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di Salvatore Dedola  

ALCHITANI, Alkitani etnico. Secondo Pittau (OPSE 79) gli Alkitani erano gli antichi abitanti dell’attuale S.Nicolò Arcidano, e stavano nel territorio che arrivava sino alle pendici del Monte Arci (donde il nome dallo stesso Monte). É possibile, anzi diamo per certo che il territorio fosse questo. Ma intanto va detto che il Monte Arci ha un diverso etimo (vedi). L’etnico Alkitani trae invece trae l’etimologia dal bab. alku ‘regione lungo una riva’, cui s’aggiunse il tema etnico latineggiante -tani. Si chiamavano Alkitani perchè stavano anzitutto lungo la ‘riva’ del rio Mogoro, che oggi fa semplicemente sorridere ma sino a un secolo fa incuteva terrore per le catastrofiche piene improvvise. La bonifica della Piana di Terralba-Arborea partì anzitutto dall’imbrigliamento del torrente con una diga. Tre-quattromila anni fa il villaggio doveva ancora trovarsi, a un dipresso, presso le rive boscose di una specie di “fiordo”, che vogliamo così chiamare per comodità, ma era più che altro la valle incassata del rio Mogoro, la quale all’altezza del villaggio era quasi sulle rive del Golfo di Oristano, per il fatto che il mare entrava ancora profondamente nella pianura; oppure, che è lo stesso, era il torrente che con le sue alte bancate dava il nome di Alku alla regione. Il “fiordo” poi (o le bancate del rio), proprio in virtù delle piene del torrente, fu gradualmente riempito dagli apporti alluvionali, ed oggi possiamo notare soltanto un mare impantanato, il quale altro non è che la laguna di Marceddì, che oggidì si è peraltro ritirata, e sta relativamente lontana dal villaggio.

ARBÉRI cognome che Pittau crede equivalente a (b)arbéri 'barbiere' < cat. barber (Wagner). La sua proposta è inaccettabile. La base etimologica del cognome è antichissima e si riferisce agli abitanti delle aree montagnose e incolte, quelli noti come (B)arbaricini. Un tempo (2000 anni fa) quelli che furono pure noti come Ilienses ed ancora prima come Jolaenses erano chiamati propriamente, da quelli delle pianure, Arbéris, Arbérus, con la base accadica arbu(m), warbum 'incolto, selvatico', ḫarbu(m) 'territorio abbandonato, deserto, ossia non adatto alle coltivazioni' + suff. sardiano -ri, -ru.

BARBARICÌNI è un composto sardiano con base nell’accad. arbu ‘(montagna) aspra, incolta’ + rīqu(m) ‘libero’ + suff. sardiano -ínu. Il significato sintetico è ‘(uomo) libero che abita sulle montagne’. È noto infatti che i Romani ebbero pieno uso soltanto dei territori di pianura o collinari, ma non di quelli pertinenti agli Ilienses, costituenti l’asse montuoso centro-orientale della Sardegna.

BÀRBARU. Per capire questo cognome occorre prendere in considerazione primamente il cognome Barbàrja, Barbària, il quale a sua volta è una variante fonosemantica del coronimo Barbàgia < *Arba-ria ‘territorio incolto (quindi adatto alle greggi)’, da bab. arbu ‘waste, uncultivated’. Ma occorre pure fare i conti con l’etnico Barbaricìno, il quale è un composto sardiano con base nell’accad. arbu ‘(montagna) aspra, incolta’ + rīqu(m) ‘libero’ + suff. sardiano -ínu, col significato sintetico di ‘(uomo) libero che abita sulle montagne’.

Bàrbaru è, con tutta evidenza, un cognome-aggettivale sorto nel medioevo per influsso latino, considerato che furono gli occupanti Romani a interpretare come ‘luogo dei barbari’ l’Arbària, che essi chiamarono per paronomasia Barbària (in sardo Barbàgia). Peraltro a questo cognome i Romani non dettero un significato spregiativo, anche perché presso di loro esisteva lo stesso cognomen Barbarus.

BARBÉRI cognome che Pittau interpreta come ‘barbiere’, derivato dal cat. barber. Egli cita fra l’altro il cognome Barberij citato nel 1410 nel CDS II 45. Ma è proprio questa citazione a non lasciare scampo, essendo impossibile che a circa 80 anni dall’invasione la Sardegna avesse già recepito nella propria onomastica dei cognomi catalani. L’etimologia è assai diversa. Barbéri è una variante fonica e semantica di Arbéri, ed entrambi sono varianti foniche di Bàrbaru (vedi), a sua volta semplificazione di Barbaricínu.

BARBÒNE, Barbòni cognome che Pittau crede accrescitivo e peggiorativo del cgn it. Barba; alternativamente lo crede un cognome propriamente italiano. Ma sbaglia.

Barbòne, -i non è altro che una variante fonosemantica dell’etnico Bàrbaru (vedi), a sua volta semplificazione di Barbaricínu.

CAMPITÁNI popolo che il Pittau suppone esistente in Sardegna in epoca romana, dal quale egli riesce a derivare il medievale Campitanu, onde il nome Campidanu attribuito alla nota pianura sarda. Non sono d’accordo sull’impostazione della questione. Se ammettiamo l’esistenza dei Campitani, il nome può essere spiegato attraverso il lemma Idánu. Poiché Campidanu era il territorio che dai bordi orientali della pianura di Cagliari s'espande ad est attraverso le montagne ed i litorali rocciosi (per intenderci, sin oltre Burcei e sino alle lontane balze costiere di Maracalagonis), non è valida l’origine da campu come ‘pianura’, almeno non come ‘pianura’ degna di questo nome. Peraltro va notato un altro toponimo che avvalora la nostra impostazione, ed è Capitana, località tutta poggi e colline, annicchiata tra le montagne di Maracalagonis, che declina sul litorale con suoli aspramente movimentati, attualmente vocati alla pastorizia, mai ai cereali o agli ortaggi. Attualmente i bagnanti conoscono Capitana per le villette che declinano sul mare, e le attribuiscono l’etimologia popolare di ‘capitano’, ma decenni addietro quel territorio era una classica énclave vocata alla viticoltura. Onde anch’essa va ricondotta a un originario Campu Idanu ‘territorio a vigneti’, da sardo ide ‘vite’.

CARÉNSIOI, Karénsioi è uno degli etnici connotanti uno dei popoli dell’antica Sardegna. Pittau OPSE 116 propone il parallelo col nome dell’antica Karia (regione dell’Asia Minore), in virtù della sua ipotesi dell’arrivo dei Sardi dalla Lidia. Ma il fatto che la Sardegna sia letteralmente pervasa dall’antica lingua accadica suggerisce di cercare in essa il significato del termine. Karènsioi infatti è soltanto un morfema antico-greco, ma la radice del nome è accadica, da kāru(m) ‘quay, port, quay-bank; port on river, on sea’. In antico assiro significò pure ‘colonia commerciale’: proprio così. Non è la prima volta che scopriamo, nel significato dei vari etnici sardi, la vera vocazione del popolo così denominato.

Ebbene, Karénsioi significa ‘navigatori’, propriamente ‘marinai, gente che gestisce porti e moli’. Fu proprio su questa radice nominale che gli accadici forgiarono parecchi termini, quali ‘supervisore del porto’, ‘caserma dei gabellieri’, ‘prezzo corrente’, ‘negozio’. Quindi pare di capire che questo etnico ci presenti uno spaccato interessantissimo dell’attività dei Sardi d’età pre-fenicia.

DIAGHESBEÍS antica popolazione sarda che fonti romane fanno individuare in territorio dell’odierna Posada. «Alcuni la identificano con gli Ilienses-Iolei-Troes di Mulargia-Alà dei Sardi. Aveva vicino gli Esaronenses o Aisaronenses e i Falisci» (Di.Sto.Sa. 525). Strabone (V, 2, 7) scrive testualmente, a riguardo della Sardegna, che «alla bontà dei luoghi fa riscontro una grande insalubrità: infatti l’isola è malsana d’estate, soprattutto nelle regioni più fertili. Inoltre queste stesse regioni sono continuamente saccheggiate dagli abitanti delle montagne che si chiamano Diaghesbéi (Διαγησβεῖς), mentre una volta erano chiamati Iolei».

