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Ses in: Home Limba e Istoria Peraulas in Sardu Adu, badu, àidu, iscàla, bidìghinzu

PostHeaderIcon Adu, badu, àidu, iscàla, bidìghinzu

Adu, e anche, nel parlare comune e per comodità di locuzione, bàdu, in alcuni paesi, non è altro che «guado», guado di un fiume, di un corso d'acqua.  Ma per quanto sappia non ha dato luogo al verbo che indichi l'azione relatìva, il corrispondente dell'italiano «guadare». La ragione forse sta’  in ciò: che neppure il latino aveva il verbo guadare, ma ricorreva ad una circonlocuzione, per indicare l'azione: flumen vado transire, o altra equivalente, andare al di là del fiume mediante o nel guado. Comunque dal latino vadum deriva direttamente il nostro adu nello stesso identico significato.

Il termine è usato, si può dire, da sempre e si trova nelle carte antiche, il più spesso nella forma di badu.  Nel kondaghe di S. Maria di Bonarcado al F. 12b si legge di un tale Terìco ki posit a S. Sérgiu de Suéi sa domestica sua... (i puntini sostituiscono parole mancanti nell'originale).  E tale sua proprietà, che così donava a S. Sergio, viene determinata dal confine, che, l'annotazione precisa, parte da bau dessa mela et falat totube pus flumen (lungo il fiume) in co benit a bau de corruga ecc.

Esso ha dato origine, sia nella forma più regolare di adu, che in quella di badu, a un rilevante numero di toponimi. Due ne abbiamo visto or ora, in quel che si legge nel kondaghe di S. Maria di Bonarcado, ma potremmo indicarne a dozzine. Non vi è, si può dire, corso d'acqua, o semplice torrentello, anche di modestissima portata, che non abbia i suoi guadi, ados o bados, - Badu de chércu, Badu de cárros, Badu Màndara (nell'alto Flumendosa, nei pressi di Villanova Strisaili, che sarebbe «il guado della mandria»); Badu de s'olia, Sos Bados, semplicemente, ecc.

Nella catena del Gennargentu vi è addirittura Su riu bau de sa jacca, che poi va a finire nel Flumendosa; con un accostamento curioso fra i due termini e concetti di rio e di adu, e fra guado e giaga o varco.  Infatti badu o bau vale, come si è detto, per guado, e jacca (o zaga o giaga in logudorese), è il cancello rustico che chiude il varco, s’áidu, di un muro chiuso, di una mandria ecc. Come si vede è avvenuto, più che un accoppiamento, come abbiamo detto, una confusione fra guado e adito, fra (b) àdu e àidu; e per aggiunta il rio ha preso il nome da un solo punto del suo corso, quello ove poteva essere guadato.

Ma perfino un paese ha preso il nome da tale termine, da badu o bau, e precisamente Baulàdu, che si trova quando già il Tirso entra nella piana del Campidano di Oristano, cioè «guado piatto».

Lo strano, ancora, è che adu non viene usato solo a indicare il guado di un corso d'acqua, ma anche il valico di una montagna, di una cresta collinosa ecc.  E così troviamo, ad esempio nella catena del Marghine, Su adu de su caddu, che indica un passaggio da un versante all'altro della montagna di Palai.

Ma altre stranezze e curiosità troveremo trattando gli altri due termini, che con l'argomento in questione hanno attinenza.

Il primo appunto è àidu.  Un sostantivo che ha molta rassomiglianza col precedente, e col precedente ha in comune qualche cosa (anche nel significato, oltre che nella pronuncia e nella derivazione), perché con tutta probabilità l'un termine e l'altro sono discendenza del verbo latino ire «andare». Àidu dunque, è quel varco, la breccia che si lascia nei muri di cinta dei chiusi, dei tancati, nelle stesse mandrie delle bestie, al fine di renderne agevole l'accesso, e che si chiudeva con un fascio di frasche, e talora con sa zaga, di cui abbiamo detto prima. Codesto fascio di frasche assume diversi nomi, secondo i paesi: da berrisone, barrasone (e anche errisone e arrisone) a barrasolu, re-rispisone, quest'ultimo forse metatesi di respinosu perché spesso si usavano frasche di piante spinose, come il perastro, il pruno ecc.

