Appinniócu, pinniócu
Appinniócu, pinniócu.
Qualche settimana fa mia moglie, che ha una specie di fobia verso l'uso del sardo nei rapporti domestici, da quando, ancora ragazzi i nostri figliuoli, temeva che a sentire parlare il sardo fra le mura domestiche deprendessero quel po' di italiano appreso a scuola; vedendomi alle prese coi vocabolari e intento alla redazione di queste note, mi disse, con una punta di sottile ironia e proprio in sardo: e ande appinniócu chi ti has leadu occannu. Ne ho riso, e con me anche lei, di questa graziosa ‘essida. E per mio conto ne ho approfittato per... prendere a volo la frase, specie per i due termini di appinniócu e di occannu.
Due parole per quest'ultimo; per dire che esso è la quasi letterale trasportazione in sardo del corrispondente latino: hoc anno. E per ricordare che in nuorese, per sapere di chi un bambino sia figlio, gli si rivolge la domanda in questi precisi termini: cuius ses, belleddu? Di chi sei, bellino?
Appinniócu vuole, però, un discorso più lungo. Secondo alcuni vorrebbe dire pressappoco: «speranza, fiducia». Così lo definisce lo Spano. In conseguenza la forma verbale appinniocare, «avere speranza, fiducia». Debbo, però, far osservare che nell'uso comune ha un significato ben diverso. Non so se per evoluzione naturale, dall'epoca dello Spano a oggi, o se sia sempre esistito e usato. Fatto è che oggi appinniócu viene usato a indicare un modesto spasso, un piccolo divertimento intimo, che viene da una occupazione leggera e non affaticante, ma anzi divertente. Pertanto mia moglie adoperava il termine in senso proprio e appropriato.
Ma il termine ha anche un altro senso: quello di «trastullare, trastullarsi, baloccarsi». Dali cussu giogu, a su pizzinnu, gasi si appinniòcada: dai quel giocattolo, al ragazzo, così si balocca; è frase che può sentirsi anche oggi. Infine vale anche a indicare quei piccoli peccati di gola, che, soprattutto, si concedono ai vecchi, offrendo loro qualche boccone desiderato e gradito, e anche ai malati che difettano di appetito, nel quale trovano unu appinniócu.
Da non confondere con pinniócu è pinnicu; o pinnicu e appinnicu. La differenza è una semplice o; ma il divario fra i due vocaboli è abbastanza rilevante. Anche se, a ben riflettere, può trovarsi fra di essi qualche cosa che può accomunarli. Infatti può pensarsi che, quando uno attende qualche cosa in cui trovare unu appinniócu, e l'attende con una certa impazienza ed ansietà, ha un certo pinnicu, appinnicu. Perché questo, infatti, vuol dire pinnicu: «pensiero, preoccupazione»; sebbene lo Spano, come primo significato, porti «prurito», e solo come sussidiario quello di «pensiero». Io non so se ai suoi tempi il prurito fosse chiamato col termine di cui andiamo parlando: ora per prurito si usa mani - malighinzu, ed anche pistighinzu. Del quale ultimo parleremo fra poco. Ma oggi pinnicu vale più propriamente «preoccupazione». E di chi segua nella mente un pensiero molesto, chi mostra un'aspettativa inappagata, e si palesa distratto e disattento alle cose del momento, si dirà chi est pinnicosu; soprappensiero, diremmo in italiano. Da appinnicu discende logicamente la forma verbale appinnicare, con lo stesso significato.
E passiamo a pistighinzu, che significa, lo abbiamo visto, «prurito». Però, in verità, con questo senso è stato detronizzato, o quasi, da malighinzu o manighinzu (a Sassari: magnazzona), ed è poco usato. Ma resta nella comune parlata in senso figurato a indicare qualche cosa che ci prude, che ci dà una certa preoccupazione, quasi un appinnicu. E proprio con questo significato è adoperato il verbo pistighinzare, e l'aggettivo pistighinzósu. Col quale si indica colui che si prende pensiero, ha una specie di ansia per qualche cosa che non va secondo le sue previsioni o con la fretta desiderata. Un ritardo anche breve, nel ritorno di una persona inviata per un'incombenza, il dubbio che un disegno gli vada male, ogni intoppo anche minimo, insomma, lo rende pistighinzósu, «preoccupato, ansioso». Di questo... male soffrono, e si capisce facilmente il perché, i vecchi. Forse perché consci della loro debolezza; ogni contrattempo anche lieve appare ad essi di una gravità eccezionale; il ritardo a maturare di una speranza, pernicioso; pregiudizievole, in rapporto al poco tempo ancora da vivere.
E continuiamo con pilísca, e coi suoi derivati: il verbo piliscare o appiliscare e l'aggettivo appiliscadu. Pilísca era, ora non si usa più, l'esca con cui si accendeva il fuoco con l'acciarino, s'attarzu. E siccome l'esca era naturalmente una cosa molto secca, si diceva e si dice tuttora: so assuttu che pilísca; quando a seguito di una faticata, del caldo estivo, o per altro motivo, si sente la bocca arsa. E ora il termine è usato quasi esclusivamente con questo senso traslato; da quando, forse, con la comparsa dei fiammiferi è scomparso l'uso dell'acciarino. Non sempre, naturalmente, sa pilísca è conseguenza di fatica, o di disturbo della digestione; ma uno ha tuttavia un senso di secchezza in bocca, per cui desidererebbe avere qualche cosa di appetitoso, una gulíssia, che gli tolga sa pilísca. Perciò s'appiliscadu è, anche, un po' pinnicósu o anche pistighinzósu.
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