Olbia - Planetario di Archimede
Ritrovato a Olbia parte del planetario di Archimede.Sembra certo che il frammento di una ruota dentata ritrovata durante gli scavi effettuati a Olbia nel 2006 appartenga al mitico planetario di Archimede.
Nei locali aeroportuali allestiti per l'occasione dalla Società Geasar (Società di Gestione Aeroportuale), hanno fatto gli onori di casa l'ing. Silvio Pippobello, Direttore Generale della Società e il sindaco di Olbia Giovannelli.
Presenti alcuni dei massimi esponenti dell'archeologia in Sardegna, mercoledi 29 u.s. è stato presentato l'importantissimo frammento. L'archeologo Rubens Doriano e l'ing. Giovanni Pastore hanno quindi esposto l'affascinante ricostruzione della sua storia.
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Tratto da: l'Unione Sarda del 20/03/2009
ING. GIOVANNI PASTORE (Università di Potenza) . (www.giovannipastore.it)
Dagli studi su "L'Africa Romana" la nuova scoperta scientifica sul frammento ritrovato nel 2006A Olbia il genio di Archimede Reperto attribuito al Planetario del matematico Venerdì 20 marzo 2009
I n occasione del XVIII convegno internazionale di studi su "L'Africa Romana", svoltosi a Olbia dall'11 al 14 dicembre 2008, è stato presentato in anteprima e solo nelle linee essenziali uno studio che ha trovato la sua sorprendente conclusione in questi ultimi tempi e che ha portato ad attribuire ad Archimede il frammento di ruota dentata ritrovato nel sottosuolo di Olbia. Dopo ulteriori approfondimenti, tre sono le novità principali: il frammento risale alla fine del III o inizio del II secolo a.C.; il profilo dei piccoli denti è risultato curvo, non triangolare come ritenuto in precedenza; il materiale di cui è composto non è bronzo ma ottone.
Nel luglio 2006, durante uno scavo nella piazza del mercato civico olbiese, era stato raccolto un frammento di una ruota dentata. Provvidenziale l'intervento del dottor Rubens D'Oriano della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Sardegna che, da esperto archeologo, ha subito dato la giusta importanza a un insignificante e ossidato frammento metallico. La cronologia del frammento è compatibile con la fine del III secolo a.C. in quanto nello scavo sono stati trovati unicamente reperti che vanno dalla fine III all'inizio II secolo a.C., e cioè il culmine dell'attività di Archimede, proprio nella fase apicale della scienza ellenistica. Sul piano dell'evidenza archeologica risulta, pertanto, il più antico ingranaggio della storia, e non stupisce che susciti grande interesse nella comunità scientifica internazionale.
Nel 1902, nelle acque antistanti l'isola greca di Antikythera, nel mare fra l'Egeo e lo Jonio, era stato ripescato un meccanismo a ingranaggi del I secolo a.C. Il meccanismo è rimasto un unicum fino al ritrovamento a Olbia del frammento. Il Calcolatore di Antikythera era un planetario, l'unico giunto fino a noi, ma le fonti letterarie classiche (Cicerone, Ovidio, Lattanzio, Claudiano) ne citano un altro ben più antico e straordinario, costruito da Archimede nel III sec. a.C., anch'esso presumibilmente con meccanismi a ingranaggi che, dopo la conquista di Siracusa nel 212 a.C., il console romano Marcello aveva portato a Roma.
I denti dell'ingranaggio di Olbia, prima del restauro, apparivano di forma triangolare, come quelli del reperto di Antikythera e come quelli di tutti gli altri ingranaggi realizzati nei secoli successivi, perfino come quelli disegnati da Leonardo da Vinci per le sue macchine. Con grande stupore, invece, dal restauro è emersa una sorpresa: il profilo dei denti non è risultato essere triangolare, ma curvo, tanto che appare straordinariamente simile nella forma e nelle dimensioni a quello dei denti degli ingranaggi moderni.
Il meccanismo di Olbia, quindi, consentiva quell'ingranamento perfetto, senza giochi eccessivi e interferenze, che si raggiunge negli ingranaggi moderni il cui profilo coniugato è il risultato di studi matematici accurati e profondi attribuiti a eminenti scienziati del '600 e '700. I denti triangolari, invece, permettono un ingranamento molto grossolano per l'eccessivo gioco fra i denti in presa e per problemi di interferenza, che provocano impuntamenti nella rotazione.
Dall'analisi chimica spettrografica del materiale, eseguita recentemente, è emerso che il frammento metallico che si pensava fosse bronzo, lega di rame e stagno molto diffusa nell'antichità, così come quello degli ingranaggi di Antikythera o di altri meccanismi antichi, è risultato invece ottone, lega di rame e zinco, più prezioso del bronzo, ma più appropriato per la costruzione di organi molto sollecitati come le ruote dentate, per le sue migliori proprietà meccaniche e tecnologiche. Il reperto evidenzia anche una straordinaria precisione costruttiva, nonostante sia stato realizzato manualmente in un mondo in cui la tecnologia meccanica era di livello molto basso rispetto a quello attuale, e comunque insufficiente per un meccanismo così complesso cinematicamente.
Considerando tutte le conoscenze scientifiche che la sua realizzazione presuppone, sorge spontaneo il sospetto che fosse un frammento del planetario di Archimede, anche perché il meccanismo, o parte di esso, non è mai stato ritrovato. A realizzarlo è stata sicuramente una mente geniale, il cui pensiero scientifico, dall'astronomia alla matematica e alla scienza dei materiali, era avanti di secoli, se non addirittura di millenni, rispetto al suo tempo. Dal momento che la pertinenza di questi congegni doveva essere fortemente elitaria, è ragionevole pensare che il planetario di Archimede sia stato utilizzato da qualche aristocratico o uomo di governo inviato da Roma. Da approfondite ricerche storiche e comparando i dati con le scarse fonti letterarie disponibili, risulta che proprio Marco Claudio Marcello, nipote dell'omonimo generale romano conquistatore di Siracusa, è stato l'ultimo possessore conosciuto del Planetario di Archimede.
Evidentemente il Planetario, in occasione di uno scalo ad Olbia, forse durante una esibizione in onore delle autorità locali, ha subito danni irreparabili ed è finito così, in tutto o in parte, nel sottosuolo cittadino. Una sciagura per l'aristocratico ma una immensa fortuna per i posteri, che ci permette di comprendere il motivo che avrebbe indotto Marcello, comandante dell'esercito romano durante l'assedio di Siracusa, a ordinare ai suoi soldati di salvare la vita dell'illustre scienziato siracusano, probabilmente affinché anche Roma potesse usufruire dei servizi di cotanto genio. Con la sua morte, gran parte della sua sapienza è andata perduta per sempre poiché i Pitagorici tramandavano solo oralmente le loro conoscenze e solo a pochi iniziati; questo ha portato alla perdita di gran parte del loro sapere.
Queste conclusioni servono poi a suffragare quanto da più scrittori sostenuto nelle loro opere letterarie, a partire da Cicerone, circa l'esistenza del Planetario di Archimede e della fama di tale dispositivo ancora dopo molti secoli dalla sua scomparsa, a testimonianza del valore che il mondo romano assegnava alle meraviglie scientifiche prodotte dagli scienziati di origine greca.
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