Bàrriu
Bàrriu e, con la elisione della b, 'arriu, più coniunemente, vale «soma», carico in genere. Col passare del tempo, ma fin dall'antichità, è passato a indicare una misura di capacità per solidi e liquidi, e se ne spiega facilmente il perché. La massima parte dei trasporti delle derrate agricole, grano, orzo, vino, mosto ecc., veniva effettuata anticamente a soma, sui cavalli, sui carri ecc. Naturalmente, bisognava adeguare il carico sia alle possibilità fisiche della bestia adoperata all'uopo, sia all'asperità e alla lunghezza dei percorsi, e col carico anche i mezzi usati per il someggio. Ne è conseguito che il carico ha finito con lo standardizzarsi, si direbbe con termine brutto moderno, per diventare quasi costante. E così in alcuni paesi montani, ove il someggio era più difficltoso, il carico, su arriu, era costituito da
Da bàrriu abbiamo la forma verbale barriare, «caricare» le cose da trasportare su cavalli, carri ecc. e isbarriare, naturalmente «scaricare» su ‘arriu. Quest'ultimo viene adoperato spesso in senso figurato, o addirittura opposto al suo proprio, cioè di caricare, come appunto nella frase detta prima. Ove isbarria sas curpas a mie non vuol dire, come sarebbe logico, scarica le colpe da me, ma anzi scarica le colpe da te e caricale a me. Non è codesto, abbiamo detto, un uso regolare, ma è del tutto giustificato proprio dall'uso e ha d'altronde una sua efficacia.
Arriu con tutta probabilità deriva proprio da «carico». L'etimo parrà accettabile solo che si rifletta che accanto a bàrriu e barriare abbiamo anche gàrrigu, e il verbo gàrrigare. E che in sardo è abbastanza comune la trasformazione della gutturale g nella labbiale b, specie nei toponimi. Il mio paese, ad esempio, era chiamato molti secoli fa, e lo si trova anche in qualche documento, Golòthene. Ed ecco un altro esempio di cotali mutazioni: gli anziani di Ghilarza (e anche i vecchi dei paesi vicini) si chiamano essi stessi bilarzesos, e il paese Bilarzi.
Gàrrigu, e garrigare, ha un senso suo proprio, e un altro generico come bàrriu. Appo fattu sa garriga, e anche su gàrrigu, como non nde leo prus: ho fatto il carico (di una merce, ad esempio), ora non ne compro più. Gàrrigu indica anche il carico di bestiame che nelle soccide, o almeno in una forma particolare di soccida, assume il socio minore da quello maggiore, e del quale deve rispondere in ogni caso, alla scadenza della soccida. Tale numero di capi, specie ovini, si dice appunto gàrrigu, o anche intregu.
A proposito di misure, resta da discorrere ora del vocabolo carra e dei suoi derivati. Il Wagner lo ritiene proveniente da un antico toscano quarra, una misura di peso (la quarta parte dell'oncia) passata col tempo questo lo diciamo noi - a indicare una misura di capacità. Con tutto il rispetto dovuto all'insigne studioso della Iingua sarda, dubitiamo dell'esattezza di tale etimo. Probabilmente esso deriva da «carico», o da «carro». E per passare dal significato di carico al mezzo con cui lo si trasporta il passo è breve. Tant'è che negli Statuti sassaresi si trova questo termine usato in questo senso: pachet, vi si legge al capo 1, po' sa carra ecc. E in senso analogo nella Carta de Logu. Comunque, dicevamo, carra era, ed è anche ora in qualche posto, misura di capacità: precisamente di
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