Vale la pena di dare peso all’affermazione di Strabone, e se proprio vogliamo dare un senso al nome di questo popolo, che Strabone precisa essere quello che abita sulle montagne, non può essere altro che il popolo altrimenti noto come Barbaricino(vedi). Non basta tale individuazione. I Barbaricini con questo appellativo di Diaghesbéis sono stati identificati come popolo errante, anzi transumante. Infatti tale etnico può avere un senso soltanto se lo traduciamo col gr. dià-ghes-baíno ‘*trans-humo’, ‘vado errando di terra in terra’. Questo appellativo indica la caratteristica più importante dei Barbaricini, eterni pastori transumanti dalla montagna al piano e dal piano alla montagna.

ESARONÉSI. Tolomeo (III, 3,6) pone gli Aι̉σαρωνήσιοι nella lista dei 18 popoli che vivono in Sardegna. Il loro nome potrebbe derivare da akk. ašru(m) ‘regione’ + nēšū , nīšū ‘genti, popoli’, secondo il Semerano. Secondo Pittau (OPSE 179) occorre riferirsi al vocabolo etrusco aiser, che significa ‘déi’. Secondo lui, pertanto, l’etnico potrebbe significare ‘Religiosi, Pii’.

In realtà l’etnico greco, se scomposto bene nelle due componenti (Αἰσαρω-νήσιοι) significa, per la seconda parte, ‘isolani (νήσιοι). La prima parte, che in Teocrito indica un fiume italiano, Aἶσαρος (ed a seguirne le lusinghe andremmo lontani), è invece da accadico ešēru(m) che significa ‘fortunato, di successo (per i raccolti, i terreni, gli allevamenti, la riproduzione umana)’. Quindi Aἶσαρονήσιοι significa ‘isolani fortunati’, ‘(quelli dell’)isola fortunata’. E con ciò siamo perfettamente in linea con quanto favoleggiavano gli antichi sulla Sardegna. A ben vedere, la prima parte del composto è semanticamente vicina al lemma etrusco individuato dal Pittau.

HYPSITÁNI antichi abitatori dell’agglomerato poi chiamato Forum Traiani (oggi Fordongianus, provincia di Oristano). Le celebri acque calde, sulle quali i romani edificarono le bellissime terme ancora in piedi, furono chiamate da Tolomeo Aquae Hypsitanae. Quest'idronimo a prima vista sembra avere la base nel greco ‘ύψος 'sommità, altura, altezza', e con ciò dovremmo supporre che derivi dal fatto che in questa zona di confine i residenti erano tutti della stessa stirpe, a contatto diretto con i pastori che da quel punto in poi, al di là del limes, erano 'montanari'. In realtà la base etimologica è l’akk. ḫuppu(m) ‘buca, fossa, cratere’, ‘un genere di catino’ + ṣitu(m) ‘sorgente’.

KARÉNSIOI < akk. kārum ‘porto, molo’ (significa quindi ‘marinai, navigatori’). Vedi Carénsioi.

KORAKÉNSIOI «antica popolazione sarda che fonti romane fanno individuare in territorio degli odierni comuni di Ittiri e Villanova Monteleone. Dava o prendeva il nome dall’abitato scomparso di Coriaso» (Di.Sto.Sa. 465).

È un azzardo proporre un etimo per questo etnico. Ma è necessario. Occorre partire, a mio avviso, dal fatto che in Sardegna ci sono alcune sub-regioni caratterizzate dal fatto che le capanne, anziché essere costruite metà in pietra e metà in frasche, sono fatte integralmente in pietra, per intenderci, somigliano alle capanne pugliesi di Alberobello, le quali viste da fuori sembrano un forno, una fornace.

Potremmo quindi tentare di proporre questo etimo assumendo la caratteristica delle capanne che un tempo venivano costruite nella fascia di territorio che va da Bonnannaro-Borutta sino a Romana, molte delle quali ancora sopravvivono. La base etimologica è l’akk. kūru(m) ‘forno, fornace’ + kinšu ‘casa a base rotonda’.

ILIENSES (vedi Jolaenses).

JOLAENSES. Va fatta un po’ di chiarezza sulla commistione Il-/Iol- sempre esistita nella storia toponimica sarda. Dobbiamo anzitutto affermare che queste due radici sono nettamente distinte, e che i Romani avevano ragione a parlare di Il-ienses quando identificavano la maggiore tribù dei montanari sardi. I Romani sicuramente sapevano del termine Jol-a-enses, ma lasciavano che a gestirsi un tale lemma fossero i Greci. Conosciamo ormai tutto della tecnica paronomastica greca e della loro indefettibile capacità di riplasmare ogni toponimo sardo a proprio uso e consumo.

Nell’antichità greca la radice (v)iol- (che indica la ‘viola’) diede forma a nomi illustri, come quello di Jole (femminile di Jòlao) che nella mitologia gre­ca era attribuito alla figlia del re Eurito. Di essa s’innamorò Eracle il qua­le, adirato contro il re che gliela rifiutava, lo uccise e ne distrusse il re­gno, portandola via. Deianìra, moglie gelosa dell’Eroe, si vendicò facendo indossare ad Ercole la camicia stregata donatale dal centauro Nesso. Ercole impazzì e si getto sul rogo. Pausania (II sec. e.v.) riporta un po’ ampia­men­te una tradizione secolare, secondo cui l’ateniese ’Ιόλαος, nipote di Eracle (Ercole), condusse a colonizzare la Sardegna 48 dei 50 figli avuti da Ercole con le figlie di Tespio. Accompagnati da altri Ateniesi, i Tespiesi sospin­sero con le armi gli aborigeni e occuparono le pianure più fertili, fondando alcune città (X, 17, I). Altri storici, ad iniziare da Diodoro Siculo che scrive due secoli prima, citano un ’Iολαεῖον riferito alla migliore pianura sarda.

Ma qui la questione si complica davvero, perché in Sardegna le pianure e gli altri siti ancora oggi imparentati con questo nome sono parecchie decine. Va affermata intanto la parentela tra Jòlao e Iólia/Ólia (pronunciata Olla o [Parti]Olla ma anche Dólia [Dolia-Nova] per evidente fusione del coronimo col segnacaso de). S’imparenta il boscosissimo e selvaggio monte Olìa presso Monti, che non a caso segnava il confine tra l’antica Barbagia e la Gallura (esso non può, per ovvie ragioni geografico-ambientali, riferirsi all’olivo o all’olivastro, di cui manca traccia). Sembra ugualmente corretto imparentarvi i numerosi toponimi del tipo Olái (< Jola-i): si noti che l’ugaritico Ilu (Dio), derivando dal verbo ’alāh ‘ascendere, salire verso l’alto’, ha il suo participio proprio in ‘olāh ‘offerta’ (Baldacci).

È parimenti facile imparentarvi la piccola pianura d’Ilùne [Cala Luna], che crea pure una spiaggia e dunque un antico approdo. Il suo nome deriva dal fenicio Ilu ‘Dio’, con l’aggiunta del suffisso sardiano -ne, ed è dunque imparentato strettamente col nome della Perda Iliàna.

Semerano fa derivare il nome Jolao dal semitico Ilāh. Se una colonizzazione avvenne a suo tempo nelle pianure sarde (e successivamente nelle montagne), non la dobbiamo agli Eraclidi d'origine greca ma agli Eraclidi (Melkartidi) d'origine cananea. In questo caso, si capisce meglio la commistione Il-/Iol- (forma semitica e forma greca) e restano salvi i numerosi toponimi "joléi" della Sardegna nonchè la loro autenticità più antica, per nulla appannata dalla sovrapposizione del mito greco. Con tutta evidenza, il mito di Jolao fu rivivificato dai monaci bizantini “in salsa greca”, ed essi tramandarono sino ad oggi pressoché intatte tutte le forme in Jol-.

