sardo d’Azione, risorto sulle ceneri del fascismo (detto anche 2° sardismo), non si interessò né di lingua sarda, né di problemi etnici o di nazionalità. Caso mai, il nuovo programma sardista fu più avanzato nel campo delle riforme istituzionali, rivendicando una ampia autonomia legislativa ai limiti dell’indipendentismo. La questione della minoranza etnico – linguistica sarda (la nascita cioè di un sardismo nazionalitario, o “terzo sardismo”, come ebbe a battezzarlo chi scrive), si sviluppò all’interno del Partito Sardo d’Azione nella 2a metà degli anni ‘60 (per opera dell’architetto sardista Antonio Simon Mossa) e parallelamente nel movimentismo neosardista extrapartitico (circolo Città – Campagna – Movimento “Su populu Sardu”, Movimento “Nazione Sarda”). Ma quest’ultimo è un tema che esula dal nostro studio.

1) Gli ultimi echi dei moti angioiani e il “silenzio autonomistico” negli anni 1802-1847

Il sec. XIX si apre mentre la Sardegna si trova in preda al trauma provocato dal fallimento del moto rivoluzionario guidato da Giovanni Maria Angioy, conclusosi con feroci repressioni ed esecuzioni capitali e con la distruzione di interi villaggi, in seguito alle ultime sollevazioni registrate negli anni 1799-1802.
A 200 anni da quelle epiche giornate, si discute ancora sulla personalità di Giovanni Maria Angioy e sulle cause che portarono al fallimento della rivoluzione democratica sarda che, se fosse stata coronata dal successo, avrebbe seguito forse un diverso itinerario per la storia della “nazione sarda” e della sua autonomia, e avrebbe dato un’adeguata risposta ai secolari problemi della “questione sarda”. È inopinabile che, in un primo momento, l’Angioy lottava per una Sardegna indipendente, liberata dall’oppressione feudale, però senza mettere in discussione l’unione personale con il Re Sabaudo. L’idea di una Sardegna repubblicana e separata dal Piemonte sarebbe venuta in un tempo successivo, una volta accertata l’indisponibilità del Sovrano alle riforme per l’isola.
Non è giusto neppure pensare, come da alcuni storici è stato suggerito, che Angioy sottovalutasse il pericolo che una repubblica sarda alleata della Francia repubblicana, potesse fare la fine delle altre repubbliche che erano state istituite in Italia grazie all’occupazione delle armate napoleoniche e che erano divenute in breve degli stati vassalli del governo francese. Non bisogna dimenticare che la rivoluzione democratica sarda era nata senza l’aiuto della Francia (anzi in un primo momento si era opposta con le armi ai tentativi di occupazione da parte delle armi francesi), come un grande movimento popolare che aveva coinvolto sia le masse rurali che quelle urbane, con alla guida una borghesia combattiva anche se limitata numericamente, e proprio in questo sta la sua originalità.
D’altra parte la lettura dei memoriali di Angioy, scritti nell’esilio parigino, ci illumina sul progetto che egli presentò al governo francese, quanto sollecitò l’aiuto armato per liberare l’isola dal dominio sabaudo.
Il progetto di Angioy prevedeva si la proclamazione di una repubblica sarda indipendente e l’abolizione del feudalesimo, ma anche la salvaguardia delle usanze e delle leggi locali e il rispetto della fede religiosa degli abitanti; inoltre, un trattato militare (valido per la durata della guerra) prevedeva la presenza di un presidio francese nell’isola e contemporaneamente di un contingente di milizie sarde in Francia. Tutto questo ci fa pensare che in Angioy fosse presente il desiderio di evitare alla Sardegna la trasformazione in un semplice stato vassallo della Francia.

D’altronde, documenti più recenti, ci fanno conoscere qualcosa di più ampio sulla visione politica dell’ex “alternos”, quale ad esempio il suo desiderio di vedere la futura repubblica sarda inserita in una più vasta confederazione mediterranea, in cui l’isola rappresentasse il centro propulsore nell’economia e nel commercio.
In ogni caso, l’opera di Angioy necessita di ulteriori studi, soprattutto alla luce dei più recenti documenti.

*****

Passata l’ondata delle reazioni e delle feroci repressioni, sull’isola sfortunata si abbatté il flagello della carestia che infuriò soprattutto nei decenni 1805-1815 e che segnò il suo culmine con il 1812 (ancora oggi fra le popolazioni rurali si usa la frase “s’annu doxi” come sinonimo di anno di disgrazie). Diverse furono le cause di questo flagello (che non era, beninteso, la fame cronica secolare ben conosciuta dai sardi, ma una vera e propria carestia con centinaia di morti): una serie di cattivi raccolti dovuti a calamità naturali ma anche alla pestilenza e ai recenti disordini nelle campagne durante i moti angioiani; un calo vertiginoso dei commerci, specie di quello estero, dovuto alle guerre marittime fra la Francia e l’Inghilterra nel Mediterraneo, il lungo soggiorno della Corte Sabauda in Sardegna, durato dal 1806 al 1814, il cui alto costo, approvato dagli Stamenti, provocò un disavanzo pubblico di proporzioni colossali.
Logica conseguenza sarà l’adagiarsi della popolazione all’indolenza e al fatalismo e l’affievolirsi nelle stesse del vecchio spirito autonomistico e dell’interesse alle lotte per una maggiore giustizia sociale. La stessa classe borghese e intellettuale che pure, nei decenni rivoluzionari, aveva dimostrato, nonostante la sua debolezza numerica, un interesse imprevisto verso le idee democratiche e autonomiste, si trovò ad essere silenziosa spettatrice del corso storico reazionario. In altre parole, dal 1802 al 1847 si può parlare per la Sardegna di “silenzio autonomistico”.
Paradossalmente, se qualcosa di nuovo emerse in quel lungo e oscuro quarantennio, questo qualcosa scaturì proprio dai Re sabaudi, da coloro cioè che fino dai tempi del trattato di Londra (1718) avevano sempre considerato con fastidio il possesso dell’isola fino al punto di attendere una occasione propizia per barattarla con più ricche province di Terraferma. Sarà stato anche l’effetto del lungo esilio trascorso a Cagliari, però è certo che, lentamente, cominciò a farsi strada nella mente dei Savoia la convinzione che la Sardegna, stante la sua felice posizione al centro del Mediterraneo, potesse costituire alla fine un utile possedimento.

Aveva cominciato Carlo Felice a promuovere alcune importanti iniziative, quali il riordinamento dell’istruzione primaria, la progettazione della strada Cagliari  Porto Torres o la riforma dell’ordinamento giudiziario (con l’introduzione del codice feliciano in sostituzione della “Carta de Logu”). Ma fu nel campo dell’agricoltura che venivano concentrati gli interessi volti ad ottenere una radicale trasformazione della struttura economico –sociale dell’isola. Sarà soprattutto Carlo Alberto a gettare le basi, con tre importanti riforme, per uniformare l’isola, come era nei suoi intendimenti, alle leggi e al modo di vivere degli Stati di Terraferma. Queste riforme furono nell’ordine: l’editto delle “chiudende”, la soppressione dei diritti feudali e l’abolizione dei beni ademprivili. Tali riforme, che non nascondevano il vero scopo che era quello di favorire la nascita di una nuova classe di proprietari terrieri, non faceva che sconvolgere il già disastrato mondo agricolo e pastorale sardo. Si trattava in fondo di leggi elaborate a Torino, senza uno studio approfondito che tenesse conto della peculiarità delle condizioni dell’economia isolana e della sua struttura sociale. Comunque, con l’abolizione del potere feudale, veniva assestato un altro colpo alla traballante autonomia che i trattati internazionali garantivano al Regnum Sardiniae. Mancava ormai il colpo di grazia per uccidere definitivamente quel che restava dei residui istituti di un autonomia secolare. Ed è quello che avverrà qualche anno più tardi con la “fusione perfetta” con gli stati di Terraferma.