Àidu, «il varco» deriva, come adu, dal latino, da aditus, con l'elisione della d. Nella parlata nuorese si ha, anziché un'elisione, la trasformazione della dentale d in una gutturale: e si dice àghidu, anziché àidu, con maggiore aderenza all'etimo.

Ma sarebbe stato... troppo poco valersi di un tale termine solo per indicare una modesta breccia in una siepe o in un muro barbaro. I sardi ne hanno esteso il significato anche a particolarità orografiche che con il varco avevano rassomiglianza, e facendo confusione di suoni e di senso proprio con adu = «guado».  Ed è ancora più strano che lo abbiano sostituito a badu, proprio quando di un guado vero e proprio si tratta.  Così sul fiume Tirso si trova un guado chiamato (B) aidu entos (da rilevare che nella montagna Santu Padre, di cui abbiamo distesamente trattato a proposito de sos caddos birdes, di Bortigali, esiste altro toponimo quasi uguale: Baidu entos.  Il quale però nel kondaghe di S. Nicolò di Trullas è detto Badu d'alinetu, cioè della pianta s'úlinu, il che lascia supporre che entos, tanto nel primo che nel secondo toponimo, sia una metatesi o corruzione di alinetu).

Un paese, addirittura, posto nei pressi di un affluente del Tirso, nei pressi del maggior guado su di esso, è detto invece Aidomaggiore; mentre più esattamente avrebbe dovuto esser chiamato Adumaggiore.  Mistero!

Aidu, dunque, è usato oltre che nel senso proprio di valico, anche in quello di «breccia, varco».  Ma per indicare un valico di montagna, e anche di una collina, abbiamo un altro termine ancora più usato di àidu.  E precisamente: scala, iscala.  E diciamo subito, sempre per mera curiosità, e per sgombrarci la strada nella trattazione di questo vocabolo, che scala, per uno spiegabile equivoco, ha dato il nome pur esso a un paese: Escalaplano.  Il quale però non è posto, come potrebbe ritenersi dal primo termine del suo nome composto, nei pressi di un valico, né di collina e tanto meno di montagna, ma non lontano dal Flumendosa.  E pertanto Escalaplano avrebbe dovuto assumere il toponimo di Bauplano, con maggior aderenza alla situazione dei luoghi, pressappoco come Bauladu già ricordato.  Ma tant'è!

E riprendiamo il cammino, anche se... scabroso, come vedremo.  Perché scala, iscala, indica «salita scoscesa», o, meglio, un passo disagevole, ma comunque possibile, di una salita ancora più disagevole e scoscesa (e naturalmente anche discesa, per chi, invece di salire, discende il pendio).

E non solo da noi in Sardegna, ma anche in Corsica e perfino nei paesi delle Alpi, nei loro dialetti, il termine è usato con tale significato.  Dice anzi il Wagner che lo trova perfino in Grecia e nei Balcani: il che fa supporre che la radice di cotali nomi sia molto antica, se è comune a lingue diverse e a diversi paesi.

Con questo significato scala ha dato origine, né poteva essere diversamente, a numerosissimi toponimi, recenti e remoti.  Abbiamo visto Escalaplano (che sarebbe poi un controsenso, riferito a «varco scosceso», perché se è scosceso non è piano, e se è piano non può esser iscala); vediamone ora alcuni altri.  Abbiamo così S'iscala manna, S'iscala de sa pruna ecc. Di più: la collina a sud-est di Alghero, che viene superata dalla strada Alghero - Oristano, si chiama La scaletta, e la montagnola successiva si chiama Scala piccada, come la cantoniera che vi si trova: gita obbligata per tutti i turisti perché vi si gode, dice la guida del T.C.I., «Uno dei più bei panorami della costa occidentale».  Il che è vero. E non molto lontano, sulla Sassari - Alghero, c'è la cantoniera di Scala Cavalli.

Qualche altro sito è detto più genericamente, e senza alcun aggettivo qualificativo (si qualifica da se stesso!), iscaladorzu (una rocca de s'iscaíadorzu esiste nel mio paese). E iscaleddu, diminutivo di scala, usato sia come toponimo che per indicare una modesta salita, una piccola gradinata naturale in un viottolo di campagna ecc.