Tornando alle parentele, è impossibile non imparentare con la radice Jol- il nome dell’ex città (ora villaggio) di Ollolai, che sino al 6° secolo e.v. era stata la capitale dei Barbaricini (gli Jolaenses o Ilienses), sede dell’eroico re Ospitone che subì le imposizioni conversorie di papa Gregorio Magno (in realtà capitolando manu militari ad opera del braccio armato, il bizantino Zabarda: vedi GMS). Ollolai fin dal 1341 è stato scritto Allela, Allala, Ollala, ma è facile scorgere in Ollolai/Allala una iterazione rafforzativa, quasi sacrale, del nome (J)olái = ‘città di Jòlao. È infine corretto imparentarvi Olièna, dai residenti pronunciato Olìana/Ulìana (da [J]ulìana) e nientaffatto riferibile agli ulivi.

Sembrerebbe, a tutta prima, ovvio includervi il toponimo Giùlia/Giulìa/Giuglìa, che sembra richiamare il latino Jūlĭa, femminile di Jūlĭus (Giulio Cesare pretendeva di discendere direttamente da Jūlus figlio di Enea).

Grazie all’equivalenza delle radici indoeuropee e romanze Iu-/Io-, Diu-/Dio-, Giu-/Gio-, scaturirebbe in tal caso l’identità radicale tra Jòlao e Giùlia ed anche Jūlus, col che si darebbe man forte alla tesi che gli Jolaenses (gli attuali Barbaricini) non fossero altri che i discendenti di Jūlus-Jòlao, mitico fondatore della stirpe sarda (o uno di essi). Giuglìa è un sito nel cuore del regno degli antichi Iolaenses/Ilienses: sulla carta, è il nome del grande prato appena sotto l’alta e precipite vetta del Corrasi (ai piedi della quale c’è Oliena). Ma intanto i residenti sostengono che il nome non indica il prato ma fa tutt’uno con la vicina parte cacuminale della montagna, ossia con quell’area molto accidentata culminante nelle varie vette “cornute”.

Fatti tutti i conti, però, occorre vedere in Giuglìa un radicale diverso rispetto a quello di Julìana; e nel mentre che sono conscio della piacevol ricostruzione qui fatta per Giuglìa, in realtà il toponimo non è altro che una forma sardiana con base nel sum. ḫulu ‘ruination’ + suff. territoriale sardiano in -ìa, ed indica proprio l’asprezza della parte cacuminale di questa montagna “sfrangiata”.

LESITÁNI. Pittau fa gravitare questa antica tribù attorno a Lesa (attuali Terme di S.Saturnino). È probabile che anche il Nuraghe Losa abbia preso il nome da Lesa e dai Lesitani.

LACONÍTI dicesi di un popolo stanziato attorno a Laconi in epoca romana. Il toponimo Laconitzi (Villagrande) sembra raccordarsi con Laconi, significando letteralmente ‘la cisterna della sorgente’, da akk. lakku ‘vasca’ + aram. itza ‘sorgente’, Il composto subì l’inserzione della -n- eufonica.

ŠARDÀNA è l’etnico di uno dei “Popoli del Mare” (termine di G.Maspero, 1881), che invasero il Vicino Oriente in varie ondate, a cominciare, all’incirca, dal 1300 a.e.v. Le date in cui vengono segnalati i Sea Peoples sono numerose e precise, e fanno intravedere che le escursioni, le guerre, le invasioni durarono oltre un secolo e mezzo, addirittura quasi due secoli. Nel 1174 ci fu l’invasione delle coste palestinesi e di Gaza (The Sacred Bridge 108). Ma le coste siriane, a nord di quelle palestinesi, furono invase circa 15 anni prima; al riguardo abbiamo due termini ante quem, che sono il 1195-1190 allorchè Ugarit venne distrutta (Baldacci SU 125) ed il 1182, anno in cui fu cessò di vivere ‘Ammurapi III ultimo sovrano di Ugarit (Baldacci SU 30).

Ma le prime apparizioni dei Popoli del Mare sono ricordate già nel poema di Qadesh, e riguardano proprio gli Shardan, che combatterono contro gli Hittiti nel 1285 (quindi 90 anni prima della presa di Ugarit): erano truppe scelte del faraone Ramesse II (1304-1237) e combatterono a fianco della cavalleria imperiale.

L’enorme importanza dei Popoli del Mare è appresa da tanti documenti, i quali ci fanno conoscere le grandi capacità di queste marinerie, sempre pronte a salpare l’áncora, talchè dormivano addirittura nelle stive delle proprie navi. Le dotazioni tecnologiche delle navi d’invasione non erano affatto inferiori a quelle della flotta di Ugarit, celebre in Oriente poiché esercitava una talassocrazia capace di allestire d’amblée un numero immenso di naviglio militare. Ad esempio, da una tavoletta del forno di Ugarit (CAT 2.47) si sa che il re viene consigliato, forse da un osservatore militare, di allestire una flotta di 150 navi per far fronte al pericolo dei Popoli del Mare (Baldacci SU 57). L’invasione era valutata da Ugarit con molta serietà, tanto che la corrispondenza sugli invasori era custodita persino negli archivi privati, come quello di Rap’ānu, forse un consigliere del re, che contiene una corrispondenza con Cipro sulle misure da adottare per contrastare l’invasore (Baldacci SU 88, 204). Nonostante la sua grande potenza, Ugarit cadde perché al momento decisivo era totalmente sguarnita; infatti la città-stato si era impegnata in uno sforzo supremo a favore degli imperi soccombenti, allo scopo di contrastare le invasioni, presenti contemporaneamente in gran parte del Vicino Oriente. Dappertutto Ugarit aveva mandato flotte e truppe, dissanguandosi. Lo sappiamo da due lettere drammatiche che il vecchio re di Cipro e il giovane re di Ugarit si scambiano prima della rispettiva sconfitta:

  1. «Così parla il re: ad ‘Ammurapi, re di Ugarit, di’: Salute a te! Gli dèi in salute ti conservino! Su ciò che mi hai scritto “Ci sono delle navi del nemico in mare”, anche se è vero che sono state avvistate delle navi, ebbene, sta’ saldo. Per quanto ti riguarda, le tue truppe, i tuoi carri dove dunque si trovano? Non sono presso di te? No? Dietro al nemico che ti incalza? Circonda di fortificazioni le tue città; fa’ entrare truppe e carri e attendi il nemico con fermezza!» (RS L.1, da Baldacci SU 204).
  2. «Al re di Alašiya, mio padre, di’: Così parla il re di Ugarit tuo figlio: Padre mio, ecco che alcune navi del nemico sono arrivate: alcune delle mie città col fuoco hanno bruciato e delle cose ben deplorevoli hanno fatto nel paese. Mio padre non sa che tutte le mie truppe [ ] in suolo hittita stazionano e che tutte le mie navi nel paese licio si trovano. Finora non sono tornate e il paese è abbandonato a se stesso. Che mio padre sappia tutto ciò! Ecco che sette navi [indica un numero incalcolabile] del nemico mi sono venute contro e hanno fatto cose molto cattive. Ora: se ci sono altre navi del nemico, informami in qualunque modo; che io lo sappia!» (RS 20.238). Secondo le più recenti ipotesi di datazione,questa corrispondenza e tra il 1212 e il 1180 (Baldacci SU 204).

L’ultima urgentissima richiesta di soccorso è quella del sovrano hittita, dalla quale sappiamo che le distruzioni dell’invasore hanno messo in ginocchio l’Anatolia, ed ora serve almeno del grano per evitare la morte di intere popolazioni. Ma tali aiuti non arrivarono poiché Ugarit cadde qualche giorno dopo.

La potenza degli Sea Peoples doveva essere impressionante. Un’iscrizione del faraone Ramses III databile al 1177 si riferisce ai Popoli del Mare con queste parole: «nessun paese può resistere alle loro armi, da Hatti a Qadi, a Karkamiš, a Arzawa fino ad Alašiya, venendo distrutto in un attimo» (Baldacci SU 205). Dal tempio di Medinet Habu conosciamo i bassorilievi delle battaglie di quel faraone contro gli Šardana, il cui caratteristico diadema di piume li identifica con gli stessi bronzetti nuragici.

