Che i
Che i.
Il detto qui sopra, nella sua formulazione formale, ha una curiosità che mi piace rilevare: ed è la particella i (che i sos males), grammaticalmente superflua, ma di uso normale in sardo, specie nel complemento di comparazione, di paragone, espresso in una certa forma o certo modo.
Ne riportiamo alcuni esempi a chiarimento dei lettori, e di uso comune. Di taluno (e anche di qualche cosa) che mostra una grande bontà in ogni sua azione e nel comportamento normale della vita, si dice senz'altro est bonu che i su pane. Al contrario, di chi mostra un carattere protervo e maligno si dice: est malu che i su peccadu, che i su inimigu: il quale inimigu per ogni buon cristiano è il diavolo che ci induce a peccare, e ci spinge al male.
Una cosa nera, nera come la pece, è senz'altro niedda che i su pighe; se invece è bianca candida, diremo che est bianca che i su latte.
Or dicevamo che la particella i è usata quando il complemento di comparazione è espresso in una certa forma, precisamente quando si usa l'articolo dimostrativo. Gli esempi su riportati ce ne danno la dimostrazione, perché diciamo e usiamo la i nelle frasi biancu che i su me, nieddu che i su pighe ecc.; ma se manca l'articolo, la i scompare: biancu che me, nieddu che pighe ecc. Evidentemente nelle frasi in cui si usa la particella, questa ha una funzione fonica, rende più agevole e scorrevole la dizione, il collegamento fra che e l'articolo. Il lettore se ne convincerà solo che provi, con la dovuta attenzione, a sillabare le frasi nei due modi.
Ecco ancora un'altra frase di uso corrente e tipicamente nostrana: mi est bintradu che i su sonnu. Vale a dire quasi senza rendercene conto, quasi senza accorgercene, come avviene appunto del sonno, che ci chiude gli occhi senza che ce ne rendiamo conto. E siamo soliti servirci di tale frase quasi a giustificazione, più che altro con noi stessi, di aver acceduto a una richiesta che, da svegli, non avremmo mai accolto: di aver, ad esempio, comprata una cosa non prevista né necessaria, e per di più a prezzo elevato; di aver dato una somma a prestito a taluno che non avrebbe mai meritato fiducia ecc. Mi est bintradu che i su sonnu, come se l'acquisto o il mutuo siano stati concessi o fatti quasi in istato di sonnolenza ipnotica, senza aver avuto il tempo di riflettervi.
Non sempre, però, il complemento di paragone è stato indicato in sardo con, o dalla, particella che. Anticamente aveva una forma più vicina alla corrispondente latina, dalla quale ci è derivata: da quam. E precisamente ca. La si trova sempre nelle carte antiche. Nello Statuto di Sassari, dei primi dei '300, ad esempio si legge: vistu che est bestiàmene debile e fragile sas berbégues plus ca atharu bestiamen ecc. Nei secoli seguenti, però, ca è stato abbandonato o quasi e sostituito con chi o qui. L'Araolla, poeta sardo dei XVI secolo, si vale appunto di qui anziché di ca. In una sua poesia si legge: e custas momentaneas allegrias - bolan pius qui in sas aéras tramuntana. Nei tempi piú recenti e ora, adeguandoci alla forma comparativa italiana, si usa quasi esclusivamente di o de. Sa campagna dat sa vida - preziòsa pius de s'oro - Ma più bella est sa chi adoro - de sa campagna fiorida: ecco una quartina di una nostra poesiola, ove troviamo per due volte il complemento di comparazione retto appunto da questa moderna particella de o di.
Peraltro, nel parlare comune, non sono del tutto dimenticate e scomparse le precedenti ca e qui o chi. Anzi ca è rimasto sempre in uso, ma con diverso valore e diversa origine: perché deriva ora da quia e regge in genere un complemento di causa. Eccone un esempio ricavato da una ottava che, se mal non ricordo, venne improvvisata durante una delle solite gare poetiche: mezus muzere mala chi non nùdda - ca su nudda non tenet cumpagnia. Considerazione che, come si vede, è un po' in contrasto col pessimismo contenuto nel proverbio dal quale ha tratto origine la nota precedente, circa la donna-moglie. Oltre al resto perché con il proverbio si sconsiglia recisamente di prender moglie, in quanto la moglie finisce sempre con il prendere il sopravvento sul marito, che inevitabilmente finirebbe con l'esser... domadu o ammasettadu. Il poeta, invece, raccomanda di prender moglie, anche se mala; perché il nulla, aggiunge e spiega, è sempre peggio di una compagna, anche se bisbetica.
Ma pur derivando da quia, il nostro ca ha, nel discorso, un'aitra funzione, oltre a quella di reggere il complemento di causa. Ed è quella che esercitava anche nella parlata sarda piú antica, a quanto si rileva dalle carte remote, e tuttora esiste. Anche se, specie nell'affermazione, è ormai quasi del tutto sostituita dalle particelle ei o si, o con esse viene usata promiscuamente.
Per affermare dicevamo e diciamo emmo; per negare nono o non. Ma sia la particella affermativa che quella negativa erano precedute, di solito, dalla particella ca, di cui si è detto l'ultima volta. Eccone alcuni esempi tratti da scritti antichi, nei quali la particella ca figura anche come complemento di causa. Nel kondaghe di S. Pietro di Silki l'oggetto di unu kertu è così precisato nell'assunto dell'attore, e in quello naturalmente opposto, del convenuto: «isse naràitimi ca non los haufan cambiàtos a pecuiare in co naras. Et ego naràitili ca emmo».
Nel kondaghe di S. Nicoló di Trullas: «kertai mécu Petru De Thori ca prociteu me la leuas a Sardinia ca es mea. Et ego narai ca iudice Gunnari la mi deit pro cambio - et isse narraimi ca non». li priore ìnsiste: «et ego narraitili ka emmo». E infine l'avversario, Petru de Thori, finisce, a quanto può rilevarsi, col cedere, perché l'annotazione porta ancora: «isse narràitili a iudice Barusone (che evidentemente presìedeva alla riunione della korona) donnu ca si es ueru su ke narat su priore prode nde apates»: se quel che afferma il priore è vero, ne abbia buon pro. Nota, in passaggio, quel prode, che oltre che nel significato, ricalca nella forma la corrispondente preposizione latina pro, «beneficio, vantaggio, giovamento» ecc. Ma, piú facilmente, dal verbo composto prosum, prodes. Basta ricordare la frase sempre in uso, specie nel linguaggio giuridico: cui prodest? «a chi giova?». Nell'indagare su un fatto dubbio, per darsi ragione di una azione non chiara, la frase cui prodest consiglia di osservare a chi o a che cosa il fatto, l'azione giovi, sia utile per qualsiasi verso, e si avrà lo scioglimento del dubbio, il chiarimento voluto.
Anche in sardo, come in italiano, è tuttora in uso il termine prode, pro': bonu pro (d) e ti faccat. (Da non confondersi, per altro, con proste, che indica soprattutto il dolce finale di un buon pranzo).
È ancora udibile una vecchia tiritera sarda, che voglio riportare a conforto di quanto ho detto or ora. Quando si vuole formulare qualche piccolo augurio a qualche bambino quando fa il normale ruttino (mi si perdoni il termine) dopo una buona poppata o una abbondante scodella di latte, la mamma o la vecchia avola dirà, ad ogni buon fine: bonu proe - mannu che boe, - mannu che bacca - bonu proe ti faccat. E anche, quasi a rassegnazione, ma con una vena di stizza, per un torto subito, si suol dire: bonu proe li fatat.
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