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Sassari preromana. Colonizzazione della Nurra e della Romangia

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di Salvatore Dedola 

Per carenza d’interpretazione e di momenti intuitivi, gli studiosi che hanno tentato di evidenziare l’origine di Sassari e del suo nome non sono arrivati neppure allo strato bizantino, si sono fermati ai primi anni bui del Giudicato di Torres. Tale iniziativa è rimasta in mano agli storici del Medioevo, la cui competenza è notoriamente ferma a certe date, oltre le quali non si sentono d’andare. Ma anche il Meloni, che pure conosceva la storia romana, non andò lontano nella protostoria sarda, fermandosi al 238 a.C. e sbagliando persino l’inquadramento del primo arrivo dei Punici. Più in là nessuno si è mai spinto, neppure Barreca, il quale era l’esperto dei Fenici.

In Sardegna gli specialisti delle antichità, ossia storici, archeologi, linguisti, si sono scaricati a vicenda l’onere della ricerca delle origini; di ciò ha sofferto anzitutto la toponomastica. Illuminare le vere origini non interessa a nessuno, e se qualcuno ci tenta, gli strumenti esclusivi a sua disposizione sono grecismi e latinismi, con i quali si percorre poca strada.

Pittau (OPSE 236) non affronta la complessa questione dell’etimologia di Sàssari, limitandosi a ricordare un parallelo tra Sàssari, Sàssara (Tonara) e l’etrusco Sàssera (isola d’Elba).

In verità, il lemma Ṣàṣṣari contiene la base sumerica sar ‘giardino, orto; rete di orti’, reduplicata (e semplificata) per legge fonetica, a indicare la totalità: sa-sar- (+ lat. -is > Sà-sar-is); in origine significò ‘immensa rete di orti’. Stando alle teorie sulla lingua sumera, che era lingua pan-mediterranea, il termine dovrebbe risalire almeno a 11.000 anni fa.

Sàssari è chiamata pure Thàthari: la città quindi ha due nomi, caso unico in Sardegna. Thàthari è anch’essa reduplicata secondo la legge sumerica e accadica: Tha-thar- (+ -is).

Ha dunque radice Thar- ed è affratellata al toponimo Tharr-os: entrambi con pronuncia dura: Ṭar- per Tharros, Ṭa-ṭarr- per Thàthari. Sono due termini relativi a città poste su tavolati calcarei miocenici, i quali producono terre molto feraci, come appunto quello di Sassari e quello del Sinis.

Per capire il legame di Tharr-os con Tha-thar-i, preciso che ambo i toponimi sono fenicio-cananei ed hanno origine da Tyros, la principale città fenicia, detta in fenicio or, ebraico Ṣôr (cfr. sardo Villa-Ṣor), accadico Ṣurrum (vedi cognome sardo Zurru). Ṣûr, Ṣôr significa ‘roccia’, perché Tyros stava su un grande scoglio calcareo, e il termine è affine all’akk. ṣeru ‘dorsale, territorio elevato’, ṣūrrum ‘esaltare’, aram. tur ‘monte’ (vedi il monte Tur-usèle nel Supramonte), da collegare al babilonese ṣīru ‘augusto, eccellente, di rango primario’ (v. ingl. sir, it. sire).

Sgombriamo il campo dall’ipotesi che Sassari sia antica quanto Tharros o pressapoco. Il punto non è questo, anzi dai dati storici e archeologici disponibili viene fatto di pensare che la piazzetta medievale di Pozzu di Biḍḍa (il nucleo originario della città di Thàthari) sia nata inizialmente come modestissimo agglomerato di laure bizantine, quanto bastava ai monaci per il ricovero personale (una capanna a testa), mentre poco più in alto fu eretta un’umile chiesetta dedicata a san Nicola di Bari (anzi a Nicola di Mira, città che stava in territorio bizantino classico, poi occupato dai musulmani). Ma intanto sappiamo bene che a un chilometro dal Pozzu di Bìḍḍa stava il celebre villaggio chiamato Silki (col suo bravo nome sumerico: sil ‘’remoto’ + ki ‘luogo, sito, terreno’, col significato di ‘terra lontana, ossia ‘terra distaccata’: da Thàthari), e che a metà strada tra Silki e questa fonte stava la nota dragunàja delle Conce ed in più la fontana di Santa Maria. Era ricchissima d’acque, questa conca dove vivevano masse di agricoltori che da millenni parlavano il sumero-fenicio-accadico. Tragunàja, 'corrente d'acqua sotterranea', 'grossa vena d'acqua nascosta', ha la base nell'akk. turku-nāru: turku 'tenebroso' + nāru 'fiume'. Significava e significa 'fiume sotterraneo, fiume delle tenebre'.