Un altro importante documento è l’Onomasticon di Amenope, un testo scritto non più tardi del regno di Ramesse IX (1125-1107). È una lista enciclopedica con molti termini geografici del mondo conosciuto. Ci sono citati pure alcuni dei Popoli del Mare, tra cui gli Šardana, che secondo le opinioni più accreditate si stanziarono a nord di Dor: per intenderci, nei pressi del (e lungo il) promontorio del Carmelo, o forse un po’ più su, nel territorio di Acco. Praticamente gran parte della costa siro-palestinese fu occupata da due popoli: I Filistei a sud di Canaan verso la metà del XII secolo; secondo M.Dothan può ipotizzarsi per Tell Acco, Tell Keisan e altri siti limitrofi l’occupazione da parte degli Šardana (o Šerdana), ben conosciuti come mercenari in tutto il Vicino Oriente (Baldacci SU 206). Con ciò sappiamo definitivamente che questi invasori, dopo oltre 200 anni dalla loro prima comparsa, erano oramai considerati abitanti in pianta stabile delle coste siro-palestinesi, e che gli Šardana occupavano una parte del territorio che poi fu chiamato Fenicia.

Altri testi citano pure, tra i Sea Peoples, i Danuna, che parecchi vorrebbero identificare nella tribù ebraica dei Daniti, i quali, si sa, ebbero come eredità, dopo lungo peregrinare, il territorio immediatamente a ridosso della Fenicia. Di essi si dice, nel Canto di Deborah (Gdc 5,17) “e perché Dan dimora presso le navi? Ascer sta sulla spiaggia del mare e abita presso i suoi golfi” (traduz. dall’ebraico di R.D.Disegni). Ma è difficile estrapolare da questo brano poetico tutta una storia. Si dovrebbe pensare piuttosto che i Danuna non fossero altro che i Dànai, popolo noto e diverso, a ben vedere, dagli Šar-Dan di origine sarda.

Semerano propone per questi ultimi un etimo da akk. Šar-dānu ‘signore potente’: da šarru ‘re’ e dannu ‘potente’. Cfr. accadico šar-šarri ‘re dei re’ (OCE 591); -dunum, con identico significato di ‘potenza’, e per conseguenza di ‘città fortificata’, è pure un tema tipico del centro-Europa. L’etnico Šardana, rinvenuto nella celebre stele di Nora (oltrechè nei testi egizi) si potrebbe tradurre dunque così. Ma quello norense è proprio un etnico? Va chiarito una volta per tutte che la parola ŠRDN presente nella Stele di Nora significa Sardinia (Šardinia): esso è l’appellativo dell’isola, non quello dei suoi abitanti. La Stele recita:

BT RŠ Š NGR Š H’ BŠRDN ŠLM H’ ŠLM ṢB’ MLKTNBN Š BN NGR LPNY

la cui traduzione è: [Questo è] il tempio principale di Nora che lui [il dedicante] in Sardegna ha visitato in segno di pace [o: per compiere un voto sacrificale, un olocausto]. Chi augura pace (o: visita in segno di pace) è Ṣb’ figlio di Milkaton, che edificò Nora davanti all’isola [di Capo Pula].

La traduzione interlineare è: bt (il tempio) (principale) š (di) ngr (Nora) š (che) h’ (egli) bšrdn (in Sardegna) šlm (ha visitato in segno di pace). h’ (Chi) šlm (augura pace) ṣb’ (è Ṣb’: leggi Saba, nome proprio di origine berbera che si ritrova tra i Punici, ma è pure di origine cananea) mlktnbn (figlio di Milkaton) š (il quale) bn (edificò) ngr (Nora) lpny (davanti all’isola, quella oggi detta di S.Macario).

La Fuentes-Estanol nel Vocabolario Fenicio dà Šrdn per ‘Sardo’ e Šrdn’ come gentilizio ‘Sardo’ ma anche Šrdny (possibile pronuncia Šardany), Šrdnt ‘Sardo’ come nome proprio. Certamente, se creiamo il parallelo con quanto tramandato dai testi dei Faraoni, possiamo tranquillamente accettare la proposta della Fuentes-Estanol. Mentre sembra da respingere l'etimologia del Melis (SPM 89) che propone dall'ebraico Sher (Ser) + Dan (con riguardo alla misteriosa tribù “ebraica” di Dan, ch'egli vede dispersa un po' in tutta Europa, principalmente in Sardegna, e la scopre destinata a lasciare la propria scia "come il serpente" grazie al proprio etnico Dan).

Opposta all’entusiasmo del Melis è la stucchevole e nichilista ostinazione con la quale parecchi archeologi sardi respingono l’idea (documentata, come abbiamo visto) che gli Shardana altro non erano che Sardi. Tali archeologi, come accade per tante altre evidenze da loro negate, attendono (more sǒlĭtō) il “sigillo della Verità” esclusivamente dai ricercatori d’Oltre Tirreno, se ciò mai avverrà.

Quale ulteriore tentativo di scuotere il loro nichilismo, vediamo allora anche l’etimologia di Sardus. Secondo Pausania (Periegesi della Grecia, X), Sardos libico è l’eponimo dei Sardi. Per l’ascendenza dobbiamo citare pure l’omerica Sárdeis in Anatolia (Lidia). Il Semerano afferma che la denominazione originaria di Sardeis è Sfard, persiano Saparda, ebraico Sephārad. Questo lemma è collegato anche a quello di Sàrdara, paese della Sardegna.

Il Pittau (OPSE 235) propone al riguardo il parallelo tra l’etnico antico Sardiános e l’etrusco-toscano Sartiano (= Sarteano) nonché Sartiana. Sembra evidente che il lemma etrusco ha origini da quello relativo ai Šarden di Sardegna.

Certamente non possiamo chiudere il discorso così, senza aver ricordato le occorrenze fonetiche accadiche. Prima occorrenza: sardium nell’antico assiro e ‘un canto di benedizione’, ed ha evidenti rapporti col sacro. Seconda occorrenza: si è sempre parlato della sardina come pesce relativo alla Sardinia (e su ciò non c’è obiezione) ma nessuno ha mai messo in relazione quest’ittionimo con l’antico assiro sardum ‘impacchettato, appesantito’, segno evidente che proprio quel pesce era soggetto già da allora ad essere conservato sotto sale in ceste di legno o di asfodelo, e che dunque l’attuale sardina deriva l’etimo dal concetto accadico di “impacchettamento”. Terza occorrenza: Sardus e Sardinia possono avere la stessa base linguistica del lemma Šardana, da accadico šarru ‘re’ + dannu ‘potente’ (OCE 591).

Non dobbiamo comunque dimenticare che la radice Sard- era nota ed usata un po’ in tutto il Vicino Oriente. L’ultimo nome noto è Sarduri II re di Urartu, capo di una coalizione di regni neo-ittiti che perse la guerra di fronte al re-usurpatore assiro Tiglat-phalasar (744-727 a.e.v.). Ma le concordanze presenti in Sardegna sono in numero assai maggiore, e inoppugnabili.

A ben vedere, abbiamo a disposizione una pletora di occorrenze, delle quali però soltanto una sarà attendibile. O possono esserlo a un tempo tutte. Certo, occorrono dei “distinguo”. L’affermazione di Pausania che Sardus libico è l’eponimo dei Sardi, aiuta a mettere in relazione Sardus-Sardi ma non porta molta acqua alla ricerca etimologica. Parimenti, non aiuta la ricerca etimologica il sapere che i Sardi possano derivare il proprio etnico dalla citta lidia Sardeis. Peraltro, le due attestazioni storiche si escludono a vicenda. Con l’accadico e con le lingue del Vicino Oriente poniamo invece una base linguistica di una certa solidità, anzi quattro basi su cui argomentare; ma le quattro basi, a loro volta, non possono non partire dalla celebre attestazione della Stele di Nora, dove si legge lo storicissimo e incontrovertibile vocabolo Šardana (da intendere come isola e quindi come termine etnico).