2) Il dramma della fusione perfetta – Le voci isolate dell’autonomismo sardo

Ancora oggi, dopo oltre un secolo e mezzo dalla fine del “Regnum Sardiniae”, gli storici faticano a dire una parola definitiva sulle vere cause che condussero alla fusione dell’isola con gli Stati di Terraferma. Su un punto tuttavia sono tutti d’accordo. La fusione fu voluta dalla classe dei commercianti sardi e dalla nuova borghesia agraria che vedeva nella fusione la via più sicura per la liberalizzazione dell’esportazione delle merci agricole e contemporaneamente dell’importazione dei manufatti del Continente.

Anche la classe intellettuale, se si esclude qualche voce isolata, appoggiò successivamente il progetto. L’incoraggiamento nel seguire quella strada veniva sull’onda degli avvenimenti politici che si susseguirono nell’Italia continentale a cavallo degli anni ’40.
Questi consistevano in una serie di caute riforme che i re sabaudi, ma anche il Granduca di Toscana e lo Stato pontificio avevano concesso ai loro sudditi, pur senza mettere in discussione il carattere autoritario dei loro governi. Queste riforme erano culminate con la costituzione della “Lega doganale” (fra Piemonte, Toscana e Stato pontificio) che prevedeva importanti novità nel campo dei dazi doganali.
Il ragionamento delle classi sarde interessate era molto semplice: dato che l’isola godeva di istituti autonomi garantiti dal trattato di Londra poteva succedere che la Sardegna avrebbe potuto non beneficiare delle riforme, o addirittura non essere ammessa alla Lega. Mentre se si fosse riusciti con un marchingegno giuridico a scavalcare l’ostacolo (appunto con la richiesta di fusione), l’isola avrebbe goduto, nell’ esportazione dell’olio, del vino e dei cereali, delle nuove tariffe doganali che erano certo più basse di quelle finora applicate dal Piemonte. La borghesia intellettuale inoltre vedeva anche dei vantaggi nel poter estendere all’isola le nuove riforme liberali che Carlo Alberto nell’ottobre 1847 aveva concesso ai sudditi di Terraferma: una moderata li bertà di stampa, di parola e di associazione, l’elettività (anche se parziale) dei consigli municipali e provinciali e la limitazione di poteri ecclesiastici rispetto a quelli civili. Il timore era appunto che la Sardegna, data l’autonomia istituzionale, potesse restare esclusa anche da queste importanti riforme. Per cui ben presto gli indugi furono rotti e due delegazioni delle municipalità di Sassari e di Alghero e un’altra della municipalità di Cagliari partirono separatamente per Torino. Il fatto che a quest’ultima delegazione, ben più numerosa delle altre due, appartenessero parecchi rappresentanti che oltre ad appartenere alla municipalità di Cagliari, erano anche membri degli Stamenti, portò all’errata convinzione (ancora oggi dura a morire anche presso storici qualificati) che si trattasse di una delegazione ufficiale degli Stamenti per portare appunto al Re le
richieste dell’isola per la fusione.

In realtà gli Stamenti (il Parlamento sardo, unico organismo legittimo per decidere una questione di tale importanza storica e cioè la rinuncia all’autonomia dell’isola) non furono convocati per tale decisione, per cui il mandato delle delegazioni sul piano giuridico non aveva alcun valore. E d’altronde le delegazioni di Sassari e di Alghero non riconoscevano a quella di Cagliari il diritto di parlare per tutta l’isola, per cui si ebbe l’impressione penosa di due azioni distinte nei riguardi del Sovrano. L’accoglienza del quale, che pure nel passato recente si era prodigato con una serie di riforme ad avvicinare le condizioni dell’isola a quelle di Terraferma in vista di una possibile unificazione non solo del suo regno, ma di una buon parte dell’Italia, avvenuta il 30 novembre 1947, non fu così calorosa come sembra dimostrare l’iconografia ufficiale, ma anzi un po’ infastidita per il modo e per la fretta con cui le delegazioni sarde erano giunte a Torino, quasi che i tempi per una totale fusione non fossero per il Sovrano ancora del tutto maturi. Infatti, Carlo Alberto, benché formalmente promettesse di accogliere le richieste dei Sardi (che tra l’altro, come si è detto, non avevano alcun fondamen to giuridico), in realtà si limitò a problemi di natura economica, quale la soppressione dei dazi e la liberalizzazione del commercio dell’olio e del vino. Comunque, il decreto legge della “fusione perfetta” fu firmato il 20 dicembre 1847, il quale prevedeva la soppressione dei secolari istituti l’autonomia del Regnum Sardiniae garantiti dei Trattati internazionali: gli Stamenti, la Reale Udienza, l’Istituto Viceregio, con la ripartizione dell’isola in diverse province dipendenti ciascuna direttamente dal governo di Torino. Non ci fu neppure la creazione di un organismo amministrativo regionale che coordinasse in qualche modo le province sarde, sul tipo di quello che la Liguria aveva ottenuto al momento della fusione con il Piemonte.
Passata tuttavia l’euforia dei festeggiamenti organizzati per la fusione, tra alcuni degli stessi fautori della fusione si cominciò a meditare soprattutto sulla fretta con cui la fusione stessa era stata portata avanti, senza una trattativa, o una garanzia sui
benefici promessi. Soprattutto alcuni intellettuali, quali il Siotto Pintor, che era stato in prima linea per caldeggiare la fusione, scriveranno successivamente in termini negativi.
Non mancarono tuttavia le “voci isolate” di eminenti personalità della cultura che videro chiaro fin dall’inizio e che scrissero in termini aspri e talora roventi contro la fusione. Ad esempio, il teologo Federico Fenu in un polemico libretto del 1848 “La Sardegna e la fusione con il Sardo continentale” si scagliò contro il Baudi di Vesme e contro tutti coloro che avevano spinto per la fusione. Dichiarò di essere favorevole al distacco dal Piemonte e all’indipendenza dell’isola. Tuttavia non si deve pensare che il Fenu fosse favorevole ad un chiuso separatismo, tutt’altro. Sotto l’influenza della scuola neoguelfa, pensava anch’egli come Gioberti a una confederazione di stati italiani, su un piede di parità, però a differenza di Gioberti che non si preoccupava dell’assetto interno degli stati da confederare, il Fenu voleva la Sardegna confederata, ma separatamente dal Piemonte. A questo proposito il Fenu si lanciava in una disquisizio ne di tipo antropologico, sostenendo che sardi e piemontesi non potevano convivere in uno stato unitario, perché li dividevano “…stirpe, costumi, indole, persino più che gli irlandesi dagli inglesi”. Infine criticava anche il decreto albertino dell’abolizione del feudalesimo che, giusto sul piano dei principi moderni, aveva però apportato all’isola dei mutamenti così rapidi (quali l’introduzione del sistema metrico decimale nelle monete e nelle unità di misura) che aveva sconvolto le già disastrate condizioni dell’economia agropastorale dell’isola.