Cominciamo a capire che la Sardegna è letteralmente zeppa di toponimi sumeri, fenici, accadici, e che tale pletora collide con le “certezze” degli archeologi, i quali restringono la presenza dei navigatori fenici nell’isola, relegandoli quasi sempre lungo le coste. In mano loro la “questione fenicia” è diventata uno dei più grossi imbrogli della storia sarda. Conosciamo l’approssimazione degli archeologi nel riconoscere come fenici certi manufatti, e non altri. In quest’ottica, non hanno pudore a sostenere che l’enorme quantità di scarabei e altro materiale “egittizzante” trovato a Tharros sia tutto d’importazione, anziché nostro, ossia di creazione sardiana.

Viene posta una barriera invalicabile tra Sardi e Fenici, che li mostra come popoli antagonisti, mentre le ricerche biologiche sugli aplotipi e le ricerche linguistiche fanno riconoscere i due gruppi come un solo popolo. I Tyrr-eni erano gli abitanti di Tyrr-is (Libysonis), e dettero il nome al Mare Tyrr-enus. Guarda caso, erano gli stessi abitanti di Tyr-os. I quali, poi, non erano altri che gli Shardana (uno dei Popoli del Mare) i quali, avendo annientato la civiltà ugaritica ed avendo ricreato al suo posto quella tìria, ripartirono proprio da Tyros per ritornare nella propria patria di origine. Di qui il ricorrere della radice tyrr- in Sardegna.

Il toponimo Porto Torres ha la base in Tyrris Libysonis, come sappiamo. Fu da questa colonia romana che originò nell’alto medioevo la nascita della vicina città di Sássari (Tháthari). Ma non si trattò di fondazione. In un primo momento è da supporre lo spontaneo agglomerarsi di pellegrini, poi di commercianti, infine di artigiani ed agricoltori (provenienti dall’intero territorio della Románia o Romángia), che costruirono delle dimore presso l’insediamento di laure bizantine nate attorno a Pozzu di Biḍḍa. Al primo assembramento comunitario s’aggiunsero poi le ondate di fuggiaschi turresi sospinti dalle incursioni arabe. Thàthari era avviata a crescita lenta, perchè anch’essa era facile preda degli incursori, tanto che la capitale turrese era stata trasferita nella lontana Àrdara.

Tyrris Libysonis fu certamente fondata dai Romani, e gli scavi archeologici non dànno appigli sicuri a quanti, immaginando dietro l’aggettivo Liby- una prefondazione punica, pensano di tradurre il toponimo come ‘Torre libica, ossia cartaginese’ (i Cartaginesi erano spesso chiamati Libici). Ammesso che ci fosse stato un precedente sito punico, perché i subentranti romani avrebbero dovuto dare al porto-estuario sul rio Mannu il nome della peggiore nemica? Dobbiamo consentire che la volontà difettava, e tuttavia Turris Libysonis era stato proprio un fondaco punico. Se gli archeologi non hanno trovato prove materiali concrete, lo ammettiamo con la prova linguistica, poiché se allo storico per pronunciarsi serve una fonte storiografica del passato, se all’archeologo per pronunciarsi serve un manufatto del passato, a noi linguisti-etimologi per pronunciarci serve la parola del passato. Quando le pietre rimangono mute, le parole continuano a parlare.