A questo punto serve una divagazione di geografia ambientale. Che la Sardegna sia stata la vera e unica regione dove si estraevano prodi­giose quantità del murice che dà la porpora, è incontrovertibile quanto il fat­to che la Sardegna è stata la vera e unica regione dove si estraevano pro­di­­giose quantità di sale. Che ne avrebbero fatto, i Sardi, di tanto sale, se non lo avessero usato nemmeno a conservare le sardine dalle quali presero il proprio etnico? Chiaramente, sardina è collegata al lemma acca­dico sardum. Quanto al nome del supposto ecista Sardus, che esso sia almeno da 3000 anni l’etnico dell’uomo sardo, è pur esso incontrovertibile. Ed anche qui ci troviamo tra le mani un termine accadico: non si può infatti respingere la forza dell’evidenza, che cioè tutti i termini riferiti alla Sardinia ed a Sardus hanno la base accadica. È da mettere nel conto pure l’apporto di sardium in quanto ‘canto di benedizione’, sul quale non c’è altro da argomentare se non che, evidentemente, questo modo di salmeggiare era tipico dei sacerdo­ti dell’isola di Sardinia, e che furono proprio gli Šardana a farlo conoscere nel Mediterraneo.

Ma come la mettiamo, infine, con šarru-dannu = ‘re po­ten­te’, proposto dal Semerano? Che valore gli diamo? È veramente l’etimo degli Šardana? A tal riguardo si può assentire soltanto se diamo pieno credito all’autorità del Semerano. Posso obiettare a tale interpretazione un’altra possibile etimologia, un composto accadico-amarniano šāru ‘ostile, nemico’ (ebr. ṣar ‘nemico’) + dannu ‘potente, fortissimo’ (stato costrutto šār-dannu), col significato sintetico di ‘nemico fortissimo, invincibile’. Il fatto che la forma accadica šāru ‘ostile, nemico’ derivi direttamente dalle lettere faraoniche di Tell Amarna, è un tassello in più a nostro favore, poiché è la prova che i Faraoni avevano da tempo canonizzato un certo lessico (accettato peraltro dalle cancellerie internazionali).

Pensare a un composto ebraico ṣar ‘nemico’ + Dan ‘(tribù di) Dan’, col significato di ‘nemico di Dan’, significherebbe ipotizzare che gli Shardana, che pure, dopo la conquista dei litorali cananei, abitarono quasi a fianco dellla tribù di Dan, combatterono pure contro questi Ebrei anziché diventarne amici. Ma un etnico può diventare così forte e duraturo per delle inimicizie passeggere? Sembrerebbe di no.

Questo etnico è stato uno dei più famosi dell’antichità preromana. Il suo primo membro (šar-) ha pure altre basi cui attingere per una traduzione valida. Oltre a quello già suggerito dal Semerano e che noi preferiamo, abbiamo šar = ‘3600’ (indicato come numero indefinito, idea d’immensità); sarru ‘falso, criminale; ribelle’; bab. ṣar in ṣar maḫaṣu ‘colpire brutalmente, duramente’; šarāru(m) ‘andare in testa (nelle battaglie); incoraggiare’.

Per tutto quanto sappiamo attraverso i testi ugaritici ed egizi, uno qualunque dei quattro termini addotti calzerebbe bene per la fama che questo Popolo del Mare si è conquistata. Gli Šardana erano infatti, ad un tempo, in numero ‘indefinito’ (vedi testi di Ugarit); erano ‘odiati’ dagli Ugaritici e dal Faraone; erano ‘ribelli’ e quindi ‘falsi’ o ‘criminali’ agli occhi del Faraone; il re di Ugarit ed il Faraone concordavano nell’affermare che ‘colpivano brutalmente’ lasciando dietro di sè terra bruciata; infine dal Faraone sappiamo che quei valorosi ‘andavano sempre in testa nelle battaglie’ in qualità di truppe scelte.

Ma su questo etnico possiamo addurre anche delle agglutinazioni sumeriche del tipo šar-du, collocabili ciascuna in un diverso campo semantico: quale šar ‘designazione della vacca’ + du ‘ammucchiare’ (come dire ‘quelli che allevano tante vacche’); oppure šar ‘scannare’ + du ‘dilagare’ (come dire ‘coloro che invadono e scannano’); oppure šar ‘essere perfetto, rendere splendido’ + du ‘suonare’ (come dire ‘splendidi musicisti’); a quest’ultimo proposito ricordo che sardium nell’antico assiro e ‘un canto di benedizione’, ed ha evidenti rapporti col sacro. In ogni modo, la scelta di ciascuna di queste ipotesi sumeriche va incontro a forti dubbi.

Nei testi egizi gli Šardana sono registrati come Šarṭana, Šarṭenu, Šarṭina (EHD 727b), e Wallis Budge li considera provenienti dalla Sardegna. Altre volte sono indicati proprio come Šarṭana n p iām ‘gli Shardana quelli del mare’ (per n EHD 339a, per p EHD 229a, per iām EHD 142b).

Riallacciandoci alla proposta šarru-dannu del Semerano, occorre anzitutto dire qualcosa sul secondo membro, la cui ricerca etimologica deve partire, se non altro come omaggio culturale, dal termine ebraico Dan. C’è gente (come Melis SPM 89, ma anche Murroni SPMA 361, ed altri) che giurerebbe di trovare questo nome personale non solo tra gli Šar-dàna ma persino nell’idronimo Dan-ubio, o presso il popolo Dan-ese, o presso gli antichi Dán-ai, etnico frequentissimo in Omero a indicare Achei ed Argivi in alternativa ai Greci nel complesso. Ma fu l’ebraica tribù di Dan a spostarsi per tutta Europa e nel Mediterraneo (come favoleggiano alcuni), o lo stesso nome fu patrimonio di popoli diversi in epoche diverse, a cominciare dai tempi della Grande Cenosi Neolitica?

Dán-ao nella mitologia greca fu figlio di Belo, fratello gemello di Egitto. Dánao ebbe per regno le coste occidentali dell’Africa, cominciando dalla Libia; Egitto ebbe in sorte il territorio nilotico e l’Arabia. Capiamo così che questo nome personale, al pari di molti altri che farciscono la mitologia greca, ha origini vicino-orientali e nord-africane. Infatti appare continuamente nella Bibbia, dove Dan è anzitutto una località (Gn 14,14), poi è figlio di Giacobbe, Gn 30,6; 35,25; 46,23; 49,16.17; Es 1,4; Nm 1,12; i figli di Dan sono citati in Nm 1,38; 7,66; 26,42; 34,22; come regione è indicata in Dt 34,1; come tribù è presente in Es 31,6; 35,34; 38,23; Lv 24,11; Nm 1,39; 13,12; Dt 27,13; 33,22; Haft. di Be-sciallach, Gd 5,17; Haft. di Nasò, Gd 13,2; come accampamento della tribù di Dan è indicato in Nm 2,25.31; 10,25. Dan come figlio di Giacobbe, come tribù e come città omonime è citato pure in 1Cr e in 2Cr. Come tribù è indicato poi in Gs 19,40; come territorio assegnato è indicato in Gs 19,40 ss.; i Daniti combatterono con Lescem chiamato poi Dan, Gs 19,47; una famiglia Danita c’è in Gd 13,2; i Daniti cercano territorio in Gd 18,1; chiamano Dan la città prima chiamata Laish, Gd 18,12; Dan è la località che segna il confine settentrionale di Israele, Gd 20,1; 1Sam 3,20; 2Sam 3,10; 17,11; 24,2.15; 1Re 5,5; 12,29.30; 15,20; 2Re 10,29. Dan quale confine settentrionale di Israele è indicato pure in Ger 4,15; 8,16; Am 8,14; come tribù è indicato in Ez 48,1.2.32. Infine Dan è pure una località in Arabia: Ez 27,19.