3) L’autonomismo sardo nella IIa metà del XIX – I termini della questione sarda

Quel grande movimento di idee che nel ventennio 1840-1860 si era manifestato nella penisola, come preparazione all’unificazione d’Italia, aveva fatto sentire la sua voce anche nell’isola. Un risveglio culturale che si era manifestato con la produzione di giornali, saggi storici, circoli culturali. L’idea autonomistica, che si era affievolita in Sardegna nel trentennio che aveva seguito il fallimento della rivoluzione democratica angioiana e la conseguente reazione del potere sabaudo, andava riprendendo forza anche in senso più radicale e prendendo sempre più le sembianze di un vero federalismo, anche sull’onda del dibattito e dell’elaborazione del pensiero federalista che ferveva in Italia.
Tuttavia non bisogna pensare che il federalismo sardo si limitasse a una semplice trasposizione di quello italiano: anzi, si può affermare che il federalismo sardo si è mosso con caratteri propri, in modo autonomo. In Sardegna infatti l’idea federalistica doveva conciliarsi con lo specifico problema dell’autonomia isolana.
Esisteva cioè nell’isola il vecchio nodo irrisolto della “questione sarda” che le conseguenze catastrofiche legate ad un frettolosa “fusione perfetta”, faceva sentire il suo peso anche nell’elaborazione dell’idea federalista. Idea inoltre che non era molto chiara ai suoi stessi fautori e presentava, come d’altronde in Italia, varie sfumature.

Il primo filone, che penetrò subito nell’isola, fu quello cosiddetto “neoguelfo” elaborato dalla corrente dei cattolici moderati in cui giganteggiavano Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini. Diciamo subito che il movimento neoguelfo, più che federalista era confederalista; il suo programma moderato non intaccava infatti la sostanza del potere già esistente nei singoli stati che sarebbero entrati nella futura Confederazione italiana. Neppure le figure dei sovrani e dei principi e il regime dispotico di alcuni di essi erano messi in discussione da Gioberti. Non era neppure chiaro se il Regno Lombardo  Veneto (il cui Re era pur sempre l’Imperatore d’Austria) si sarebbe confederato mantenendo il suo sovrano o staccandosene. Il giobertismo d’altro canto non durò molto, perché dopo alcuni anni si ritrovò inglobato nell’alveo dell’unitarismo moderato.
In Sardegna il neoguelfismo interessò alcune importanti figure, quali Vittorio Angius, i fratelli Martini e in parte anche Federico Fenu e Giuseppe Musio (dei quali abbiamo già trattato) e che però portarono importanti modifiche al programma giobertiano.
Indubbiamente però il pensiero politico sardo nella seconda metà del secolo, si sviluppò rigogliosamente nell’ambito del filone del federalismo democratico che aveva avuto in Italia i suoi massimi rappresentanti nelle figure di Carlo Cattaneo e di Giuseppe Ferrari.
La differenza rispetto al federalismo moderato neoguelfo era evidente: per i democratici, prima ancora di procedere alla federazione degli stati era indispensabile riformare gli stati da federare garantendo al loro interno le libertà costituzionali. Per i federalisti democratici insomma, la libertà doveva venire prima dell’unificazione d’Italia.
Allo stesso modo pensavano i due giganti del federalismo sardo dell’800: Giovanni Battista Tuveri e Giorgio Asproni.

*****

Tuveri fu tra coloro che individuarono subito nell’atto della fusione con gli Stati di Terraferma un errore senza rimedi che avrebbe fatto sentire le sue conseguenze catastrofiche su un’isola già abbastanza dissestata. E la sua notorietà ebbe inizio con la polemica giornalistica contro “L’indipendenza italiana” dei fratelli Siotto Pintor e poi contro “L’indicatore sardo” dei fratelli Martini, organo dei giobertiani sardi.
La sua concezione repubblicano – federalista era affatto originale e non riferibile a nessuna delle correnti di pensiero della penisola, anche se non mancarono i contatti con i principali esponenti democratici quali Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo. Egli pensava alla sistemazione di un’Italia federale, in cui gli stati membri sarebbero stati rappresentati dalle regioni storiche o da gruppi di regioni, non necessariamente coincidenti con i confini degli stati esistenti in Italia nel 1848. Soprattutto le due grandi isole, la Sardegna e la Sicilia, sarebbero entrate nella Federazione italiana come membri autonomi individuali. Infine, dobbiamo a Tuveri un celebre articolo (in “La Cronaca” del gennaio 1867) dove compare per la prima volta l’espressione “Questione Sarda”.
Anche Giorgio Asproni che pure, nel 1847, aveva guardato con simpatia al progetto di Gioberti di una Confederazione di stati italiani, meno di due anni dopo aveva maturato in pieno le proprie convinzioni repubblicane – federaliste.
Tuonò sempre contro la dominazione “coloniale” dei Piemontesi e vi fu persino un momento di esasperazione, al tempo in cui correva la voce di una possibile cessione della Sardegna alla Francia da parte di Cavour, in cui Asproni caldeggiò una rivolta armata (“I vespri sardi”) per la liberazione dell’isola.
In realtà si trattò di un momento fugace e non venne meno, al contrario, il suo alto senso di italianità senza per questo rinunciare al suo sentimento di sardità.

*****

Con l’avvento dell’unificazione d’Italia la “questione sarda” usciva dal mondo del vago, per acquisire un’immagine più concreta.
I primi governi italiani indirizzarono i loro strali contro l’ultimo degli istituti comunitari che era sopravvissuto alle vari leggi piemontesi emanate nella prima metà del secolo: quello dei “beni ademprivili” (che consistevano nel diritto delle popolazioni all’uso gratuito della raccolta della legna, dell’acqua e del ghiandifero nelle terre demaniali).
Il malcontento delle popolazioni rurali fu tale che si arrivò a vere e proprie sommosse, culminate con i moti di “su connotu”. Contro l’iniqua legge protestarono in molti: dal Musio al Tuveri, all’Asproni in Sardegna, Mazzini e Cattaneo in continente. Furono sollecitate diverse inchieste  parlamentari che si succedettero fra il 1869 e il 1896 (Depretis, Salaris, Pais e Cocco Ortu) che però, a parte la relazione di Pais e la proposta di Cocco Ortu per una “legge speciale” che introduceva qualche idea nuova, lasciò insoddisfatti tutti. E la questione sarda entrerà nel nuovo secolo XX ancora irrisolta.

