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Ses in: Home Limba e Istoria Peraulas in Sardu Bàrriu

PostHeaderIcon Bàrriu

Bàrriu e, con la elisione della b, 'arriu, più coniunemente, vale «soma», carico in genere. Col passare del tempo, ma fin dall'antichità, è passato a indicare una misura di capacità per solidi e liquidi, e se ne spiega facilmente il perché.  La massima parte dei trasporti delle derrate agricole, grano, orzo, vino, mosto ecc., veniva effettuata anticamente a soma, sui cavalli, sui carri ecc.  Naturalmente, bisognava adeguare il carico sia alle possibilità fisiche della bestia adoperata all'uopo, sia all'asperità e alla lunghezza dei percorsi, e col carico anche i mezzi usati per il someggio.  Ne è conseguito che il carico ha finito con lo standardizzarsi, si direbbe con termine brutto moderno, per diventare quasi costante.  E così in alcuni paesi montani, ove il someggio era più difficltoso, il carico, su arriu, era costituito da 60 litri, ad esempio di mosto, e in altri da 100 litri.  E così si spiega perché accanto a su arriu di litri 60 vi fosse quello di litri 100, e a barrios si indicava la capacità dei vari recipienti: appo una labìa de duos barrios, unu carradellti de battoros barrios.

Da bàrriu abbiamo la forma verbale barriare, «caricare» le cose da trasportare su cavalli, carri ecc. e isbarriare, naturalmente «scaricare» su ‘arriu.  Quest'ultimo viene adoperato spesso in senso figurato, o addirittura opposto al suo proprio, cioè di caricare, come appunto nella frase detta prima.  Ove isbarria sas curpas a mie non vuol dire, come sarebbe logico, scarica le colpe da me, ma anzi scarica le colpe da te e caricale a me. Non è codesto, abbiamo detto, un uso regolare, ma è del tutto giustificato proprio dall'uso e ha d'altronde una sua efficacia.

Arriu con tutta probabilità deriva proprio da «carico».  L'etimo parrà accettabile solo che si rifletta che accanto a bàrriu e barriare abbiamo anche gàrrigu, e il verbo gàrrigare.  E che in sardo è abbastanza comune la trasformazione della gutturale g nella labbiale b, specie nei toponimi. Il mio paese, ad esempio, era chiamato molti secoli fa, e lo si trova anche in qualche documento, Golòthene.  Ed ecco un altro esempio di cotali mutazioni: gli anziani di Ghilarza (e anche i vecchi dei paesi vicini) si chiamano essi stessi bilarzesos, e il paese Bilarzi.

Gàrrigu, e garrigare, ha un senso suo proprio, e un altro generico come bàrriu.  Appo fattu sa garriga, e anche su gàrrigu, como non nde leo prus: ho fatto il carico (di una merce, ad esempio), ora non ne compro più.  Gàrrigu indica anche il carico di bestiame che nelle soccide, o almeno in una forma particolare di soccida, assume il socio minore da quello maggiore, e del quale deve rispondere in ogni caso, alla scadenza della soccida.  Tale numero di capi, specie ovini, si dice appunto gàrrigu, o anche intregu.

A proposito di misure, resta da discorrere ora del vocabolo carra e dei suoi derivati. Il Wagner lo ritiene proveniente da un antico toscano quarra, una misura di peso (la quarta parte dell'oncia) passata col tempo questo lo diciamo noi - a indicare una misura di capacità.  Con tutto il rispetto dovuto all'insigne studioso della Iingua sarda, dubitiamo dell'esattezza di tale etimo.  Probabilmente esso deriva da «carico», o da «carro».  E per passare dal significato di carico al mezzo con cui lo si trasporta il passo è breve.  Tant'è che negli Statuti sassaresi si trova questo termine usato in questo senso: pachet, vi si legge al capo 1, po' sa carra ecc.  E in senso analogo nella Carta de Logu.  Comunque, dicevamo, carra era, ed è anche ora in qualche posto, misura di capacità: precisamente di 25 litri.  Da carra sono sorti vocaboli denotanti più che altro recipienti: carrada, carradéllu, carrazòla, carrafa, carrafina, dei quali tutti conoscono il significato.  Come da bàrriu, su barile (a Sassari anche oggidì l'olio si commercia e si misura a bariles di 25 litri) e infine su barilotto e sa barile: quel piccolo recipiente a forma di barilotto, oblungo cioè, ricavato da un pezzo di legno di quercia convenientemente scavato, che gli antichi portavano immancabilmente in sa bértula quando andavano a sartu o a su cuile, o in viaggio, naturalmente ben pieno di vino; e dal quale bevevano a garganella attingendo a turno direttamente dalla bocca.  E anche de hoc satis.