La fantasia di molti Autori ha subito il fascino della frase di Gn 49,1: «Dan tutelerà il suo popolo, come ogni altra tribù di Israele»; essi si chiedono: «perché come ogni altra? Sembra proprio potersi dedurre che, originariamente, non lo fosse» (Murroni SPMA 361). Nel Canto di Deborah, Gd 5,17 leggiamo: «E perché Dan sta presso le navi?», dal che si capisce, se non altro, che i Daniti non seguirono le tradizioni pastorali degli Ebrei ma divennero non solo pescatori ma quasi certamente navigatori. Questo è un argomento a favore di quanti ipotizzano, ed io fra questi, che i Daniti si siano mischiati ai cosiddetti Fenici nella colonizzazione delle coste del Mediterraneo occidentale. Ma da questo nome proprio non è facile arguire altre situazioni e vicende avventurose, se non aiutandosi con la fantasia.

Sfogliando i dizionari di tutte le lingue morte euroasiatiche, siamo in grado di mettere in rilievo parecchie radici in dan-. E così abbiamo sumerico dan, tan, strong lord (human), Lord of all, Bēl; egizio dana, a venerable man; dani, title of sun-god Ra; Tann, the great god, a very ancient Earth-god; dan-dan, title of Āpap, the serpent of evil; Tannit, goddess consort of Tann; sanscrito dāni, valiant, victor, courageous; Dānava, a class of demons, sons of Danu and enemies of the gods; greco dynastēs, lord, master; Danu-oi, title of Greeks; latino dan, master; don, master, lord; gotico e antico bretone dan, lord; Hālf-Dan, lord of the half of the world, a title of Thor; cornico e celtico den, dyn, a man; cornico din, worthy; antico inglese thein, thane, dan, master; inglese dan, a title of master or sir. Il termine è poi passato nell’uso delle lingue moderne, quale don, un titolo spagnolo di nobiltà; Danann, una famosa corsa di cavalli in Irlanda; din-astico, aggettivo relativo alle casate reali; din-amico, ‘che ha molta energia’; etc.

Fatte tutte queste considerazioni, sembra appropriato ritenere valida, per l’etnico Šardana, l’etimologia proposta dal Semerano: šarru-dannu ‘re potente, signore potente’.

Vedi comunque discussione circa il lemma Sardus.

SARDUS. Secondo Pausania, Sardos libico è l’eponimo dei Sardi di Sardegna. Per l’ascendenza dobbiamo citare però l’omerica Σάρδεις, Sárdeis in Anatolia (Lidia). Il Semerano afferma che la denominazione originaria di Sardeis è Sfard, persiano Saparda, ebraico Sephārad. Questo lemma è collegato anche al nome del villaggio sardo Sàrdara.

Pittau (OPSE 235) propone il parallelo tra l’etnico antico Sardiános e l’etrusco-toscano Sartiano (= Sarteano) nonché Sartiana. Indubbiamente Pittau su basi linguistiche fa intendere ciò che peraltro già sappiamo, grazie a lui stesso, ossia che una parte dei Sardiani, una volta trasferitisi in Etruria, non poterono fare a meno di lasciare, in qualche villaggio, il proprio nome d’origine, così come fecero in Corsica, dove lasciarono il toponimo Sartène.

Ma su Sardus possiamo accampare pure qualche base sumero-semitica.

Le agglutinazioni sumeriche šar-du si prestano purtroppo a traduzioni collocabili ciascuna in un diverso campo semantico: quale šar ‘designazione della vacca’ + du ‘ammucchiare’ (come dire ‘quelli che allevano tante vacche’); oppure šar ‘scannare’ + du ‘dilagare’ (come dire ‘coloro che invadono e scannano’); oppure šar ‘essere perfetto, rendere splendido’ + du ‘suonare’ (come dire ‘splendidi musicisti’); a quest’ultimo proposito ricordo che sardium nell’antico assiro e ‘un canto di benedizione’.

Anche in accadico abbiamo più di una occorrenza. Prima occorrenza: abbiamo visto che sardium in antico assiro e ‘un canto di benedizione’, ed ha evidenti rapporti col sacro. Seconda occorrenza: si è sempre parlato della sardìna come pesce relativo alla Sardinia (e su ciò non c’è obiezione) ma nessuno ha mai messo in relazione quest’ittionimo con l’antico assiro sardum ‘impacchettato, appesantito’, segno evidente che proprio quel pesce era soggetto già da allora ad essere conservato sotto sale in ceste di legno o di asfodelo, e che dunque l’attuale sardìna deriva l’etimo dal concetto accadico di “impacchettamento”. Terza occorrenza: Sardus e Sardinia possono avere la stessa base linguistica del lemma Šardana (vedi), da akk. šarru ‘re’ + dannu ‘potente’ (OCE 591). Non possiamo dimenticare che la radice Sard- era nota ed usata un po’ in tutto il Vicino Oriente. L’ultimo nome noto è Sarduri II re di Urartu, capo di una coalizione di regni neo-ittiti che perse la guerra di fronte al re-usurpatore assiro Tiglat-phalasar (744-727). Anche gli Ebrei conoscevano la radice citata. L’ebreo Sèred סֶרֶד (Gn 46,14 e altri passi biblici) era uno dei tanti che si trasferirono da Israele in Egitto.

Come si vede, c’è una pletora di occorrenze delle quali soltanto una sarà attendibile; o può esserlo a un tempo più di una. Ma, occorrono dei “distinguo”. L’affermazione di Pausania che Sardus libico è l’eponimo dei Sardi, aiuta a mettere in relazione Sardus-Sardi ma non porta acqua all’approfondimento della ricerca etimologica. Parimenti, non aiuta a trovare l’etimologia il sapere che i Sardi possono derivare il proprio etnico dalla citta lidia Sardeis. Peraltro, le due attestazioni storiche sembrano escludersi a vicenda.

Con l’accadico e le lingue del Vicino Oriente poniamo invece una base linguistica di maggiore solidità, anzi quattro basi su cui argomentare, ma le quattro basi a loro volta non possono non partire dalla celebre attestazione della Stele di Nora, dove si legge lo storicissimo e incontrovertibile vocabolo Šardana (da intendere come isola e quindi come nome d’origine).

La Sardegna è stata l’unica regione dove si estraevano pro­di­­giose quantità di sale. Che ne facevano, i Sardi, di tanto sale, se non lo usavano nemmeno a conservare le sardine che da loro presero il nome? Altro che, se lo usavano! Chiaramente, sardina è collegata al lemma acca­dico sardum. Quanto a Sardus, che esso sia almeno da 3000 anni l’etnico dell’uomo sardo, è anch’esso incontrovertibile. E pure qui ci ritroviamo tra le mani un termine accadico: non si può infatti respingere la forza dell’evidenza, che cioè tutti i termini riferiti alla Sardinia ed a Sardus hanno la base accadica. È da mettere nel conto pure l’apporto di sardium in quanto ‘canto di benedizione’, sul quale non c’è altro da argomentare se non che, evidentemente, questo modo di salmeggiare era tipico dei sacerdo­ti dell’isola di Sardinia, e che furono proprio gli Šardana a farlo conoscere nel Mediterraneo.

Ma come la mettiamo, infine, con šarru-dannu = ‘re po­ten­te’, proposto dal Semerano? Che valore gli diamo? È veramente l’etimo degli Šardana? Forse sì. Può darsi infatti che gli Egizi, i quali per primi usarono questo etnico, accettassero proprio tale significato accadico, intendendo quindi Šarṭana nel senso di ‘guerrieri illustri, re potenti’. Peraltro fu un uso mediterraneo quello di catalogare i popoli erranti e guerrieri nella categoria logica suprema, quella riservata ai Re. Gli Hyksos furono tra quelli, furono i ‘Re pastori’, così come lo furono pure tutti i grandi proprietari di greggi che colonizzarono le montagne della Sardegna, i quali lasciarono il loro appellativo nei toponimi in , -: vedi per tutti Arcu ‘e Rì (Arquerì) che ha la base nell’akk. (w)arḫu ‘passo, valico transitabile’ (v. urḫu ‘way, path’) + ebr. rē’û = ‘pastore’, ed anche ‘re pastore’ (come dire: patriarca, padrone di mandrie).

Non si può però chiudere l’argomento di šarru-dannu senza dire qualcosa pure sul termine ebraico Dan. Ma a proposito rimando al lemma Šardana.