4) Il primo ventennio del nuovo secolo e i moti indipendentisti

La delusione provocata dal fallimento delle inchieste parlamentari finì per accentuare le rivendicazioni autonomistiche dell’opinione pubblica e di una parte degli uomini politici isolani, le quali, per la verità, per oltre mezzo secolo erano state abbastanza fievoli.
La questione sarda sembrava riesplodere con una carica autonomistica assai accentuata che, specialmente sull’onda dei moti operai che insanguinarono l’isola negli anni 19031906 (Gonnesa, Buggerru, Cagliari) con importanti strascici fino al 1920 (Iglesias), finì per assumere spesso i caratteri di un vero separatismo, che era stato quasi sempre estraneo al modo di pensare dei sardi e degli uomini illustri che li avevano rappresentati (con l’eccezione, forse, del Giovanni Maria Angioy degli anni dell’esilio).
Nel 1906, sul foglio democratico “Il Paese”, Dino Cannas scriveva uno scottante articolo in cui, dopo aver messo in risalto il fallimento dell’unificazione e lo sfruttamento dell’isola, si chiedeva se fosse il caso di restare ancora sotto la sovranità dell’Italia.
Ma, qualche anno prima, nel 1903, un foglio socialista “Il giornale di Oristano”, aveva chiesto chiaramente il distacco dell’isola e la sua costituzione in stato socialista indipendente. Nel 1907 fu un altro giornale socialista “La folla” a ropugnare la separazione della Sardegna dall’Italia da cui era lontana per storia, tradizione e costumi e modo di vivere.
Però si capiva subito che si trattava soltanto di un momento di “rabbia separatistica” dovuta ai recenti fatti di sangue ai danni della classe lavoratrice sarda e all’acuirsi della mai risolta “questione sarda”. Per lo più tornò a prevalere una più realistica richiesta di forte autonomia e anche questa volta le voci principali vennero da settori socialisti o socialisteggianti.
Attilio Deffenu, di estrazione socialista ma formatosi nell’area del sindacalismo rivoluzionario, collocava la questione sarda nel filone del meridionalismo antiprotezionistico. E benché sia difficile rintracciare nei suoi scritti una proposta organica regionalista o un progetto di autonomia, pure non si deve dimenticare che proprio nei suoi saggi vanno ricercate alcune delle premesse dottrinarie che l’idea autonomistica e il sardismo svilupperanno nell’immediato 1° dopoguerra.
Angelo Corsi, deputato riformista e sindaco di Iglesias scrisse nel 1920 un saggio “Autonomia, commissariato civile o decentramento?” in cui si può trovare il primo, serio progetto di autonomia regionale per la Sardegna con consiglio regionale elettivo e dotata di ampi poteri legislativi.

5) La nascita del movimento autonomista organizzato. Il combattentismo sardo e il Partito Sardo d’Azione

Fu la fine della 1a guerra mondiale (in cui la Sardegna aveva dato un contributo di sangue certamente superiore rispetto ad altre regioni d’Italia) ad agire profondamente nella coscienza dei sardi portando avanti le rivendicazioni autonomistiche con uno spirito affatto nuovo, anzi rivoluzionario. Per la prima volta le masse dei contadini e dei pastori sardi giunti da ogni parte dell’isola, avevano avuto modo di amalgamarsi vivendo nelle trincee e di meditare insieme sulle tristi condizioni in cui veniva tenuta l’isola e, finalmente, di pensare seriamente e organizzarsi politicamente in un nuovo Movimento. Questo nacque come Associazione di Combattenti sardi subito dopo la fine del conflitto però nonostante l’entusiasmo dei suoi aderenti, si muoveva pur sempre su un terreno movimentista e quindi, oltre che di compattezza ideologica, mancava di un preciso programma politico, almeno all’inizio. Fu al 3° congresso del Movimento, tenuto a Macomer nell’agosto 1920 che i suoi connotati ideologici affiorarono con maggior chiarezza. Venne precisato il concetto di autonomia regionale, inteso non come decentramento di poteri, ma come organismo dotato di potestà legislativa primaria.
Inoltre cominciava a farsi strada un concetto che era ormai in sordina (nell’isola ma anche in Italia) da oltre 60 anni, da quando cioè con la sconfitta della proposta di repubblica federale italiana portata avanti da Cattaneo e da Ferrari, lo Stato italiano si era unificato su basi rigidamente unitarie.
Il congresso di Macomer (benché diviso sul piano delle rivendicazioni economiche e sociali fra una corrente meridionalista, portata avanti da Camillo Bellieni e da Luigi Battista Puggioni e una corrente sindacalista rivoluzionaria guidata da Emilio Lussu) mise fra i suoi postulati l’istituzione di una repubblica federale italiana di cui la Sardegna avrebbe fatto parte come membro autonomo federato.
 Ma ormai il movimento era maturo per dare vita, con il suo scioglimento, ad un vero e proprio partito politico, il Partito Sardo d’Azione, che vide la luce al congresso di Oristano nell’aprile del 1921.
In esso i temi istituzionali dell’autonomia politica della Sardegna e della repubblica federale italiana venivano meglio precisati e furono ribaditi successivamente nel 2° congresso (sempre ad Oristano nel gennaio 1922) e nel 3° (a Nuoro  nell’ottobre del 1922). Ma ormai siamo giunti alle giornate roventi della marcia su Roma e della progressiva ascesa al potere da parte del fascismo e della marcia parallela verso la dittatura di Mussolini.
In Sardegna il fascismo tarda a mettere radici a causa del favore incondizionato di cui gode il sardismo che ha ereditato anche il carisma del combattentismo. Il fascismo allora ricorre ad un’abile manovra politica che Mussolini affida ad un prefetto con pieni poteri, il generale Gandolfo: si tratta di sfruttare la simpatia di cui il generale gode fra i combattenti (anch’egli era stato combattente nella grande guerra), per tentare una fusione tra il fascismo sardo e il Partito Sardo d’Azione, promettendo, oltre al cospicuo finanziamento di un miliardo di lire, una sorta di decentramento di poteri per venire incontro al programma autonomista dei sardisti. I dirigenti sardisti (nella loro maggioranza e fra essi era lo stesso Lussu) ancora inesperti nella dialettica politica, aprono le trattative e un certo numero degli stessi dirigenti, dei quadri e delle sezioni di base passano al fascio. La minoranza sardista (Bellieni, Fancello, Puggioni) resiste, avendo compreso subito il pericolo e riesce a fermare il processo di fusione, però una cospicua parte dei combattenti e dei sardisti è ormai passata al fascismo. Il 4° e il 5° congresso si svolgeranno in piena avanzata della dittatura fascista (rispettivamente nel 1923 e nel 1925), in tono minore e verranno ribaditi i postulati ideologici del partito (autonomia e federalismo) però sarà evidente l’angoscia della sconfitta e saranno le ultime voci libere dell’autonomismo isolano prima delle leggi eccezionali che imporranno lo scioglimento di tutti i partiti d’opposizione (novembre 1926). Intanto i principali leaders dei partiti antifascisti, e tra questi ricordiamo Lussu per i sardisti e Gramsci per i comunisti, verranno imprigionati e inviati al confino. Mentre Gramsci morirà appena uscito dal carcere nell’aprile del 1937, Lussu nel 1929 assieme a Carlo Rosselli e a Fausto Nitti riuscirà ad evadere dall’isola di Lipari dove scontava il confino e a raggiungere avventurosamente la Francia.