Altri possiamo rilevarne dalle fonti antiche. Così nel kondaghe di S. Pietro di Silki il priore, precisando i confini di una terra da lui comprata in balle de mela da Janne Pirari, scrive che il confine parte «abe ispelunca tuua parcinde de pare... et falat totube deretu usce assa iscala de Barusone et dessit totube margine usce ad ispelunca tuua et cludet». (Parte dalla spelonca cava partendo a pare... e scende dappertutto direttamente fino alla scala di Barisone, ed esce sempre lungo il margine, fino alla spelonca cava e così si chiude).

Nel kondaghe di S. Maria di Bonarcado, nei donativi che il Giudice Costantino di Arborea fa come dotazione del monastero è compreso anche su saltu meo peguiare (di proprietà, cioè, privata, personale del Giudice, e non de su rennu) de serra de càstula. (Càstula è toponimo tuttora vigente, in Sardegna.  Nel mio paese vi sono addirittura due località chiamate càstula.  Il termine deriva dal latino castrulum, diminutivo di castrum, quindi «piccolo posto, campo fortificato». Il che fa necessariamente pensare che vi abbia stanziato qualche modesta guarnigione romana, a guardia dei guadi, sos bados, del non lontano Tirso, contro le scorribande dei Barbaricini).  E continua: in quo si segat ecc. e collat tottùbe plus flumen ecc. fisca (fino a) scala de su fruscu (salvo errore, il pungitopo).  E più oltre di un altro complesso precisa chi girat a iscàla de kerbu et falat ecc.

E crediamo che bastino, codesti esempi, a soddisfare la curiosità dei lettori.

Da scala deriva, a nostro avviso, scalàbru, «rovinio, rovina».  Cùrrere a iscalàbru, si dice anche oggi, per «correre a rompicollo». E deriva, quindi, anche, il verbo iscalabrare, iscalabràresi, col significato di «rovinare, rovinarsi». Il vocabolario dello Spano porta scalabru e scalabradu, ma non scalabrare, che invece trovasi alla voce scalambrare, ma con il significato di «predare, uccidere». Ma è evidente che iscalambrare altro non è che una variante di iscalabrare, e il senso dato è estensivo e figurato.

Ma scala, iscala, ha altri significati: perché è proprio un termine che, con gergo medico-farmaceutico, potrebbe chiamarsi... polivalente.

Vuol dire, intanto, «scala», sia una scala a pioli che una scalinata di un fabbricato. In quest'ultimo senso, come già in latino, il termine è più usato al plurale: sas iscalas. Il che si spiega facilmente pensando che il termine latino significava anche «gradino» oltre che «scala, gradinata», serie di gradini.

E indica anche la parte più importante del carro rustico: iscala de su carru. Quella parte, cioè, alla cui punta si aggioga col giogale (zuale, il giogo) e su cui si stende su lettu, cioè il fondo del carro, costituito da tre o quattro tavole grezze: mesas e bancos,- sulla prima e sull'ultima delle quali si fanno le incisioni per fissarvi i montanti de sas gerdas o zerdas. Tutti nomi che derivano dal latino, compreso gerdas che deriva da coetra-cerda, poiché il carro rustico nostrano corrisponde esattamente al plaustrum dei Romani, che aveva, come del resto i nostri carri più antichi, le ruote prive di razzi, cioè piene.

E infine indica il grappolo dell'uva. Il termine ha un sinonimo in budrone: ma può dirsi che iscala, e solo iscala, è usato in alcuni paesi, e budrone, e solo budrone, in altri.  Peraltro, però, anche ove il grappolo è detto budróne (o la sua forma corrotta burdone ecc.), sussiste il primo termine ma nel suo valore e nella sua forma diminutiva: iscaluzza; cioè piccola iscala, «racimolo».

Così l'uva in alcuni luoghi è chiamata ua, e solo ua; in altri àghina e solo àghina.  E si può anche soggiungere che in genere ove si dice ua il grappolo è detto iscala; ove si chiama àghina il grappolo è detto budrone. Chi sa poi perché...