La radice Tyr- non s’addice ad alcuna ‘torre’ ma alla città fenicia Tyr-os. E una volta ammesso Tyrr-is < Tyr-os, dobbiamo ridiscutere pure il nome Tyrrhēnói ‘Tirreni’. Essi non furono i ‘costruttori di torri (nuragiche)’ come sostiene Pittau, ma i Tyr-ii, la cui egemonia navale diede persino il nome al Mare Tirreno.

Libyson-is (suff. lat. -is) ha la base etimologica nell’egizio Rebu, Lebu (Libya ossia Africa del nord), cfr. ebr. לוּב sūnu(m) ‘seno, grembo’, ‘fianchi’ della donna in termini sessuali (anche come posto per ricevere, accogliere), cfr. lat. sīnŭs, oltrechè ug. sn che però è di etimo incerto; Turris Libysonis ebbe il significato di ‘grembo accogliente dei Libii di Tiro’, ossia dei Punici, originari di Tiro; il poetico ‘grembo’ è riferito alla foce del fiume dove stava il fondaco.

Le póleis senza territorio sono un’invenzione. Figuriamoci Turris, che non era pólis ma colonia. Non è facile, oggi, capire come si scompartiva minutamente la vocazione orticola di Turris e hinterland. La ricchezza del retroterra che chiamarono Romània era incredibile, capace di dare tanto grano, fatta salva la vocazione orticola di Sassari, della quale, sono certo, trasse vantaggio l’Urbe, visti i rapidi movimenti del naviglio per Ostia.

E laddove s’insediarono i Romani di Turris, lì si parlò latino. Ancora oggi le sacche fondative che delimitano l’antica Romània o Romàngia sono le stesse: Sassari, Sorso, Porto Torres, Stintino, La Nurra. Oltre questi confini, finiva il latino dei Turrenses, finisce il dialetto sassarese, e finiscono gli orti.

Gli abitanti di Sorso, da akk. šuršu ‘fondazione, insediamento’, sono detti Sorsinchi da sempre: -íncu sumerico inku ‘chi sta e vive in un preciso sito’, lat. incŏla. I Romani li chiamarono però Sossinates (Strabone V, 1-7), ma prima dei Romani, e poi dopo, fino ad oggi, essi si sono sempre detti Sussinchi: in ciò c’è l’indice di una resistenza culturale contro l’occupazione romana, e pur stando dirimpetto ai Sinnarési, che erano pastori, non credo che la boria degli occupanti romani avesse aizzato troppo i Sorsinchi contro i Sinnarési. “Do ut des”. Sènnori (accadico ṣen-urû ‘ovili di pecore’: ṣenu ‘greggi, pecore’ + urû ‘stalla, ovile’) dovette essere tributario di prodotti pastorali per Sorso e Thàthari. Comunque la separazione storica alla quale assistiamo oggi – Sorso sassarese, Sénnori logudorese – fa capire che i Sorsinchi, al pari dei Thatharesi, pur essendo abitatori da tempi immemorabili, subirono ad opera dei Romani un repentino e radicale soppianto.

La spocchia dei Sassarési verso li biḍḍìncuri risale a quando i Romani, colonizzando la Romània e spin¬gendo indietro i Còrsi e i Bàlares (relegati a un destino di pastori sulle alture), determinarono pure la diffe¬renza dialettale. Sassari, dopo il declino di Turris a causa degli Arabi, visse un destino di città-capitale, e governò la Romània imponendo la parlata latina (espansa appunto a Sorso, Turris, Stintino, la Nurra, S’Alighèra), e lasciando che le disprezzate (o temute?) popolazioni delle colline (li biḍḍíncuri, dal lat. villae + incŏlae ‘abitanti dei villaggi’) parlassero l’antico sumero-accadico-fenicio-ebraico e vivessero un destino di tributari dei prodotti che la Romània non aveva (legname, cera, maiali, prosciutti, salsicce, buoi da lavoro, cavalli, pecore, formaggi, latte, carne, lana, pelli, corna, vino, olio, cestini). Il destino di S’Alighèra in seguito deviò ad opera dei Catalani.