6) La parentesi fascista e l’autonomismo dell’emigrazione

Consolidatasi la dittatura, imprigionati o confinati i principali capi dell’opposizione, ritiratisi a vita privata gli altri capi sardisti, il fascismo era riuscito ad assorbire una notevole parte di dirigenti, quadri e militanti del Partito Sardo d’Azione, fino a dare l’impressione (una volta messi da parte i fascisti estremisti della prima ora) di voler creare una sorta di sardismo fascista. Così Paolo Pili (ex sardista e nuovo capo del sardofascismo) diede impulso a una moderna industria casearia con buoni canali di esportazione e fece di tutto perché la promessa del miliardo per opere pubbliche nell’isola venisse rispettata. Ma ben presto si vide che quella stessa legge veniva applica ta in modo errato e settoriale favorendo le imprese continentali; per non parlare della promessa di un’amministrazione decentrata (copia minore del programma autonomista sardista) che non venne neppure presa in considerazione. La verità è che dopo alcuni anni ripresero forza le correnti estremiste del fascismo e lo stesso Paolo Pili venne messo da parte. In sostanza insomma, nel ventennio, il fascismo ignorò la questione sarda. Questa però rimaneva viva negli scritti dei suoi oppositori che languivano in carcere o al confino. Gramsci ad esempio si preoccupò in carcere di studiare la “questione meridionale”, nel cui contesto individuava una “questione sarda” sulla cui peculiarità tuttavia non giungeva ad una definizione appagante. Certo, l’attenzione di Gramsci per il sardismo e per il Partito Sardo d’Azione esiste. L’interesse di Gramsci tuttavia più che l’autonomia regionale o più che la lotta contro lo sfruttamento dell’isola da parte di un’Italia presa nel suo complesso, è invece quello di un’alleanza dei contadini e dei pastori sardi con il proletariato industriale del nord Italia, in funzione anticapitalistica.
È chiaro che, così vista, la questione sarda acquista un carattere assai diverso da quella dei sardisti, nei quali manca una chiara visione di classe. Certo, Gramsci si sforza di aprire un varco nel discorso dell’autonomia, e quindi parla del “pluralismo degli enti territoriali”. Però a questo non fa seguito il discorso, indispensabile, del “pluralismo dei valori” che la dottrina dell’egemonia del Partito unico e del Centralismo democratico, pilastri del marxismo – leninismo a cui Gramsci rimane sempre fedele, finisce per annullare. Per cui l’autonomismo di Gramsci finirà per ridursi ad un decentramento amministrativo, non politico. Lo stesso dicasi per il tanto declamato (specie negli ultimi decenni) “federalismo gramsciano” che non è mai esistito se non in semplici enunciazioni senza elaborazione ulteriore, quali “Repubblica sarda degli operai e contadini nella federazione soviettista italiana”, l’accettazione delle Tesi di Lione (3° congresso del Partito Comunista d’Italia del 1926) in cui si parlava di separazione del Mezzogiorno e delle isole dall’Italia. Tutte enunciazioni che vanno di pari passo con il cardine del Partito unico e del Centralismo democratico. D’altra parte lo stesso Gramsci nella famosa lettera “Per la fondazione dell’Unità” del 1924 scriverà: «Con tro le degenerazioni autonomistiche io credo che il regime dei sovieti, con il suo accentramento politico dato dal Partito Comunista e con la decentralizzazione amministrativa, trovi un’ottima definizione ideologica nelle parole d’ordine Repubblica federale degli operai e dei contadini».
Diversa è la posizione di Lussu e dell’emigrazione sardista in Francia. Dopo l’arrivo a Parigi Lussu assieme a Rosselli fonda il Movimento Giustizia e Libertà che intende passare subito all’azione, distinguendosi dagli altri partiti antifascisti della Concentrazione che preferiscono restare inattivi, in una sorta di attesa messianica. Con i suoi organi di stampa (Giustizia e Libertà e Quaderni di Giustizia e Libertà) e con i suoi libri, Lussu riprende con rinnovato entusiasmo la lotta contro il fascismo, con una certa predilezione per i temi istituzionali. La lotta per l’autonomia della Sardegna viene affrontata su basi più mature, con la chiara affermazione che “non basta più parlare di autonomismo, bisogna parlare di federalismo”.
Nel 1931 Lussu organizza un Congresso di esuli sardisti in cui l’idea dell’autonomia politica della Sardegna si fonde con quella del federalismo. «La Sardegna deve essere nello Stato italiano quello che è il cantone nella Confederazione svizzera o il landstaat nella Repubblica federale tedesca». Il suo impegno federalista continua nella stampa di Giustizia e Libertà con una serie di articoli in cui il problema è magistralmente trattato: “Federalismo”, “Sardegna e Sardismo”, “Sardegna e autonomismo”.
«La Regione – scrive Lussu – è in Italia un’unità morale, etnica, linguistica e sociale, la più adatta a diventare unità politica … La terra, il clima, le acque, la posizione geografica, antiche influenze commerciali …contribuiscono a dare ad ogni regione una sua economia caratteristica e quindi una vita sociale chiaramente distinta». E ancora: «Allo Stato totalitario fascista non potrà succedere che uno Stato federale; per oggi basterà dire che la Sardegna aspira a una Repubblica Sarda autonoma nella Repubblica Federale Italiana». Tutti concetti che vennero ribaditi e rafforzati in un opuscolo che Lussu scrisse in Francia nel 1943 subito dopo la caduta del Fascismo, dal titolo: “La ricostruzione dello Stato”.

7) La lotta per l’autonomia nel 2° dopoguerra e l’approvazione dello Statuto speciale