L'etimo di tutti codesti nomi è latino, salvo che per iscala.  Lo Spano lo fa derivare dall'ebraico eschol, che corrisponderebbe al latino botris. È noto che lo Spano conosceva l'ebraico, e, se mal non ricordiamo, altre lingue orientali.  Ed è pur noto che tale sua conoscenza lo portava, talvolta, a qualche eccesso di... fantasia, nella interpretazione e nella derivazione di parecchi sostantivi e perfino toponimi sardi. E quindi è che, almeno per quanto riguarda iscala = «grappolo d'uva», la sua opinione non ci convince del tutto.  Se non altro perché l'influenza degli Ebrei in Sardegna, e soprattutto nel campo dell'agricoltura, è stata minima.  Quelle poche migliaia di ebrei confinati dall'Africa in Sardegna, ove se, come scrive Tacito, ob calamitate coeli periissent, vile dammum (se fossero periti per l'inclemenza del clima - leggi malaria - il danno per la società sarebbe stato ben poco!), si sa, dicevamo, che codeste migliaia di Ebrei dopo pochi anni avevano abbandonato la sede, la regione ove erano stati confinati e si erano, come dire?, addirittura volatilizzati.  Pare che buona parte sia rientrata nel paese di provenienza; una parte poi sarebbe risalita, forse per sottrarsi alla malaria o alla sorveglianza dei Romani, verso la montagna del centro dell'isola, a esercitarvi mestieri più consoni alla loro indole, come fabbri, ramaioli ecc. Mestieri tuttora tradizionali in alcuni villaggi della montagna: i ramai di Tonara e di Laconi, i fabbri ferrai di Gavoi, che nelle sagre paesane espongono ancora alla vendita paiuoli e sonagli, briglie e speroni e staffe ecc.  Ma anche colà, cioè nella montagna, si sono dissolti come nebbia al vento e di nuclei di Ebrei non è rimasto in vita nessuno, in Sardegna. Tuttavia un vocabolo (e forse più di uno) che ha attinenza che la presenza di Ebrei in Sardegna, anzi addirittura di una comunità, è rimasto nella parlata sarda.  Ed è sinigoga.

Il termine non vuole indicare il tempio ebraico, la sinagoga, ma è riferito, e in senso spregiativo, a una donna. Donna, però, dal carattere difficile, petulante e mordace; alla quale, quando si perde la pazienza, si dirà: e bae chi ses una sinigoga!  Ora è evidente che sinigoga è la ripetizione quasi letterale del nome dei templi israeliti.

Mi si perdoni questa lunga digressione, alla quale mi sono abbandonato, e ritorniamo ai nostri vocaboli dì cui sopra. i quali, dicevamo, provengono dal latino.

Ua da uva; àghina (in qualche paese àcina) da acinus o acinum (che però indicava non il grappolo, ma più esattamente l'acino); e budrone da butrio - ionis, il quale poi voleva dire, più che grappolo, «tralcio della vite» con qualche grappolo appeso, ma veniva riferito anche a grappolo singolo. E da questo significato è derivato appunto il nostro budrone.

E così anche altri termini relativamente alla coltivazione della vite, alla vendemmia, alla vinificazione ecc. (di taluno dei quali ci pare di aver, per lo meno, accennato in note precedenti) ma che non riteniamo di richiamare, almeno per ora. Salvo uno perché, come dire?, È di attualità, almeno per la città di Sassari.  Ove tutti sanno che l'approvvigionamento idrico è ormai assicurato, e si spera per qualche decennio, dalle acque raccolte nel bacino di su Bidighinzu: nome tolto dalla località ove è stato costruito lo sbarramento per l'invaso delle acque.

Ora bidighinzu, e altrove bilighinzu, indica una pianta rampicante che vegeta specie nelle siepi, e che corrisponde all'italiano «vitalba».  Pianta nota ai ragazzi, perché ne ricavano, dai tralci fortemente canalizzati, le... sigarette, per fare da fumatori in erba.  Ma in antico bidighínzu indicava il viticcio della vite, e deriva, evidentemente, dal latino viticineum, appunto «viticcio».  Ora di questo termine latino è rimasto «vitigno» in italiano e... bidighinzu in sardo.  Ora, bidighinzu ecc. hanno tutti attinenza con la vite, vitis.