Abbis-abbis o abis-abis
Abbis-abbis.
Come in tutte le lingue, anche noi abbiamo dei modi di dire, alcuni molto espressivi, altri meno. Non pochi fra essi sono costituiti da una parola ripetuta, quasi a significare un rafforzamento del concetto che si vuole esprimere, per renderlo più evidente, quasi plastico.
Si intende che alcuni di questi modi di dire, che vengono chiamati il sale del discorso comune, sono di evidente natura onomatopeica. Hanno origine, cioè, nella cosa che vogliono indicare, di cui imitano il suono, lo stato o l'azione. Fatto che non può né deve sorprendere , tanto è ovvio. Vi è una scuola filologica, fra le altre, per quale l'onomatopeia è da considerare l'origine del linguaggio. L'uomo primitivo, per comunicare coi suoi simili (si intende con concetti semplici e facili), imitava i suoni della cosa che voleva rappresentare, dando così inizio alla formazione delle parole, alla lingua parlata. E del resto lo stesso fenomeno si è ripetuto in periodo molto posteriore, quando si passò dalla parlata alla scrittura, come mezzo di comunicazione o di conservazione delle notizie, dei fatti. Anche in questa occasione l'uomo ha cercato di suscitare in coloro a cui la scrittura era diretta l'idea della cosa che gli interessava far conoscere, ricostruendone, come meglio poteva e naturalmente in modo schematico e sommario, l'immagine, la conformazione, l'apparenza. E talora il segno tentava di riprodurre graficamente perfino i suoni che voleva rappresentare. Così sono sorte e si sono affermate una buona parte delle scritture dell'antichità.
Intendiamo ora trattare di codesti modi di dire della nostra parlata; non di tutti (ma solo di alcuni) riportati nei vocabolari; ma tutti, comunque, raccolti e accettati nella lingua viva parlata dal popolo.
Abbis-abbis o, più speditamente, Abis-Abis. La mia vecchia nonna usava fare l'ultimo pasto della sera, la cena, in modo molto parco, anche per ragioni di salute. Una minestra, un uovo alla coque erano il suo cibo si può dire quasi quotidiano.
Ma l'uovo non doveva essere cotto nell'acqua bollente; bensì nella cenere ancora viva: in su fari-fari. Sosteneva, la buona vecchia, che cotto in tale maniera l'uovo era molto più gustoso di quanto non lo fosse cotto nell'acqua. Ed è facile constatare che effettivamente ha un gusto diverso e più gradito. Il male è che la cottura è più difficile; perché occorre spruzzarvi della saliva, tenere l'uovo abbastanza distante dalle ceneri calde, perché cominci la cottura senza scoppiare, e poi toglierlo quando ha finito di sudare. E allora appunto l'uovo è abbis-abbis.
Ha conseguito quel punto di cottura, cioè, in cui l'albume non è ancora rassodato; non ha più la consistenza viscida, ma assume quasi la liquidità dell'acqua: abbis-abbis. È chiaro, da ciò, che il modo di dire ha origine proprio da abba, e vale a indicare una cosa o uno stato che ha la consistenza, l'apparenza o la natura dell'acqua. E si intende che esso non viene usato solo con riferimento al punto di cottura suindicato dell'uovo, ma per ogni altra cosa e in ogni altra occasione in cui si vuol richiamare l'attenzione sul concetto di liquido, acquoso ecc.
La brace viva è detta in sardo bràsia, la quale, quando ha finito di bruciare diventa cènere, chisina. Ma l'incenerirnento non avviene naturalmente nello stesso tempo e di botto; taluna bracia si spegne prima, altra dopo; e frattanto le brace si riducono di grandezza, di volume, e logicamente diminuisce l'intensità del calore. Si ha quella che in italiano si dice cenere viva, da noi appunto fari-fari.
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