La ripresa della vita democratica in Sardegna ebbe inizio senza attendere la definitiva sconfitta del nazifascismo.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, cominciarono a riorganizzarsi i vecchi partiti antifascisti: la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Partito Liberale e il Partito Repubblicano (questo limitatamente alla provincia di Sassari).
Il primo a riorganizzarsi in sezioni e federazioni fu però il Partito Sardo d’Azione che già nel novembre 1943 diede alle stampe un opuscolo “Partito Sardo d’Azione. Lineamenti del programma politico”, il cui programma appariva assai più avanzato sul piano istituzionale di quello del Sardismo prefascista (molto povero appariva invece sul piano delle riforme economico – sociali). L’Ente Regione propugnato nell’opuscolo era un organismo provvisto di competenze assai larghe e con una personalità giuridica ben distinta rispetto allo Stato. Venivano affermate l’autosufficienza economica dell’isola e un indipendentismo nemmeno troppo larvato, anche se non mancava la dichiarazione di fedeltà ad uno Stato italiano che assumesse l’assetto istituzionale federale.
Di fatto, mentre gli altri partiti di massa (DC, PCI, PSI) procedevano a rinnovare profondamente i loro gruppi dirigenti, il Partito Sardo d’Azione si trovava fra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 ad essere diretto dagli stessi dirigenti e di una gran parte di quadri del Sardismo prefascista (Pietro Mastino, Luigi Battista Puggioni, Luigi Oggiano, Anselmo Contu, Piero Soggiu e altri) i quali, rimasti slegati per un ventennio dalle correnti democratiche rivoluzionarie, in un’isola che non era stata lambita dal moto resistenziale, mentre agivano nei limiti di una strategia sostanzialmente moderata sul terreno delle riforme sociali, apparivano meglio impegnati sul terreno delle riforme istituzionali. Lo stesso Emilio Lussu, rientrato nell’isola dopo quasi vent’anni di esilio, non faticò molto ad accorgersi del profondo mutamento che il partito aveva subito.
Questo dovette apparirgli imborghesito, specie nei dirigenti e nei quadri intermedi, molto lontano da quel movimento democratico rivoluzionario che egli sognava di dirigere, facendo tesoro dell’esperienza maturata durante l’esilio all’interno del Movimento Giustizia e Libertà. D’altra parte, l’idea indipendentista (al quale Lussu, federalista convinto, era stato da sempre contrario), se poteva essere il frutto di una strategia provocatoria nei riguardi dello Stato italiano nei massimi dirigenti del partito, in una gran parte dei quadri e della base sardista (e per quest’ultima era molto difficile operare una differenza tra autonomismo, federalismo, indipendentismo e separatismo) era purtroppo una convinzione abbastanza diffusa.
Comunque, l’urto fra la corrente moderata e in buona parte sostanzialmente indipendentista (Luigi Oggiano, Michele Columbu, Giuseppe Barrano, Giovanni Maria Angioy) e la tendenza federalista (Emilio Lussu, Francesco Fancello, Salvatore Cottoni, Gonario Pinna) si ebbe al 6° congresso del Partito (il 1° dopo la caduta del fascismo) a Macomer nell’agosto 1944. In realtà, il dilemma congressuale non era imperniato unicamente nella contrapposizione indipendentismo – federalismo. Il nocciolo della questione era un altro: si trattava di decidere se il Partito Sardo d’Azione dovesse accettare o meno la stretta alleanza con il Partito d’Azione (che in Sardegna veniva denominato Partito Italiano d’Azione e che si era organizzato nell’isola fin dall’autunno del 1943 in sezioni e federazioni in modo autonomo dal Partito Sardo d’Azione),
che i firmatori della mozione federalista proponevano (alcuni di essi, Lussu in testa, avevano anche la tessera del Partito d’Azione).
Furono Francesco Fancello e Stefano Siglienti (ministro azionista del governo Bonomi) a illustrare la mozione federalista favorevole all’alleanza con il Partito d’Azione (Lussu era assente perché impegnato al congresso del Partito d’Azione a Cosenza). Tuttavia la maggioranza dei delegati e dei quadri si dimostrò contraria e ci fu un momento in cui si temette che la tesi federalista venisse respinta. Si dovette all’abile azione mediatrice di alcuni alti dirigenti del partito, quali Pietro Mastino e Luigi Battista Puggioni, se la spaccatura venne evitata e si raggiunse un compromesso. Il Partito Sardo d’Azione
nel rispetto assoluto della sua autonomia politica e organizzativa, avrebbe stilato un patto federativo con il Partito d’Azione per il raggiungimento degli obiettivi comuni ai due partiti e cioè le autonomie regionali e la repubblica federale. Sul piano più propriamente isolano l’accordo avrebbe previsto lo scioglimento delle sezioni sarde del Partito d’Azione e la loro confluenza in quelle sardiste (nei rari casi in cui in un comune fosse esistita la sezione azionista e non quella sardista, la sigla sarebbe cambiata in Partito Sardo d’Azione).
Tuttavia lo scontro fra le due tendenze, nonostante il compromesso raggiunto, veniva soltanto rimandato. Ne è una prova la lettura di un articolo di Luigi Oggiano “Regione – Ente Regione – Federalismo” pubblicato sul n° unico “Forza Paris” del 20 agosto 1944 in cui si dichiarava senza mezzi termini che, laddove si fosse presentato il caso di altre regioni d’Italia che non volessero o non potessero raggiungere l’obiettivo dell’autonomia, in tal caso – federalismo o non federalismo – la Sardegna avrebbe preteso ugualmente il suo status di Ente Regione, che fosse indipendente in tutte le materie con l’eccezione degli Affari Esteri, della Difesa e della Moneta. Soprattutto, la chiusura dell’articolo era chiaramente minacciosa: «… E vi è un ultimo caso: quello che nessun raccordo si realizzi e perciò la Sardegna segna ugualmente la sua strada.
Si comprende subito a quale forma di autonomia essa dovrebbe giungere … ma di ciò ora non si vuole parlare».
E gli altri partiti ricostituitosi in Sardegna? Sostanzialmente antiautonomistici o tiepidamente autonomisti i liberali, dichiaratamente antiautonomisti le nuove formazioni di destra, il Fronte dell’Uomo Qualunque e la Democrazia del Lavoro, restavano i partiti della Sinistra storica e la Democrazia Cristiana.
Il P.S.I. ricostituitosi dopo la caduta del fascismo, non nascondeva la sua vocazione centralista, benché il primo progetto di autonomia regionale per la Sardegna fosse stato scritto nel lontano 1920 proprio da un leader socialista isolano, Angelo Corsi.
Anche il P.C.I. in un primo momento, si dichiarò contro l’autonomia regionale, però successivamente si poteva notare un graduale mutamento di rotta. Si dichiarò cioè contrario all’istituzione delle autonomie regionali in tutto il paese, però faceva un’eccezione per la Sicilia e per la Sardegna per le quali si auspicava la concessione di statuti speciali. Il Partito Sardo d’Azione criticò aspramente il mutamento della politica del PCI come una sorta di espediente tattico in vista di una più facile penetrazione nelle zone rurali fino ad allora egemonizzate dai sardisti. Esisteva tuttavia un’altra ragione per spiegare l’improvvisa svolta del PCI in senso autonomistico: e cioè il fatto che all’inizio del 1944 era stato fondato il Partito Comunista di Sardegna ad opera di Giovanni Antioco Mura (vecchio militante socialista e fondatore di cooperative di contadini e di pastori) e di Antonio Cassitta, ex dirigente comunista vicino alla corrente di Amedeo Bordiga. Questo piccolo partito comunista sardo, presente in pratica nella sola provincia di Sassari ebbe vita breve (alla fine del 1944 sarà riassorbito dal PCI ufficiale, anche se il suo leader Giovanni Antioco Mura ne resterà fuori), però uscì con un programma originale e ambizioso. Pur dichiarandosi fedele ai principi del marxmo leninismo, propugnava la costituzione di una repubblica socialista sarda, inserita in una più ampia repubblica federativa italiana, in linea insomma con il programma del congresso comunista di Lione del 1926 che il nuovo PCI invece mostrava di aver dimenticato. È probabile quindi che una delle cause che spinsero i comunisti “ufficiali” dell’isola a diventare improvvisamente fautori dell’autonomia della Sardegna, sia stato proprio il timore che il programma del Partito Comunista sardo potesse fra breccia nelle masse rurali isolane. Anche la DC risorta come erede del vecchio Partito popolare, riesumò il programma regionalista di don Sturzo. Anche contro il pericolo della concorrenza cattolica presso le masse rurali sarde, il Partito Sardo d’Azione lanciò il suo attacco. L’accusa dei sardisti era che il regionalismo cattolico era poco avanzato e che, non prevedendo neppure la soppressione delle prefetture a livello provinciale, non potesse sfociare in una vera autonomia politica ed economica. Inoltre il regionalismo democratico cristiano non si spingeva fino al federalismo.
Infine, un discorso a parte merita la “Lega sarda”, un piccolo partito fondato da un ex sardista, Bastia Pirisi, dal programma dichiaratamente separatistico. Il problema sociale, dato il carattere interclassista della Lega non veniva neppure sfiorato. Il nemico principale era proprio il Partito Sardo d’Azione che non aveva saputo innalzare al momento giusto la bandiera del separatismo per colpa del suo leader Emilio Lussu, legato a un partito italiano, il Partito d’Azione.
Nel 1945 si svolgeva a Oristano il 7° congresso del Partito Sardo d’Azione, ormai diventato un vero partito di massa con più di 40.000 iscritti. L’urto fra la corrente di maggioranza, dal programma interclassista (e sostanzialmente indipendentista) e la minoranza azionista e filosocialista guidata da Lussu esplose in maniera violenta: Lussu fu messo in minoranza e si rischiò la scissione (questa, per la verità, sarà solamente rimandata). Intanto si lavorava alla Consulta regionale (presieduta dal Commissario per l’isola gen. P.Pinna) per  ’elaborazione di uno statuto di autonomia. I diversi progetti furono elaborati frettolosamente e superficialmente: la prima bozza elaborata dai sardisti era stata respinta perché troppo generica e incompleta quanto a dati economici e persino nella bibliografia.
Nella primavera del 1946, la Consulta nazionale (su pressione di Emilio Lussu e di Mario Berlinguer, entrambi del Partito d’Azione) propose l’estensione alla Sardegna dello statuto speciale per la Sicilia (già approvato e assai ricco di competenze). Il governo, benché all’inizio un po’ titubante, diede il suo benestare, però la Consulta regionale, a maggioranza (sardisti compresi) respinse la proposta per elaborarne uno proprio. Sarà lo statuto speciale che è ancora in vigore, assai povero di competenze rispetto a quello siciliano, e che oggi tutti vorrebbero veder cambiato.
Il 28 gennaio all’Assemblea Costituente si apriva la discussione sul progetto di statuto speciale per la Sardegna. Il progetto non era neppure accompagnato da una relazione scritta, tanto che il relatore Ambrosini dovette illustrarlo a voce nel corso di
tre sedute. Il 31 gennaio, limite estremo del termine fissato, l’Assemblea approvava lo statuto speciale per la Sardegna con 280 voti favorevoli, 81 contrari, 2 astenuti. Nonostante l’estremo tentativo dei consultori sardisti di convocare la Consulta regionale per protestare contro il modo e contro le modifiche in senso restrittivo apportate in sede di Costituente, il 26 febbraio 1948, con legge costituzionale n° 3, lo Statuto speciale veniva promulgato.