Ad ogni modo, la divisione dell’economia aveva fruttato ai Sassarési, da parte di li biḍḍíncuri di lingua semitica, il primo epiteto: Thatharésu magna cáura, sintagma integralmente semitico: Thatharésu, lo sappiamo; cáula è da akk. ka’’ulu(m); magnà da akk. mânu ‘fornire di cibo’, vedi ant.fr. manger, parola mediterranea (il logud. mandigáre ha diversa ricostruzione, dallo stato costrutto mân-dêq, ‘mangiare cose propizie’: mânu + dêq, damāqu ‘esser propizio’, cfr. lat. manducare).

Dovevano essere burloni, questi biḍḍíncuri, perché forgiarono pure un secondo epiteto: méngu. La stanzialità esasperata nel tavolato sassarese fu osservata da li biḍḍíncuri con divertita spocchia, e méngu, dallo stato costrutto accadico men-ḫū’u ‘amanti dei gufi’ (menû ‘amare’ + ḫū’u ‘civetta, gufo’), era il minimo che sos Thatharésos meritassero per l’esasperata vocazione a fare la guardia, a turno, ai propri orti anche di notte, al fine d’impedire gli sconfinamenti e i danneggiamenti delle greggi. Questa guardiania è nota persino dalla Carta De Logu. Méngu era d’uso mediterraneo, e infatti il cognome Mengo proviene dalla penisola: interpretato come vezzeggiativo aferetico di Menico, Domenico (così Pittau e De Felice) ha invece origine nel fenomeno suddetto, quello dei Romani coltivatori stanziali, che fu osservato da tutti i popoli prelatini (parlanti il substrato semitico). In tal guisa ci accorgiamo che ormai in Logudoro si stavano delineando due aree distinte, due lingue contrapposte. I Romani nel bassopiano sassarese e, sospinti sulle colline, gli “ex”, i Sassaresi in ciábi, da akk. qabû 'nome, chiamata (per nome); designare, nominare'. Sassarésu in ciábi significò 'Sassarese per definizione, Sassarese di nome (e di fatto)'.

I nuovi “Sassaresi”, ossia i Romani, rispondevano agli epiteti semitici con la maledizione tardo-latina la crozi mara!, che in latino ciceroniano fa malam crucem! Il mio professore di glottologia all’Università rimase di stucco a sapere che la terribile maledizione romana, rivolta ai non-romani (giuridicamente diversi), è ancora viva a Sassari. Segno che la catastrofe linguistica in questo territorio fu radicale.

E così ci fu pure il crollo della tradizione giuridica dei precedenti abitatori. Lo notiamo da questo: i Romani lanciavano la maledizione La crozi mara!, li Biḍḍíncuri rispondevano con l’epiteto “Tatharésu impicca-babbu”, sintagma interamente semitico: babbu è dal bab. abu ‘padre’, impicca è dal bab. pīqu ‘strangolare’. E così veniamo a sapere che dal padre ci si liberava strangolandolo. Il parricidio era un uso prettamente romano, per il fatto che il peculium della famiglia rimaneva sempre in potere del paterfamilias, ed i filii-familias maggiorenni e sposati, non potendo accedere a mutui di alcun tipo, erano spesso indotti al parricidio per subentrare nella disponibilità del peculium. Fu necessario il “senatoconsulto Macedoniano”, espresso sotto Vespasiano (69-79), per impedire che i parricidî continuassero, o almeno fossero meno numerosi. Ma intanto li Biḍḍìncuri, di lingua e diritto semitico, avevano già preso le loro vendette contro gli occupanti, e la nomea dura ancora.

E quando abbiamo accertato che Sassari e Silki (sum. ‘Terra lontana, separata’: sil ‘’remoto’ + ki ‘luogo, terreno’) hanno nome sumerico, che Porto-Torres ha nome sardo-fenicio, che Sorso e Sénnori hanno nome accadico, siamo già al centro d’una scoperta gigantesca, siamo al centro di quel famoso 50% di lemmi sardo-semitici da me conclamato. Il territorio sassarese ne è zeppo e, fatto salvo qualche toponimo latino (quale Ischàra di la ciògga, dal latino cochlea ‘lumachina’, oppure La Crucca, ugualmente dal latino cochlea, ciogga minuda, oppure ancora S.Michele di Plaiano dal latifondista latino Plarianus), per il resto ci troviamo in mezzo ad una lingua certamente fenicia, anzi sardiana, più antica del fenicio, una lingua shardana tout court.