SASSU. Questo cognome manca nel Wagner ma c’è nel codice di S.Pietro di Sorres e nel CDS II 58/2, 60/1. Ciò è segno di alta antichità. Pittau (CDS) lo fa derivare dal sardo sassu ‘sabbione’ < lat. saxum. In realtà deriva dal bab. sassu ‘base, pavimento’. Va in ogni modo ricordato che Šašu erano chiamati nel Nuovo Regno egizio i nomadi del Sinai (1540-1070 a.e.v.), onde forse è da qui che deriva il cgn. sardo Sassu. In tal caso, avremmo una ulteriore prova, per via indiretta, del "ritorno degli Shardana" in terra sarda. Infatti la teoria che gli Shardana d'Egitto si fossero almeno mischiati agli Hyksos, prima che questi rifluissero verso il Sinai, ha parecchi sostenitori. Vedi al lemma Hyksōs.

TIRRENI. Per gli antichi Greci i Τυρςηνοί provengono dalle alture dell’Athos, le quali figurarono da loro occupate. Secondo Erodoto, Tyrsenos, figlio di Atys, avrebbe guidato i Lidi in Italia e avrebbe dato nome ai Tirreni. Ma c’è pure la terza citazione, quella di Strabone (V, 2,7), secondo cui, arrivando in Sardegna, gli Joléi, si mischiarono con gli abitanti delle montagne che si chiamavano Tυρρηνοί. Secondo Ellanico, i Pelasgi sono stati designati col nome Tυρσηνοί dopo il loro arrivo in Italia. Le tre attestazioni, a ben vedere, non si contraddicono. Vanno semplicemente interpretate correttamente.

Possiamo accogliere il nome Tyrseni nel senso di gente che ‘è andata errando’? Sarebbe un nome che lo stesso popolo etrusco non gradì mai, pago di quello più antico di ‘signore’, di rāš-, di Rasenna, da accadico rēšu ‘head, top quality’, cananeo rāš, ebraico rōš ‘capo, principe, leader’. Tirreni, in quanto “erranti”, sarebbe più consono per i Tirreni della Sardegna, perché in tal caso l’appellativo sarebbe semanticamente identico a quello di Diaghesbeís (= *Transhumantes: vedi lemma), come in seguito i montanari sardi furono chiamati.

Il nome Tyrseni secondo il Semerano corrisponde a una voce assira tartânu, turtânu ‘capo, dignitario, comandante in capo’, ebr. tartān (titolo di un dignitario assiro, ‘generale’. La -σ- al posto della -τ- è una normale assibilazione (uguale a quella greca del tipo Poseidone < Poteidaion). In latino abbiamo Tyrrheni, per normale assimilazione progressiva di -rs-.

Le due versioni Τυρρανοί e Τυρσανοί si posero su un piano di rispettivi raffronti (non di fusione, né tantomeno confusione) con latino turris ‘fortezza, castello’ e greco τύρσις ‘fortezza, torre’. Cfr. pure lidio Tύρρα ed osco tiuris. Il riscontro a queste radici manca nell’i.e. mentre si ha una forma calzante nell’accadico dūru ‘fortificazione, torre, difesa’.

Tornando a turtânu = ‘capo’, la resa greca Tυρσηνός (t > s) da turtânu, si chiarisce e si richiama, per questo nome più che per altri, al principio dell’interferenza semantica, nel quale i Greci erano maestri. Essi stravolsero centinaia di nomi e di significati con una foga che non ha eguali nel Mediterraneo. Tipico il caso di ’Aίγυπτος, l’Egitto, che diviene ‘il paese delle capre’, mentre in realtà il nome originario è quello dell’antica Menfi, reso in babilonese Hikupta-.

Il gr. Tυρσηνία è dunque calcato (mero calco, secondo Semerano), sulla base italica turris, gr. τυρ-σις che richiama accadico dur-uššu ‘fondazione d’una casa, d’una città, mura di una città, fortezza’, ‘recinzione di una casa’. Entrambi questi nomi hanno la base in termini semanticamente uguali o quasi, come abbiamo già visto: turris ‘fortezza, castello’, τύρσις ‘fortezza, torre’.

La lambiccata ricostruzione del Semerano non inficia la sua stessa intuizione che Tυρσηνοί sia da tradurre, alla fine, come ‘(quelli) delle alture (dell’Athos)’, cui s’aggiunge il suffisso -σαν-, -σην- (ebr. šākan ‘abitare’). Concludendo sul Semerano: la forma accadica turtânu ‘capo, dignitario’ convive con e subisce l’influsso di dūru ‘fortificazione, torre, difesa’ per il fatto che i Tirreni abitarono per secoli nelle caratteristiche torri dell’Athos, che sono alture dalle pareti precipiti, talora isolate tra di loro (vedi aramaico tur ‘altura, monte’).

Pittau, che non cita mai il Semerano quasi temendolo, ha sempre sostenuto una tesi monca, cioè che l’origine prima dell’etnico Tirreni sia dal termine turris, τύρσις, τύρρις ‘torre, fortificazione’. In tale procedimento il Pittau riprende soltanto uno dei termini coinvolti dalla ricerca del Semerano. Egli si è lasciato guidare dalla certezza che i nuraghi siano fortezze. E questa tesi, ancora oggi sostenuta da alcuni studiosi ed estimatori dell’archeologia sarda, rafforza un’altra teoria dello stesso Pittau, secondo la quale gli Etruschi/Tirreni sarebbero sbarcati anzitutto in Sardegna, soggiornandovi quattrocento anni prima di navigare verso l’Etruria. Solo così si spiega un termine troppo ingombrante e clamoroso, il Mare Tyrrhenum, che secondo il Pittau fu chiamato così dalla navigazione dei costruttori di torri (gli antichi Sardi) che in certi momenti ebbero ad esercitare una sorta di talassocrazia.

Inserisco momentaneamente uno stop alla discussione per sottolineare una stranezza: il Pittau s’ostina ad affermare che le torri sarde (i nuraghi) siano seimila. Il Lilliu (il massimo esperto) ne ha contato settemila, ed a quanto pare ha messo nel novero soltanto quelle segnate nelle tavolette. L’Angius, quando decise di farne la conta per qualche paese, scoprì una realtà molto più espansa. Ad esempio, per Armungia citò nominalmente quindici nuraghi, mentre la tavoletta oggi ne segna tre. Non si è lontani dal vero parlando di diecimila nuraghi originari, molti dei quali, ahimè, ormai smantellati (ecco una delle ragioni sul ballo delle cifre).

Ritornando alla discussione sui Tirreni, va osservato che, comunque si veda il problema, la Sardegna è letteralmente invasa da una pletora di nuraghi (“torri”). Praticamente da ogni nuraghe se ne vede un altro, talora persino cinque. Sembrano strutture marziali, e se lo fossero sarebbero i castelli più antichi e più inutili dell’umanità, fatti per morirci asfissiati dalla prima pira addossata dagli assalitori. I quali assalitori sarebbero stati poi quelli del nuraghe allocato seicento metri più avanti, i loro amici, i fruitori degli stessi pascoli. Stupiscono molte questioni a riguardo dei Tirreni (e dei nuraghi), ma una di queste dovrebbe far riflettere un po’. Eccola. Il Pittau sostiene l’identità turris-Tyrreni ma non rende conto del fatto che le “torri” antiche in Sardegna sono chiamate nuraghes, non turres. Il Semerano è convinto anch’egli che i nuraghi fossero fortezze, ma non mette affatto in relazione i Tirreni con tali “torri”. Meno male. Egli non si cura troppo dell’origine prima del nome nuraghe, ma è sicuro che i Tirreni non erano “costruttori di torri” sibbene, avendo un nome etnico (da Tirreno che li conduceva), che richiamassero il concetto primitivo di ‘capo, dignitario, condottiero’, nonché quello paritario di dūru ‘cinta muraria’ (riferita alle pareti delle rupi dell’Athos).