8) La sconfitta del federalismo all’assemblea costituente

L’iter dello Statuto speciale della Sardegna fu dunque assai tormentato, fino a dar vita a qualcosa che i sardi non meritavano: uno Statuto scarno, anemico, povero di competenze, più debole addirittura degli statuti ordinari che saranno approvati 20 anni dopo.
I primi responsabili furono gli stessi consultori sardi e i partiti che li rappresentavano: privi di esperienza certo (e non voglio arrivare alla frase più offensiva «privi di una adeguata preparazione»), ma senza idee precise ed obiettivi chiari, rissosi e diffidenti fra loro stessi e per giunta preposti ad affrontare quelle tematiche urgenti con una lentezza esasperante. Al punto che, per un soffio, si rischiò di superare i termini ultimi per l’approvazione alla Costituente. Anche i sardisti, che pure fin dal primo momento, sembravano decisi a lottare per uno statuto speciale che fosse lo strumento per una vera autonomia politica ed economica per l’isola, non si comportarono diversamente dagli altri. Fece eccezione Emilio Lussu (e per la verità anche il DC Enrico Sailis si distinse per lottare a favore di uno statuto più forte) il quale, una volta intuito il pericolo e cioè il forte ritardo nell’elaborazione del progetto e il rischio di trovarsi fra le mani uno statuto asfittico – cercò di porvi rimedio, riuscendo a convincere un governo centrale riluttante, ad estendere lo statuto siciliano, ben più ricco di competenze, alla Sardegna. Non riuscì invece a convincere i consultori sardi (sardisti compresi), colpiti nel loro amor proprio, che cioè la consulta sarda dovesse accettare un tipo di statuto elaborato all’esterno e non invece costruirlo in proprio. Le conseguenze sono visibili ancora oggi e tutti si affannano a proporre una riscrittura del nuovo Statuto (che poi, nulla vietava che allo Statuto siciliano venissero apportate quelle modifiche adatte alla Sardegna che la consulta sarda avesse creduto opportuno).
Certo, le responsabilità non furono solo dei sardi. Il clima politico era mutato e non era più quello dell’immediato dopoguerra, quando il governo di Roma era pronto a concedere qualsiasi cosa alla Val d’Aosta e al Trentino Alto Adige (per timore di una secessione a favore della Francia e dell’Austria) e alla Sicilia (per frenare il movimento separatista che minacciava la lotta armata). Sia il partito di maggioranza, la DC, sia i due partiti della sinistra storica, il PSI e il PCI, erano sostanzialmente antiautonomisti o, nel migliore dei casi, autonomisti tiepidi. In quel clima, si consumò pochi mesi prima la 2a grande sconfitta del federalismo italiano (la 1a fu quella consumatosi nel secolo precedente, ai tempi di Cattaneo e di Ferrari, quando l’Unità d’Italia si fece su basi unitarie).
I federalisti dichiarati alla Costituente erano molto pochi, forse nemmeno una ventina (i deputati azionisti, sardisti e una parte dei repubblicani).
Eppure il 27 maggio 1947 Emilio Lussu pronunciò all’Assemblea Costituente il suo famoso discorso a favore di una Repubblica federale che venne definito da chi scrive «il canto del cigno del federalismo sardo».
«Dico federalismo – tuonava Lussu alla tribuna – e non, come dovrei, autonomismo, per indulgere a quegli unitari che considerano questo nostro autonomismo come una sottospecie di federalismo più o meno mascherato».
Come si sa, la stragrande maggioranza dei costituenti respinse la proposta federalista, votando però la struttura su base regionale dello Stato (che rimaneva tuttavia unitario).

Intanto nell’aprile dello stesso anno 1947 si era tenuto alla Manifattura Tabacchi di Cagliari l’8° congresso del Partito Sardo d’Azione.
Le due correnti, quella maggioritaria di Bellieni, Mastino e Melis e quella di minoranza guidata da Lussu si scontrarono ancora una volta aspramente, riconfermando però entrambi i temi tradizionali dell’autonomismo e del federalismo. Ma ormai la scissione era soltanto rimandata. Questa avverrà nel luglio del 1948, sempre alla Manifattura Tabacchi, al 9° congresso del partito, e si concluderà con l’uscita della frazione di sinistra guidata da Lussu che darà vita subito dopo al nuovo partito, il Partito Sardo d’Azione Socialista, che tuttavia avrà vita breve.
Le elezioni per il 1° Consiglio regionale della Sardgna, avranno luogo nella primavera del 1949.

Epilogo

Benché gli avvenimenti successivi al 1948 esulino dai limiti del saggio affidatoci («La Sardegna autonomistica dall’inizio dell’800 alla promulgazione dello Statuto speciale»), non possiamo concludere senza una necessaria riflessione sulle conseguenze che il fallimento dell’autonomia speciale (e del federalismo in senso più lato) hanno avuto per la nostra isola.
Dall’inizio stentato del lavoro delle prime giunte regionali, ridotte ad una copia ricalco dei governi nazionali (con il regime autonomistico inteso come semplice decentramento amministrativo), all’illusione, presto svanita, del piano di rinascita degli anni 196070, fino al fatale fallimento dello stesso (con un flusso migratorio di proporzioni bibliche), il simulacro di statuto speciale ha dato i frutti che doveva dare. E non sarà sufficiente neppure l’esplodere di un nuovo “Sardismo nazionale” a cavallo degli anni ‘80, per cambiare le cose.
Oggi, in Italia, si parla sempre più frequentemente di un nuovo assetto federale dello Stato (che, dopo alcuni tentativi falliti – bicamerali inconcludenti, leggi federaliste votate a colpi di maggioranze sia nei governi di centro sinistra che in quelli di centro destra – non si sa ancora che forma dovrà assumere) e in Sardegna di riscrittura di un nuovo statuto speciale che sia ricco di competenze e che raggiunga finalmente l’obiettivo dell’autonomia legislativa dell’isola.
Sarà il futuro (speriamo prossimo) a dirci se sulle prime pagine di questo nuovo libro dell’autonomia e del federalismo (perché proprio di un libro si tratta ed è ancora tutto da scrivere), potremo leggere le parole augurali della vittoria oppure quelle penose di una nuova, ancora più cocente sconfitta.

