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Ses in: Home Limba e Istoria Peraulas in Sardu Baculu

PostHeaderIcon Baculu

Bàculu, si sa, vuol dire «bastone». Il termine proviene direttamente dal vocabolo latino baculum o baculus, e, come in latino, ha un preciso significato.  E precisamente sta a indicare quel bastone usato, soprattutto dai vecchi, come appoggio nel camminare.

E come nel latino fustis, anche noi, a indicare il bastone usato per percuotere, non usiamo bàculu, ma fuste, che, come si vede, viene pur esso dall'analogo termine latino.

Vi è chi ritiene che il termine derivi dal latino baccus (che però a noi non risulta sia esistito), da cui sarebbe derivato baculum, come diminutivo. La ragione di tale opinione non starebbe tanto nella quasi identità fonetica dei due termini, più che in quella grafica (due c in Baccus e una in bàculu) ma per il fatto che il dio del vino era rappresentato sempre appoggiato a un bastone o con un bastone nel pugno; a indicare sia il fatto che il bastone era ed è oltremodo comodo a chi fosse preso... dai fumi del vino, sia il fatto che era usato come sostegno alle viti e soprattutto come mezzo per pigiare l'uva.

Noi dubitiamo fortemente di questa etimologia, specie per un'osservazione che faremo in seguito.

Bàculu adunque è... su bàculu e niente altro.  Però il vocabolo è usato anche in senso figurato.  E si dice bàculu pastorale, quella insegna dei Vescovi in carica, quasi a indicare il bastone dei pastori dei greggi, perché pastore dei fedeli della sua diocesi è appunto il Vescovo.  Una specie di scettro, quindi.  E per quest'ultimo senso è tuttora usata, con un certo orgoglio (per noi), la frase: «pone su sardu in bàculu e ti faghet miràculu»: dai una certa autorità, un potere, al sardo e ti farà miracoli.

E al contrario, a dimostrare questa volta la nostra debolezza di popolo e la pessima stima che i governanti avevano di noi, vi è questo altro detto, che suona scherno: «pinta sa linna e mándala in Sardinna».  Dal quale si ricava la morale che nel passato (come oggi?) bastava dare una lustra, una tinta a... una testa di legno qualsiasi e inviarla in Sardegna, perché da noi acquistasse subito prestigio e ossequio. Un po' come avvenne al tronco di caprifico di cui canta Orazio, nella sua famosa satira (Truncus eram olim ficulnus...) il quale, opportunamente sgrossato e sbozzato sì da ricavarne un simulacro fallico, era diventato il dio della fecondazione, e, come tale, diventato oggetto di culto, da parte dei gonzi e soprattutto delle spose in attesa di figli.

Abbiamo detto che non aderiamo all'opinione di chi deriva bàculu da Bacco.  E non solo per quanto si è rilevato sopra; ma soprattutto perché Bacco nulla ha a che fare... col bastone.

Bacco, è noto, era divinità greca, accolta poi nell'Olimpo romano, e aveva in origine, in Grecia, altro nome: precisamente Dionisios.  Solo più tardi, ma sempre in Grecia (e a seguito del degenerare delle feste che si celebravano in suo onore; ma questo anche a Roma, in veri e propri baccanali), il dio venne chiamato Bacco, che significava «colui che strepita», appunto per il chiasso, per il frastuono scostumato a cui si abbandonavano... i baccanti, celebrando la festa del dio.

Di questo strepito e di altre costumanze, come quella di tingersi il viso di mosto, di cingersi la testa di una corona di fiori ecc. è rimasta traccia in Sardegna.  Si usava nel passato, e si usa anche ora, quando si impiantava un nuovo vigneto, si faceva cioè su pástinu, e in occasione della vendemmia, prendere una solenne sbornia collettiva; e il più mattacchione veniva imbrattato di vino, inghirlandato di pampini e portato poi in paese dai suoi compagni urlanti e schiamazzanti, in allegro corteo.

Or si vede da tutto ciò che Bacco, colui che strepita, nulla ha a che vedere con baculu, bastone.