Atítidu, atitadòras
Quasi cinque lustri fa mi trovavo a Tripoli, come partecipante ad un congresso antitubercolare. Un mattino, in una sosta dei lavori, essendo i congressisti lasciati liberi a loro piacere, volli vagare, curiosando, nei quartieri popolari. Passando in una via udii delle grida straziate di lamento, di dolore vivo, provenienti da una casa di un certo decoro, dal cui portone usciva gente in atteggiamento triste.
Incuriosito entrai. E giunsi in un cortile interno alla casa. In un angolo, un gruppetto di vecchie stava accosciato per terra, ed una di esse intonava una specie di nenia triste, un versetto, che naturalmente non capii, e le altre facevano coro. Nel mezzo del cortile era un altro gruppo di donne, giovani codeste, in piedi, coi capelli scarmigliati, cadenti sulle spalle. Anche codeste cantavano una specie di litania, che le altre ripetevano, o almeno così parve a me, in tono di forte lamentazione, di accorato rimpianto.
E seguendo un certo ritmo, una specie di cadenza, accompagnavano il canto funebre con grida di strazio, e chi si graffiava fortemente le guance, tal ché apparivano rigate di sangue, e chi si batteva a pugno serrato il seno, quasi a punire il corpo che si ostinava a vivere, quando la morte aveva bussato a quella casa.
Chiesi la causa di tale scena di dolore, e mi venne risposto che era morto il capo della famiglia (un ebreo, a quanto mi si disse), e se ne piangeva la dipartita in tal modo. E mentre le vecchie erano delle semplici vicine o conoscenti, e cantavano perché tale era il costume, le giovani erano invece figlie, nuore o comunque strette congiunte dei defunto.
Inutile dire che quel rito mi richiamò subito alla memoria quello analogo a cui avevo assistito più volte nel mio paese. Erano, cioè, sas attittadòras, le prefiche, quelle vecchie accosciate che cantavano le lodi dell'estinto. E anche le figlie e le nuore del defunto, come in Sardegna, manifestavano il loro disperato dolore con grida e pianto e graffiature e pugni al petto.
Tali geremiadi e lamentazioni si dicono appunto attíttidos, e l'azione relativa attittare, «piangere i morti» in questa forma. E anche senza che vi compaiano più (e oggi del resto sono molto rare) sas attittadòras di professione, le prefiche usano cantare le lodi dell'estinto e piangerne la morte con dei versi d'occasione, improvvisati o... prefabbricati.
È probabile che attittare, e quindi attíttidu e attittadora, derivi da titta, «mammella», proprio perché l'espressione più accesa e più evidente della lamentazione, è quella di battersi i pugni sul petto, sulle mammelle.
Una particolare forma di pianto è quella detta: pianghere a succuttu, «piangere a singhiozzo», non continuativamente. Sebbene in sardo «gocciolare» si dica più comunemente buttiare, da buttiu, «goccia» (e buttiadorzos, cioè i canali, le gronde del tetto) nello stesso senso di gocciolare è usato anche il verbo succuttare.
Il che fa pensare che sia esistito anche il sostantivo succuttu, che però non ci risulta e mai abbiamo sentito, per «goccia». Ora succuttu è, a nostro avviso, la forma sarda di «singulto», e succuttare la forma verbale, per singhiozzare, «avere il singulto».
In alcuni paesi invece di pianghere a succuttu si dice a succurtu, e più ancora a succurtos, con evidente trasposizione nel sardo della parola italiana «soccorso». Ma lo strano è che per dire «singhiozzi» si dice e si usa il termine appunto succurtos, specie se provocati da precedente sfrenato pianto, o da un forte dolore morale.
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