I due studiosi, impegnati a sostenere le proprie tesi, non s’accorgono di una terza via. Il nome del nuraghe è una semplice metatesi dell’akk. nuḫar ‘altare elevato’. I nuraghi erano altari di pietra del Dio Sole, portati a grandi altezze (28-30 m) al fine di fargli sovrastare la foresta che in Sardegna, a quei tempi, doveva essere dappertutto e molto rigogliosa. I due studiosi non s’accorgono di una terza via neppure al riguardo dei Tirreni.

L’appellativo Tyrrèni può essere spiegato, in definitiva, come un composto creato sulla base dell’aramaico tur ‘monte’ + accadico di origine sumerica enu ‘lord’. Tiro stava sopra un alto scoglio, e la tradizione vicino-orientale di chiamare monte persino un breve rialto è rimasta intatta pure in Sardegna: ad esempio, il Monte Campanedda (agro di Sassari) si solleva sulla pianura di soli 10 metri. Il sardiano Tur-enu (poi lat. Tyrrenus) significò quindi, letteralmente, ‘signore di Tiro’, ‘abitante di Tiro’.

Dopo questa defatigante analisi etimologica, va rimessa in primo piano la notizia di Strabone (V, 2,7) secondo cui i Tyrrenoí abitavano le montagne della Sardegna. Questa notizia non fa che fortificare l’interpretazione che a ripopolare le montagne sarde nel 1000 a.e.v. furono i pastori ebraici (mischiati ovviamente a pastori Tirii). Quindi, quando si parla dei Tirreni in quanto Etruschi, occorre sapere che erano abitanti della Sardegna ma derivavano propriamente da Tiro, città rinata dopo l’invasione degli Shardana. Quando si parla di Mare Tirreno, occorre sapere che quel mare ebbe il nome dagli antichi Shardana che ritornarono in Sardegna col nome di ‘signori di Tiro’. Quando si parla di alfabeto etrusco, occorre sapere che esso è lo stesso col quale fu scritta la Stele di Nora per mano degli Shardana.

È quindi del tutto chiaro che i Tyrr-eni non erano altro che i Tyr-i, gli abitanti di Tiro, ossia erano i Fenici che ritornavano ad abitare la propria madrepatria. Di essi sono rimasti in Sardegna quattro toponimi (vedi Toponomastica Sarda): il primo dei quali è Thar-ros, il secondo è Tà-thar-i (Sassari), il terzo è Villa-Ṣor, il quarto è Tyrr-is Lybissonis (Porto Torres); nonché il cognome Zurru.

UDDADHADDAR. Questa strana parola fu trovata in agro di Cuglieri su una iscrizione confinaria latina che reca la seguente frase: TERMINUS QUINTUS UDDADHADDAR NUMISIARUM, che può essere tradotto come segue: Quinto cippo terminale degli Uddadhaddar delle Numisie. La frase, da me verificata presso il Museo di Cagliari, è di facile lettura, essendo scritta in un latino pulito, ma resta da chiarire anzitutto il significato di Uddadhaddar.

Il misterioso popolo degli Uddadhaddar (più che un populus, forse era un gruppo) non ha lasciato di sè altra traccia che un nome complesso ed articolato, nonchè un genitivo plurale d’appartenenza.

Anzitutto va chiarito che il terminus quintus è un cippo di delimitazione territoriale: il ‘quinto cippo’. Forse ce ne furono degli altri. Nei tempi andati le delimitazioni territoriali avvenivano in tale modo, legalmente riconosciuto, in uso anche presso i Sumeri ed i Babilonesi. Ancora oggi nei villaggi sardi ci sono degli esperti in grado di individuare tutti i cippi di confine. Evidentemente, ci fu un preciso accordo giuridico affinchè gli Uddadhaddar avessero un territorio di pertinenza.

Tornerò sugli Uddadhaddar. Ora mi soffermo su Numisiarum, che risulta espresso col tema latino. Se ci atteniamo al nome della gens romana di cui i dizionari dànno il maschile Numisius, sarebbe possibile che gli Uddadhaddar siano appartenuti a un latifondista della gens Numisia come schiavi. Ma perché il plurale femminile -arum? È forse legato ad un plurale Uddadhaddar? Poiché l’etnico Uddadhaddar è sumerico, allora anche per Numisiārum si deve supporre la base sumerica, che è nu ‘bird’ + misaz ‘bird’ (= ‘uccello misaz’), oppure numma ‘vulture’ + ‘mountain’ (= ‘gipeto di montagna’). Ci tornerò. Credo comunque opportuno attenermi alla base sumerica, anche perché l’uso della lingua latina per la parte radicale darebbe problemi. Esempio: alcuni traducono Numisiarum ‘della Numidia’. Ma è scorretto: ci saremmo aspettati Uddadhaddar Numidiae (= ‘U. della Numidia’). Se invece si dovevano citare delle donne nùmide, ci saremmo aspettati U. Numidārum. Se poi la base fosse greca, deriverebbe soltanto da νομεύω ‘fare il pastore, pascolar le greggi’, νομή ‘luogo del pascolo’, νομῆες ‘pastori’, da cui νομάς - νομάδος ‘nomade, che erra per mutare pascolo’. Ma tale radicale lega male col membro -si-ārum.

Prima di concludere su Numisiārum, torno al termine Uddadhaddar. Per capirlo, in “Toponomastica Sarda” avevo tentato varie vie, mettendo in campo, oltre la lingua accadica, quella fenicia, quella egizia e le altre della Mezzaluna Fertile. Fatica sprecata su un esito lambiccato, che è rimasto una mera ipotesi di lavoro. L’unica base valida resta invece la lingua sumerica.

Dal sumerico abbiamo u-dada-dar (u ‘pastore, pecoraio’ + dada ‘ostile’ + dar ‘disperdere’ (of crowd: break up), col significato letterale di ‘pastori ostili dispersi’. Aggiungendo al sintagma u-dada-dar il composto sumerico numma-iš (ossia Numis-i-ārum), abbiamo il significato di ‘pastori ostili dispersi, quelli del gipeto montano.

Esplicando la frase sintetica TERMINUS QUINTUS UDDADHADDAR NUMISIARUM, abbiamo quindi: “Quinto cippo dei pastori ostili (delimitante il territorio raggiunto nel loro ver sacrum sotto la guida) del gipeto di montagna’. È facile immaginare cosa era successo in quel periodo. Gli U (pastori) erano dada (ostili: alla città romana di Bosa, ovviamente; la assalivano con le bardàne, ossia con cavalcate guerrigliere). Per tale ragione furono dispersi dalla truppa romana e costretti ad un ver sacrum, ossia a muoversi di primavera seguendo un animale selvaggio per cercarsi un territorio stabile e controllabile. La marcia, partendo da Bosa, fu fatta seguendo un gipeto, un volatile ancora oggi emblematico di quelle montagne, che evidentemente si posò definitivamente nel territorio dell’attuale Cuglieri, dove essi piantarono i cippi di confine, a futura memoria sia dei Romani controllanti sia dei pastori controllati.

Ciò stabilito, sembra che questi Uddadhaddar non siano spariti del tutto dalla storia, se è vero che forse ricomparvero nel Medioevo. La discussione etimologica del toponimo-coronimo Sassari-Thàthari (vedi) sembrerebbe trascinare con sé pure la discussione dell’etnico Uddadhàddar. Per quanto riguarda il coronimo Thàthari, con molta circospezione si potrebbe supporre che, viste le fluttuazioni (confermate dagli stessi storici) di parecchi popoli sardi d’epoca punico-romana, possa esserci stata la migrazione di questo gruppo omogeneo, che a maggior ragione può essere avvenuta nell’alto medioevo, quando i Bizantini furono inibiti dalla talassocrazia araba e cominciò un plurisecolare periodo d’indipendenza (e di anarchia) sarda. In tale periodo è possibile immaginare che l’etnico Uddadhaddar si fosse già semplificato perdendo il primo membro Udda-, mentre il secondo membro -Dhàddar avrebbe finito col connotare insieme un popolo e un territorio, divenendo infine un coronimo, quindi il toponimo del borgo Thàthari nato attorno ad alcune laure di monaci bizantini. Ma quanto sin qui affermato è una mera ipotesi, e non pretende di essere altro.