Wagner sbagliò a scartare dai suoi studi la parlata sassarese in quanto ritenuta una costola dell’italiano antico. Parimenti ha sbagliato il Comitato che ha imposto sa Limba Sarda Unificada. Sassari conserva certamente una buona porzione d’italiano antico, nella misura in cui fu ripopolata da plebe gallurese in occasione delle due grandi pesti, ma resta intrisa delle parlate prelatine e prefenicie, né più né meno come le restanti popolazioni che chiamiamo biddíncuri. Il pre-latino è quello zoccolo duro dei Sassaresi che li accomuna a tutti i Sardi. Ma in più, ecco il punto, Sassari è maggiormente intrisa di latino, per avere origini direttamente urbane. L’origine romana dei cittadini di Tyrris e quindi di Thàthari si legge in filigrana ancora oggi nella iattanza e nel ridicolo orgoglio di essere cittadini contrapposti ai villani, complesso di superiorità duro a morire perché nacque come “marchio di fabbrica” della potenza imperiale. Ma gli studiosi di lingua sarda avrebbero dovuto vedere queste particolarità come una ricchezza della lingua sarda, anziché una conventio ad excludendum, una auto-denegazione di sardità, talchè trattano i Sassaresi come gli Algheresi che parlano catalano puro, escludendoli entrambi.

Ma torniamo al ricco dialetto sassarese. Quando si dice a uno Chi ti fària un ràju non s’intende che cada l’osso appuntito usato per lavorare l’asfodelo (dal latino radius) ma che gli cada un fulmine (dall’accadico raḫium ‘fulmine’, cui attinge anche lo spagnolo rayo!). Quando si nomina la cannaguru non s’intende, all’italiana, la volgare ‘canna del culo’. Il termine deriva dal babilonese ḫanāqu (+ suffisso sardiano -ru) che significa ‘strozzare, stringere, circondare in modo soffocante, uccidere strozzando’; indica insomma lo ‘sfintere’. È tipico dei Sassaresi mandare al diavolo uno dicendogli Escimìnni dall’iłtàmpa manna di lu curu, che è tutto un auspicio, mirato non solo a liberarsi del peso della persona molesta ma di vederla strozzata nell’uscire dall’intestino.

Ma l’invocazione più sconvolgente è senz’altro quella per cui i Sassaresi vanno famosi. E nel sentirgli spesso quell’espressione in bocca, l’estraneo li bolla come maleducati. Se qualcuno andasse in Marocco ed in tutto il mondo arabo, sentirebbe i musulmani, che pure non possono nominare il nome di Dio invano, ripetere ad ogni frase: Insciallàh, che significa ‘se Dio lo vuole’. Così è per i Sassaresi. Perché questo termine venerando, da noi esportato persino nel resto d’Italia al tempo dei Pisani, non è altro che una invocazione all’effige del Dio onnipotente. Le donne non la dicono più, perché quei pervasivi dei Gesuiti spagnoli le convinsero ad invocare la Madonna, ed ancora oggi, per ogni motto di paura o di dolore, la donna logudorese dice Soberana! ossia ‘Sovrana!’. Mentre l’uomo dice ancora Cazzu! che significa, letteralmente, ‘Dio mio!’, ed è riferito alla ‘immagine di Dio’, derivando dal babilonese kattu. Il termine è molto simile a quello dei cagliaritani, che nei momenti di sorpresa o di dolore dicono Tadannu!, dall’accadico Dandannu, che è appunto una invocazione al Dio onnipotente.

