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Ses in: Home Limba e Istoria Peraulas in Sardu Tudare, studare

PostHeaderIcon Tudare, studare

Il verbo tudare in alcune zone dell'Isola, come la montagiia del Nuorese e il Marghine, vuol dire «coprire il fuoco».  Coprire in modo tale che esso non si spenga del tutto; ma covi, diremmo, sotto le ceneri e possa essere riattizzato l'indomani mattina: tuda o tuta su fogu.  Invece quando lo si vuole spegnere dei tutto si dice studare e stutare.  Studa o istuda su fogu, o istuta su fogu; e anche ístuda sa candela: spegni il fuoco, spegni il lume.

Questo verbo ci viene diretto dal latino tuto, tutare, o anche dalla forma deponente tutor.  Del resto l'uno e l'altro hanno significato uguale o quasi, «proteggere, difendere», e tutor anche «custodire».  Fermandosi alle apparenze potrebbesi dubitare di tale etimo.  Ma risalendo parecchio indietro nel tempo e pensando a certe esigenze del consorzio umano, la cosa apparirà subito chiara ed evidente; e più al significato che il verbo aveva assunto (e in parte conserva ancora, in qualche posto) e che si rileva dai kondaghi.

Si sa che a Roma esisteva il corpo, diremmo oggi, dei vigili del fuoco. I quali, quando faceva notte, giravano la città via per via, vicolo per vicolo, e si assicuravano che in tutte le case il fuoco fosse stato spento.  E a una certa ora era imposto l'obbligo di coprirlo, se non di spegnerlo: il cosiddetto coprifuoco.  Era una esigenza di sicurezza, una misura cautelativa elementare, dato il grande uso dei legnami che si faceva nelle costruzioni dei fabbricati.  Coll'obbligo di coprire a una certa ora, prima che la gente andasse a riposare, il fuoco, si tendeva ad impedire che durante il sonno esso divampasse e distruggesse la casa e quelle vicine.  Un incendio poteva costituire una vera calamità pubblica, anche perché si difettava di opportuni mezzi di spegnimento.  E il coprifuoco rimase in vigore per molti secoli ancora, e fino a tempi non molto remoti, ed era applicato in modo rigorosissimo.  L'ordine veniva dato, con segnali diversi, a seconda dei luoghi: suono di tromba, di campanelli ecc., a una certa ora, a seconda della stagione.

E quando, un po' più tardi, passava nelle vie la ronda dei vigili del fuoco, costoro avevano la facoltà di penetrare nelle case, ove l'ordine non appariva rispettato, e tudare o addirittura studare essi stessi il fuoco, e denunciare i contravventori.  E forse si deve a questa misura di sicurezza, a questa esigenza di difesa dal pericolo degli incendi, il fatto che i Romani antecipavano, e di molto, rispetto a noi, l'ora della cena.

«Coprire il fuoco», adunque, tudare su fogu, era un dovere preciso, diretto a proteggere le case, e la città in genere, dal pericolo relativo.  Ed ecco come il concetto di protezione, di difesa, insito nei verbi tuto e tutor, si sia esteso e quasi fermato al fatto che uno dei mezzi protettivi di carattere generale era quello di coprire il fuoco nelle case.

Ma il fatto di limitare a smorzare, senza spegnerlo del tutto, il fuoco nel focolare, di coprirlo semplicemente, era dovuto ad un'altra esigenza dei tempi.  Quella precisamente di conservare il fuoco per l'indomani, onde potesse essere riacceso facilmente per soddisfare ai bisogni domestici, della vita di tutti i giorni.  Esigenza talmente sentita che assunse addirittura un carattere religioso, e si formò una corporazione religiosa, quella delle Vestali, le quali avevano appunto l'obbligo di tener costantemente acceso il fuoco, senza che mai si spegnesse, onde il popolo potesse trovare in ogni istante le braci necessarie ad accenderlo in casa.

Abbiamo accennato a un suo particolare significato che il verbo tudare ebbe nel Medioevo, e di cui vi è traccia anche nella parlata attuale, almeno in qualche zona, e in alcune frasi.  Lo si ricava dai kondaghi, nei quali si trova usato in più di una annotazione.

Nel kondaghe di S. Maria di Bonarcado, alla annotazione N. 214, si legge che tale Comida de Cepara «conversaisse (consacrassi) a Deu e a S. Maria de Bonarcado in manus de su priore Petru Perusino (Perugino?) pro faguerelli (fargli) a morte sua serbiciu e officiu et pro tutarellu (seppellirlo) in sa clostra de S. Maria».

Naturalmente, in cambio di questa consacrazione, e degli uffici e del seppellimento promessi, il buon Comida doveva fare un'offerta al monastero.  Non si dà né si fa niente per niente!  E infatti, subito egli «dedi tanto pro anima sua a S. Maria unu cauallu et una ebba pullerigada et inu inu (giogo) et 150 berbegues et 10 madrigues de porcos (scrofe figliate)».  Né basta: «impromissit et pladigrait (gli piacque, dispose) a morte sua parçone cantu at aere uno de fios suos (una porzione - sottintendi del suo patrimonio - uguale a quella che avrebbe ereditato uno dei suoi figli) de omnia cantu at de terras de binias et de saltos et de serbos et d'ankillas et de masones (greggi o branchi) de omnia de grussu et de minudi (di bestiame grosso e minuto) et cauallos et ebbas et omnìa cantu et auere intro de domo e fora de domo trattu (eccetto) sas cortes».  E meno male che escludeva sas cortes, perché doveva esser un patrimonio davvero rispettabile quello di Comida de Cepara.

Un altro Comita, questa volta Melone, anche lui fa una discreta donazione a favore, però, del monastero di S. Nicolò di Trullas, «pro s'anima de su patre suo sa die co lu tutauamus (seppellivamo»>.  E Petru priore non dimentica di indicare i testi presenti al lascito, alla donazione, «ki ui furum ube lu tutaban (seppellivano) su patre et las posit terras a ecclesiae».

Per finire diciamo come anche oggi, con facile traslato, dal senso di coprire, seppellire un cadavere, come negli esempi che abbiamo sopra riportato, si sia in sardo passato al significato di morire.  Su male che lu at tudadu: il male lo ha spento, lo ha fatto morire.