Fulanu
Fulanu.
È, secondo lo Spano, un pronome indeterminato con cui si tace la persona alla quale si riferisce, e lo traduce «tale, il tale». Corrisponderebbe pressappoco all'italiano Tizio. Ma ha perfettamente ragione l'illustre canonico ploaghese quando precisa che non si indica con fulanu un tale qualsiasi, una persona ipotetica, indeterminata, un uomo qualunque, per dirla con un termine ancora di moda, ma una persona nota e reale, della quale, peraltro, si vuole nascondere o tacere l'identità per motivi vari. Anche se talora, maliziosamente, la si fa riconoscere con qualche accenno abbastanza preciso all'uopo.
Così una poesia a disputa, che ho sentito molti anni fa, trattava di una, come dire?, contesa o pretesa amorosa fra un compare e la sua comare. Cosa che, come ognun sa, è proibitissima per la parentela spirituale che, con la somministrazione del Sacramento del battesimo o della cresima, si costituisce fra i due. Appariva evidente che il poeta si riferiva a persone reali, note, e a un fatto reale avvenuto, e pure noto.
Ma logicamente, per la scabrosità dell'argomento, non poteva farne il nome. Che quindi ha nascosto proprio sotto il nome di Fulanu e Fulana. Compare Fulanu faceva le profferte di amore, e comare Fulana faceva, almeno apparentemente, la ritrosa, richiamandosi, oltre che alla sua condizione di moglie di un altro, anche e soprattutto alla parentela spirituale che la legava al profferente, per s'ozu santu che li univa, ma anche li separava. Al che compare Fulanu replicava che... all'occasione sa comaria ponimus a banda, onde eliminare, se non il peccato di adulterio, quello di incesto.
Il modo di poetare a disputa è abbastanza diffuso in Sardegna, specie fra i cantori estemporanei, che salgono sui palchi in occasione di feste e sagre paesane: ancora oggetto di attrazione e stima per il popolo che volentieri li ascolta. E specialmente, appunto, quando cantano sostenendo tesi opposte, assumono figure o mestieri diversi, cioè in contrasto l'uno con l'altro, perché allora la versificazione è più colorita e vivace e fluida. Tale forma è però usata anche dai poeti da tavolino, che scrivono cioè le loro poesie. E il relativo termine, cantare a disputa, è usato anche se invece di contrasto si tratta più che altro di colloquio. Come in una poesia, che credo inedita, del poeta Dominigu Migheli di Oschiri, dal titolo, se mal non ricordo, Sa cresia de Oschiri ovvero Sa briga de sos santos. Nella quale interloquivano, vivacemente, oltre al poeta e a un muratore sassarese, anche il Sindaco Tomeu (Tomaso Bua, padre del caro amico Mimmia, recentemente scomparso) e perfino Nostra Signora.
A seguito della demolizione della chiesa pericolante, tutti i Santi erano stati allogati in una cappelletta, ove stavano stretti «che anzua in su cadinu» e avevano finito col litigare fra di loro. A causa de sa briga la Madonna scappa, e si dirige a sa de Tomeu, in cui proprio si imbatte, scarmigliata e piangente. Il Sindaco la interpella col dovuto rispetto: E ite ada, signora Maria? E Nostra Signora racconta l'accaduto: cioè l'alterco fra i Santi, originato dalla gelosia di S. Giovanni per il suo agnello; ma richiama anche il Sindaco all'impegno fatto e preso, di ricostruire la chiesa:
E non ti dese ammentare
chi dae s'annu passadu
peràula m'aìzis dadu
ch’ ’endiaìzis su saltu.
Non è il caso di riportare tutta la poesia, anche se, a mio giudizio, ne vale la pena.
Ignoro se taluno abbia indagato sull'origine della parola di cui stiamo trattando, cioè di fulanu. Noi ci permettiamo prospettare una ipotesi, anche se può apparire piuttosto azzardata. In mancanza de menzus, diceva quel... fulanu, cun sa muzere mi corco: in attesa di una spiegazione migliore, valga la nostra. Nelle Storie Tacito ricorda un sacerdote di non so quale divinità, che durante Tiberìo era stato accusato di non so quale crimine di lesa divinità, e aveva il nome di Fulànius. Ora io dico: se è lecito in italiano prendere a prestito alcuni nomi propri romani, Tizio, e Caio, e Sempronio, e perfino Mevio, dobbiamo escludere che qualche lontano studioso sardo abbia mutuato da Tacito il nome di quel Fulànius sacerdote, ridotto a Fulanu in sardo, per indicare una persona qualsiasi, un uomo qualunque? Per la qual cosa in parecchi paesi si usa anche un altro termine, Bodale, quando sul momento non viene il nome alle labbra. Bodale pare derivare da cotalis latino; e per la variazione della e in b ci richiamiamo a quanto detto sopra.
Postilla n. 7. Il chiarissimo professore e carissimo amico Antonio Era, l'esimio studioso di storia sarda, noto in Italia e fuori, si è compiaciuto scrivermi di pelea e futanu. I due termini, dice, si trovano anche nell'algherese, e sarebbero quindi di derivazione spagnola. Ma pelèa e il relativo verbo peleare valgono colà, cioè in Alghero, «combattimento» e «combattere». Lo strano è, osserva acutamente il prof. Era, che mentre l'algherese ha conservato il termine pelèa e peleare nel senso proprio suindicato, come in ispagnolo, ha mutuato dall'italiano «combattimento» e «combattere», naturalmente adattati alla fonetica locale, per indicare invece quei significati di «sopportazione» e «sopportare» che il sardo attribuisce invece a pelèa e peleare.
Circa Fulanu mi informa poi che esso si trova usato da molti secoli nelle carte spagnole, più precisamente castigliane, e sempre per indicare una persona sconosciuta, anonima. E ricorda di aver letto il termine in un formulario conservato nella Biblioteca nazionale di Madrid (il manoscritto, precisa, 10.003, del 1430). Nel quale la formula della curadorìa (ecco un vocabolo molto usato nel passato in Sardegna a indicare una circoscrizione amministrativa, come incontràda) cominciava proprio così: «En la ciudad de A vila, tale e de lantos dias de tal mes ecc. ante Fulanu juez de la dicha» ecc. li termine, infine, avrebbe il suo etimo nell'analoga parola, non ricordo bene se ebraica o araba: con il che cade la mia ipotesi fantasiosa. A meno che non si tratti di una specie di... cavallo di ritorno: da Roma alla Spagna e di qua alla ex-provincia di Roma, la Sardegna.
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