Il territorio sassarese è zeppo di termini shardana, come Serra Secca, il cui etimo sembra sin troppo facile ma denuncia una sovrapposizione di concetti antico/moderni che però vale la pena esaminare. Quartiere cittadino, che a metà ‘900 era ancora campagna, Serra non è dallo spagnolo sierra ‘cresta seghettata aspra e arida’, neppure Secca significa ‘arida’. Serra ha la base nell’ugaritico ṭrr (pronunciato tzerra) ‘ricco d’acqua’; Secca è dall’accadico šīḫu ‘insediamento di fattorie’: Serra Secca significò ‘insediamento di fattorie irrigue’. Serra Secca è simile al toponimo campidanese Serramanna, paese perfettamente pianeggiante al centro della grande pianura del Campidano, posto alla confluenza dei due fiumi maggiori; prima delle canalizzazioni dell’Ente Flumendosa era l’unica area irrigua del meridione. La base etimologica è l’ugaritico ṭrr ‘ricca d’acqua, bene irrigata’ + sum. maḫ ‘grande, potente’ (da cui lat. mag-nus). Altri invece traducono come ‘grande dorsale montagnosa’, lasciandosi inviluppare dalla paronomasia e coprendosi di ridicolo.

Serra Secca era pure la via dei disperati, perché una variante viaria, l’antica strada nuragica poi diventata romana ed infine nota come l’ex “Carlo Felice”, conduceva direttamente alla Rocca di Chighizu, la rupe dei suicìdi, declassata a innocua falesia soltanto dopo che Mussolini ebbe fabbricato un surrogato cittadino per i suicidî, il Ponte di Rosello. Chighizu ha la base nell’akk. kikkišu ‘recinzione, palizzata’ (in Mesopotamia non esistono né monti né baratri: le verticalità erano espresse da mastodontici incannicciati riempiti di fango), e in Sardegna indica le falesie di calcare bianco.

E se La Landrigga, ‘il salto dei porcari, il ghiandatico’ ha un tipico nome latino (da glans, glandis ‘ghianda’, onde *glandicola > *landiricola > Landrigga), il selvaggio Monte Alváro nella Nurra di Campanedda non ha origine spagnola né italiana ma babilonese e significa ‘aspro e selvaggio, non coltivabile’, come i numerosi monti Alvu, Arbu o Albo della Sardegna e come la stessa Barbàgia, che i Romani per paronomasia ritennero riferita ai barbari e la chiamarono Barbaria mentre per gli Shardana, che la chiamavano *Arbaria, significava soltanto ‘territorio non adatto all’agricoltura’, dall’akk. arbu ‘incolto, selvatico’.

La Valle di Giòscari ha le basi semantiche nell’aramaico-cananeo Ziw ‘(Mese della) fioritura’ + akk. ḫārru ‘canale, corso d’acqua’. Giòscari (da Ziw-ḫārru) significa ‘il rivo della primavera’. Buḍḍi-Buḍḍi a sua volta significa ‘la valle dei canneti’, dall’assiro budduru ‘fascio di canne’. La Sardegna è piena di toponimi riferiti alla canna ed ai suoi manufatti, segno che la canna serviva molto, non solo per le launèḍḍas, il cui nome composto significa ‘gote gonfiate’, dal babilonese laḫu ‘bocca, gote’ e nīlu ‘ingolfare, inondare’, che produsse un *laḫunellas > launèḍḍas.

Sulla storia della canna in Sardegna, i toponimi narrano tutto. Ma ciò accade anche per la palma nana, che un tempo doveva essere produttiva, visto che in Sardegna abbiamo una autentica pletora di toponimi a lei riferiti, nonchè il cognome Talu. Dal nome comune ebraico tâlu ‘giovane palma da datteri’ abbiamo parecchie varianti, tutte riferite a vere e proprie foreste di palme (di cui la Sardegna allora era zeppa). Tratalìas è una di queste varianti, che per l’importanza della foresta subì persino il raddoppio fonetico: *Tal-tal-ìas (che poi per la metatesi e la rotacizzazione tipica del sud Sardegna divenne Tra-Tal-ìas.

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- Online dal primo maggio 2010 -