Chértu
Si sa, la litigiosità è una prerogativa, si dice, dei poveri. Anche se la giustizia è... cara. E il popolo sardo è stato sempre, purtroppo, povero e in conseguenza litigioso. Anche se nella giustizia, in astratto costituendo la più viva e massima sua aspirazione, ha avuto sempre scarsa fiducia, per non averne avuta mai molta nei propri confronti. Tant’è che la vendetta privata, operata dall'offeso o dai suoi familiari, è stata, specie nel passato, largamente praticata, quasi a correttivo della mancata giustizia pubblica, quando questa, come non di rado avveniva, per malizia o per errore, non interveniva a punire il colpevole, o era eccessivamente tarda.
Questo sentimento della vendetta, anche se non più vivo come nel passato, è tuttora una delle caratteristiche della nostra gente.
Ora la lite è detta in sardo più comunemente lite, dall'italiano, e pretu dallo spagnolo pleyto. Ma viene tuttora usato anche il termine chértu e, più ancora, il verbo che ne deriva: chertare.
Chértu deriva certamente dal latino certamen; il quale, oltre che «combattimento, battaglia, guerra», valeva anche più genericamente per «contesa». Ed è strano che il sardo, anziché assumere la forma latina di litis a indicare, come appunto presso i Romani, il processo civile che si instaurava per ottenere dal giudice il riconoscimento giudiziario di un diritto, abbia preso, proprio a questo fine, quello di certamen, formando il sostantivo chértu e il verbo chertare per «lite» e «litigare». Forse questo fatto è dovuto a ciò: che era, ed è, nella indole nostra, porre in ogni controversia civile, anche di poco conto, un accanimento quasi di pugna, di lotta, uno spirito, direbbesi, battagliero. Da notare infine che diciamo chértu e non certu: il che fa credere che la pronuncia del vocabolo latino certamen fosse con la c dura, come fosse una k. Ma lasciamo perdere.
Fatto è che la lite, anche ora, come si è detto, ma più nel lontano passato, era detta chértu e solo chértu. Solo più tardi, dopo l'occupazione spagnola dell'isola, venne mutuato da quella lingua il termine pretu, da pleyto, come si è detto, e più tardi ancora, dall'italiano, lite.
Di ciò si ha certezza leggendo i documenti più antichi, come le carte dell'archivio di Cagliari e di altrove, i kondaghi ecc. Si può dire che una parte non piccola delle annotazioni dei kondaghi è costituita proprio dalle liti, sostenute dai monasteri, specie a rivendicare terre, servi ecc.
Da quanto si apprende da cotali carte l'amministrazione della giustizia era anche allora una cosa molto seria. Abbiamo visto, trattando della istituzione della corona, de logu o de berruda, come in ogni borgo vi fosse, come dire?, una corte di giustizia. Dal che si evince pure che il render giustizia, il dirimere le controversie, non era facoltà di un singolo, il capo (il Giudice, nei Giudicati), ma di un collegio; ed era un diritto di ogni cittadino, povero o ricco che fosse. Non risulta che esistessero, come istituzione permanente, salvo, si intende, la facoltà di ricorrere al Giudice in via di grazia, giudici di appello. La decisione adottata dalla corona, diremmo oggi in primo grado, era senz'altro definitiva, e come tale eseguita. Forse ne soffriva
Del resto: l'importanza della giustizia era tale che perfino il Giudice, attore o convenuto che fosse, vi sottostava senza fiatare. Ad esempio; il priore di S. Maria di Bonarcado Ormanno annota, nel kondaghe di quel monastero: «faço recordatione pro su fius de Luxuri Melone in ki mi kertauat Judice Barusone d'Arbaree». Il giudice Barusone non interviene personalmente al giudizio; ma si fa rappresentare da Comida Bais ki fuit armentariu suo. Et ego, scrive sempre il priore Ormanno, bingi in corona de judice. Evidentemente i componenti del Collegio, pur essendo, in sostanza, dipendenti, funzionari del Giudice, non si lasciarono influenzare dal fatto che attore fosse lo stesso Giudice, ma resero giustizia al priore, senza temere lo sdegno o l'ira del primo.
La procedura, sempre a quanto appare dai chèrtos riportati nei kondaghi, era quanto mai semplice ma quanto mai spedita. Ed era uguale in tutti e quattro i Giudicati dell'isola, seguendo una linea quasi costante, direi una falsa riga, un rito stereotipato.