DOCUMENTAZIONE Fornita dal Prof. G.F. Contu




PROMESSA DI FUSIONE E REGIO BIGLIETTO (1)

Carlo Alberto promette la fusione (30 novembre 1847)

Il Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme

FEDELE ED AMATO NOSTRO CAVALIERE DELAUNAY NOSTRO VICERÉ
LUOGOTENENTE E CAPITANO GENERALE DEL REGNO DI SARDEGNA.
Mentre si stanno per Nostro ordine studiando colla maturità di consiglio, che la gravità dell’atto richiede, i mezzi più acconci per estendere alla Sardegna, senza troppo grave complicazione e turbamento di cose, i benefizii dell’Amministrazione stabilita nelle Nostre Provincie di Terraferma, a ciò possa codesto Regno, mercé una larga fusione d’interessi, godere di quella perfetta parità di trattamento che, consentanea al paterno Nostro affetto, Ci è pure espressamente domandata per supplicazioni di apposita Deputazione degli Stamenti accompagnata da quelle di parecchie Città ed avvalorata dal vostro voto, e per cui solo la Sardegna potrà raggiungere quel grado di prosperità e di lustro a cui è chiamata dalla svegliatezza d’ingegno e forza d’animo de’ suoi abitanti, dalla sua posizione e dalla feracità del suo suolo, sentiamo con profondo rammarico come a seguito di falliti raccolti, codesti Nostri amati sudditi si trovino ridotti a gravissime angustie tanto più che l’esistenza dei dazi sì all’uscita dall’Isola che all’entrata del Nostro Stato di Terraferma impedirebbe loro lo scambio dei prodotti locali che meno scarsi raccolsero, come il vino e l’olio, cogli generi alimentari di cui difettano.
Per la qual cosa volendo venire in sollievo di codeste popolazioni che diedero tante prove di amore e di fedeltà a Noi ed ai Nostri Predecessori in tempi anche calamitosi, amiamo a fargli godere fin d’ora pei prodotti sovrindicati di quella libertà di commercio colla Terraferma che sarà effetto della fusione di interessi e della comunione di leggi in cui confidiamo che siano per trovare una progressiva sorgente di miglior essere; epperò mentre abbiamo provvisto perché il vino e l’olio procedenti dall’Isola di Sardegna con certificato di origine e d’estrazione e giunti direttamente nei Porti del Nostro Stato del Continente con bandiera Nazionale, vi siano ammessi mediante un semplice diritto di bilancia e ciò sino ad ulteriori Nostre determinazioni, per il presente riduciamo egualmente sino a nuove Nostre disposizioni a Centesimi cinquanta per ogni cento quartara corrispondenti ad ettolitri cinque, ed a Centesimi dieci per ogni barile, corrispondenti a chilogrammi trentuno, il dazio rispettivamente imposto all’uscita dell’Isola del vino e dell’olio d’ulivo in essa raccolti.
Vi mandiamo di rendere note al pubblico queste Nostre determinazioni col mezzo di un Vostro pregone, e senza più preghiamo il Signore che vi conservi.

Dato a Genova addì trenta novembre mille ottocento quarantasette.

CARLO ALBERTO

1 Da: G.C.Sorgia, La Sardegna nel 1848: la polemica sulla “fusione”, Fossataro, Cagliari 1968.


PREGONE VICEREGIO con cui si pubblica il Regio Biglietto del 20 dicembre 1847

NOI DON GABRIELE DELAUNAY
CAV. GRAN CROCE DECORATO DEL GRAN CORDONE DELLA SACRA RELIGIONE ED ORDINE MILITARE DE’ SS. MAURIZIO E
LAZZARO; CAV. DELL’ORDINE DI LEOPOLDO D’AUSTRIA; LUOGOTENENTE GENERALE NELLE REGIE ARMATE; VICERÉ, LUOGOTENENTE, E CAPITANO GENERALE DEL REGNO DI SARDEGNA.

Con venerato Regio Biglietto del 20 scaduto dicembre S. M. il Re Nostro Signore si degnò manifestarci, che il paterno suo cuore fu profondamente commosso pei figliali sentimenti di riconoscenza esternati da questi amati sudditi nel sentirsi chiamati a formare una sola famiglia cogli altri sudditi del Continente, coi quali avranno in avvenire comune il destino, come ognora ebbero comune il paterno affetto di S. M., la quale riassicurando sì fatta perfetta comunanza, confida pure, che fizj, i Sardi rientreranno prontamente nell’abituale loro calma, come fecero i loro fratelli del Continente.
Di tale moderazione Noi persuasi, Ci facciamo grata e dovedegna miseramente questo seme manca; il seme della ricchezza rosa premura di rendere pubblico il sullodato Regio Biglietto, che è del seguente tenore.

IL RE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME

CAVALIERE D. GABRIELE DELAUNAY. Se inaspettati non giunsero al paterno Nostro cuore i sentimenti di figliale riconoscenza esternati dai fedelissimi Nostri sudditi di Sardegna, perché Ci piacque di volerli partecipi alle riforme da Noi intraprese in questi Nostri Stati Continentali, l’animo Nostro non fu meno profondamente commosso, né meno soddisfatti Noi fummo nel saperli persuasi che formeranno d’ora innanzi
una sola famiglia cogli altri Nostri sudditi tutti, coi quali, come ebbero ognor comune il Nostro affetto, avranno pur comune il destino. E, siccome li popoli a Noi soggetti negli
Stati Continentali, dopo d’aver dato libero e rispettoso sfogo alla gratitudine da essi sentita per li ricevuti benefizj, rientrarono prontamente in quella calma abituale, da cui con riconoscente slancio si erano dipartiti; cosi persuasi e convinti Noi siamo che codesti Nostri amati sudditi sapranno pur dessi seguire il lodevole esempio dai loro fratelli segnato. Vi mandiamo di notificare al pubblico il tenore del presente con apposito Vostro Pregone, e preghiamo intanto il Signore che vi conservi. Dat. in Torino li 20 dicembre 1847.

C. ALBERTO

Conoscendo Noi il sommo rispetto, e la perfetta ubbidienza dei Sardi agli ordini sovrani siamo persuasi che questi cenni di S. M. basteranno per far cessare ogni ulteriore pubblica dimostrazione per le grazie compartite e testé ricevute.
Mandiamo pertanto a chi spetta pubblicarsi il presente nei modi e luoghi soliti, prestandosi fede alla copia impressa nella reale stamperia come all’originale. Dat. in Cagliari dal R. Palazzo il 4 gennaio 1848.

G. DELAUNAY