Feri-feri
Feri-feri.
Sta ad indicare, precisamente, quel modo di camminar quasi a zig-zag, per cui si finisce coll'urtare contro gli spigoli, «ferendosi» a ogni urto. Oltre che in senso proprio esso è usato anche in senso figurato, per indicare taluno che vada vagando senza meta, quasi trasognato e incosciente. Con questo senso è usato come iniprecazione: ancu andes feri-feri.
Simile è il senso dell'altro modo di dire: tàmbula-tàmbula, quasi barcollando. E tambulare vale appunto «barcollare».
Sempre relativamente al modo di camminare di una persona, vi è il termine maùzzis. Andare a maùzzis o maùzzis-maùzzis sono frasi di uso corrente. E corrisponde ad altri modi di dire italiani: come gattongattoni, carpon-carponi, e anche a tastoni o a tentoni.
In tutti codesti termini, compreso il nostro sardo, è evidente quello che intendono indicare, con riferimento a un particolare modo di camminare. Infatti, come il perfettamente corrispondente italiano di gattongatoni, il nostro maùzzis-maùzzis o a maùzzis vuol dire quel modo felino di camminare del gatto (e anche maùzzis forse deriva per onomatopeia dalla voce del gatto: miau miau). Con in più, però, il concetto di particolare attenzione, di vera e propria circospezione, quale si deve usare quando si cammina al buio o il viandante è cieco. Ricordate il famoso enigma di Edipo di Tebe? Qual è quell'animale che al mattino cammina a quattro gambe, di giorno a due e la sera a tre? L'inconscio Edipo rispose giustamente: al mattino, cioè quando è bambino, l'uomo cammina con le mani e coi piedi, cioè a quattro gambe; nella maturità sulle due gambe, e nella vecchiaia, la sera, si appoggia al bastone, quindi a tre gambe. Però non diremmo mai che un bambino cammina a maùzzis, perché questo modo di dire nostrano non si riferisce tanto al fatto materiale, obiettivo, di camminare carponi, a quattro gambe, quanto alla attenzione, alla circospezione che si debbono usare per evitare ostacoli insospettati, che si possono frapporre nel camminare.
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