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Ses in: Home Limba e Istoria Peraulas in Sardu Mudu, mutigu, mutzurru

PostHeaderIcon Mudu, mutigu, mutzurru

Mudu.  

Cominciamo da mudu, o, nella montagna, mutu,  vuol dire «muto», si sa, e non solo di persona che è nata mutola, e non può parlare; ma anche che vuole o deve tacere, restare zitta, magari per imposizione altrui.  In questo senso è usato, anche e forse con maggior frequenza di mudu, muttu e mutzu: «zitto!».
Con tutta probabilità, tanto mudu che muttu o mutzu derivano dal latino, entrambi, parrebbe, dall'aggettivo mutus.  Non si comprenderebbe però come e perché da uno stesso etimo mutus siano in sardo derivati due termini, due parole diverse, anche se foneticamente molto simili e di significato uguale.  Questo fatto, e più altre particolarità che esamineremo in seguito, inducono a pensare invece che mutu (o mudu) derivi da mutus; ma che muttu, mutzu provenga da altro termine latino.  E precisamente dal verbo muttio, che vuol dire «parlare fra i denti, brontolare», parlare sottovoce.
La derivazione può sembrare strana e stiracchiata, a taluno addirittura inaccettabile; ma a noi sembra vera o almeno molto probabile.  Già, intanto, non ci sembra senza ragione che si abbiano due termini a indicare la stessa cosa.  Poi muttu ha la doppia t, come il verbo muttio.  E quel che più ci fa riflettere è anche la leggera differenza di significato che i due termini hanno, sia in latino che in sardo. Mudu (o mutu) si riferisce per lo più a chi è nato mutolo, non parla per difetto congenito (o anche acquisito per un forte trauma fisico o psichico) e sotto questo profilo viene anche usato come aggettivo sostantivato (come nel romanzo di Enrico Costa, Il muto di Gallura), mentre muttu è.usato più specialmente in senso imperativo: «stai zitto», per imporre silenzio.
Poi vi è il fatto che da muttu o mutzu sono derivati altri vocaboli che non si spiegherebbero se non pensando a una derivazione, per mutzu, diversa da quella di mudu.  E precisamente, come pensiamo, da muttio.  Vocaboli poi, che hanno, fra l'altro, dei suffissi di origine forse preromana. Intendiamo riferirci a mùttigu e mutzurru.

Muttigu è chiamato quel capo ovino o caprino, specie montoni e caproni, privo o quasi di orecchie, e che in genere, forse perché sordo, sembra anche mutolo, e bela solo eccezionalmente, in casi estremamente gravi. A ora chiaro che il termine proviene da «mozzo, mozzato», perché il padiglione auricolare appare come se fosse stato mozzato.

Mutzurru è il termine che più si avvicina al nostro ipotizzato etimo di muttío, e vale come, pressappoco, «brontolone».  E lo si adopera con riferimento proprio a una persona che per sua natura, per temperamento, per carattere, è piuttosto chiusa, restia al parlare, o parla fra i denti e sottovoce: proprio come il verbo muttio.  Mi pare quindi tutt'altro che azzardata l'ipotesi formulata.
Ma un'altra curiosità vogliamo rilevare, poi che ci cade in acconcio, a proposito di muttu e di mutzurru.  Ed è che i due vocaboli hanno un significato diverso da quello or ora illustrato, e per l'uno e per l'altro, e che nulla ha a che fare con l'arte della parola e col silenzio.
Infatti mutzu vuol dire anche «corto», tagliato, smozzicato, e forse da «mozzo, mozzato» trae origine.  E mutzurru vale anche propriamente «mozzato» quando è usato come aggettivo, e «vetta d'albero» quando è usato come sostantivo.  Infatti da quest'ultimo significato è sorto il verbo ir - ismutzurrare nel senso appunto di recidere la vetta, la cima di una pianta, e anche semplicemente di un ramo.
Appare da ciò come in sardo si sia verificata in questi termini una specie di confusione, o di fusione, di parole di varia derivazione e di significatì diversi o, al più. affini, talché è quasi inipossibile stabilire con quale processo linguistico si sia pervenuti ai vocaboli ora ricordati e ai relativi significati.
Diciamo infine che da mutu è nato il verbo mutire, che vale, secondo lo Spano, «imporre silenzio, zittire».  Ma è strano che in talune zone, specie nel Marghine e nella montagna, mutire è usato in un significato proprio opposto a quello di zittire: cioè «chiamare».  Bae e mutimi su tale: vai a chiamarmi il tale.  Perché e come questa inversione di valori sia avvenuta... vattela a pescare.