Remiarzu
Lo Spano, nel suo vocabolario, porta che remiarzu significa «barca, bica, le biche».
Invero, non ci sovviene di aver mai sentito, e sono stato anche in luoghi di mare, tale termine per indicare la barca. E raramente nel senso di bica. Di fatto, però, il Wagner gli dà proprio il significato di «mucchio di covoni nel campo». Comunque è pure un fatto che remiarzu è sempre usato, in senso lato, generico, di «mucchio» di qualche cosa; il più spesso addirittura a indicare raccolta di cose di modestissimo valore o di nessun conto. E remiarzare quindi vale «raccogliere, adunare, ammassare» cose dello stesso genere o simili.
Arremiarzare s'arga in dunu cuzòne.- ammassare i rìfiuti in un cantone; de custa cosa 'nd'appo unu remiarzu ecc. sono frasi di uso comune. Anche in questi giorni scorsi ho sentito una padrona di casa dire: de custos tappèttos 'nd'appo unu remiarzu. Lo Spano riporta anche un proverbio, dice lui, o un modo di dire sardo: bàrriu minore, remiarzu mannu, riferito soprattutto alla legna da ardere; e vale per chi trasporta carichi (bàrrios) di legna, piccoli, sì, ma con assiduità, per cui finisce col farne un mucchio, una catasta grande.
Va da sé che il modo di dire era anche usato in senso figurato, per indicare che quando si lavora, o si attende a una certa cosa con assiduità, anche se un po' ogni volta, si fa alla fine un grande affare.
Ma chi direbbe che remiarzu è la stessa cosa dei famosi... Gremi di Sassari, cioè di qúelle libere associazioni di mestiere, di quei sodalizi che sogliono partecipare, per antica tradizione, coi vestiti di tempi remoti e con le proprie insegne distintive di ciascun gremio, alla popolarissima processione dei Candelieri? Eppure niente di più certo. Ora, qui, è chiaro che gremio vale «riunione», raccolta più o meno grande e stretta di persone, unite dalla comunità del mestiere che esercitano.
E del resto in italiano esiste il verbo «gremire», per indicare una massa di persone raccolte, fino a riempirlo totalmente, nello stesso luogo: «la sala era gremita di soci, di pubblico».
Eppure i due termini sono identici, e indicano, in sostanza, lo stesso concetto di mucchio, di raccolta ecc. La cosa diverrà più evidente solo che al termine nostrano si tolga il suffisso finale - arzu, molto usato in sardo, a indicare un mestiere (frailarzu, porcarzu, baccarzu, crabarzu, cuilarza, oberarzu ecc.) e che del resto ci proviene dall'analogo suffisso latino - arius, avente lo stesso valore.
E l'uno e l'altro, remiarzu e gremiu, derivano entrambi dal latino gremium, che significa «covone», e al plurale, gremia, la bica, il mucchio di covoni, formato durante la mietitura nel campo (sas mannas o anche postura, e in nuorese goddetthone). In questo senso di covone si trova nei testi antichi. Nello Statuto di Castelsardo, al cap. 172, si legge: carrare sos grémios assa argiola, trasportare i covoni all'aia.
Ma, almeno per quanto riguarda la legna, e in genere le cose di poco valore, abbiamo ìn sardo parecchi altri termini tuttora in uso.
Intanto rabattu, arrabattu, e i verbi arrabattare, arrabassare a indicate l'azione della raccolta delle cose.
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