Quello che promuoveva la lite, l'attore, si rivolgeva al presidente del Collegio, al capo della corona, dandogli bèrbu dell'oggetto della lite, della sua pretesa. Convocate subito le parti (ricordiamo che la corona de berruda, come abbiamo scritto prima, si riuniva una volta la settimana, anche se per questioni amministrative, e non solo per dirimere le controversie) il convenuto faceva le sue eccezioni, prospettava, cioè, la propria difesa; si deducevano le prove rispettive, carte, o kondaghi, o testi, e la corona emetteva il giudizio, emanava la sentenza.
Riteniamo valga la pena riportare, in succinto, taluno di tali chértos, per alcune notizie curiose anche d'ordine storico che vi sono contenute.
Nel kondaghe di S. Maria di Bonarcado, alla cartula 13a, Gregorius priore scrive: fazo recordatione de kertu ke fegi megu Guantine Marki. Kertàit megu narrando: kerto cum su priore pro XXX porcos ke prestait patre meu a S. Maria... kili me torraret. Ed ecco enunciata la controversia in tutti i suoi elementi sostanziali. Risponde il priore: et ego narrailli patre tuo serbu de S. Maria de Bonarcadu fuit et bindiki annos stetit in Logudore ci perdit su serbìzu ke perdit li leat kedda de porcos pro ke kertas como. (Per il servizio perduto - durante i 15 anni di stanza in Logudoro - gli levò il branco di porci per il quale litighi ora).
Donnu Barusone Spanu chi arreeat (reggeva, presiedeva) sa corona sutta judice de Gallure, podestande ipse tando sa terra de Arbaree, percontait si erat podestade de su donnu (del padrone) leuàret de su fatu de su serbu. (Evidentemente Barusone, estraneo ad Arborea, non conosceva gli usi del luogo, e perciò ne chiede). Accordarunsi sos homines de corona ca erat raxone kando plakiat a su donnu et in su tortu e in diretu leare de sa causa de su serbu et usadu de sa terra de Arbaree erat. Per cui Guantine Marki perse la lite e i trenta porci, che rimasero al priore.
Strano uso, in verità, di compensarsi di autorità, e per giunta a tortu o a diretu, del mancato servizio di únu serbu, coi suoi beni. Perché il servo, malgrado la sua posizione subietta, poteva avere (e lo vedremo in altra nota) un patrimonio suo particolare (peculiare, si chiamava). Da notare comunque che in quella occasione e in quel periodo il Giudicato di Arborea era dominato, retto, da un rappresentante del Giudice di Gallura, e il rispetto che egli mostra di avere per gli usi e le consuetudini locali.
Un altro esempio di kértu è quello che si trova alla cartula 41b dello stesso kondaghe di S. Maria di Bonarcado. E lo richiamiamo sia perché è una delle poche recordationes datate che si trovano nei kondaghi (2-8-1205: et icusta binkidura fuit facta secundu die entrante agusti anno domini millesimo CCV, scrive Petrus Perosino priore); sia perché risulta che il Giudicato era diviso in due parti, governate da diversi giudici: «Faco recordatione de binkidura capo factu in corona de donnu Hugo de Bassu, judice de Arbacee c'auiat landu su mesu de su logu; et ipse atteru mesu fuit de donnu Guigelmu marchesu judice de Plomonis (?)». Il kértu riguardava alcuni fratelli di tal Marcu d'Abas che il priore assumeva essere servi di S. Maria di Bonarcado, mentre ipse torredimi verbu ca fudi liberu et ipse e issus frates.
Un ultimo kértu vogliamo ricordare, infine, perché legato a una tradizione curiosa. Il kértu è portato distesamente al foglio 21a del kondaghe di S. Nicolò di Trullas, monastero nei pressi di Semestene, ove ancora vi è la chiesetta dedicata a tale Santo.
Scrive adunque il priore di S. Nicolò di Trullas: «Certarun mecu et cum Pedru de Acen (abbiamo scritto in altra nota che il monastero di S. Nicolò di Trullas era stato istituito e dotato dalla potente e ricca famiglia del Logudoro degli Acen o Athen) homines de Mulària et homines de Ortucale et isso de Gìtil pro su saltu de sanctu Antipatre de monte in korona de donnu Gosantine de Acen ku bifuit curadore facende ibi corona de curatoria in sanctu Antipatre», cioè sul luogo stesso della controversia.
Le parti in causa erano, adunque, da una parte il priore di S. Nicolò di Trullas e donnu Pietro d'Acen (questi forse nella veste di patrono terreno) e dall'altra sos homines (certamente i maiorales, in rappresentanza della comunità) di Mulargia, di Bortigali e di Gitil.
Poco da dire su Mularia, l'attuale. Mulargia, che conserva l'antico nome di Molarià, villaggio ove si facevano le mole dei centimoli in uso anticamente con sa pedra frommigarza, specie di trachite porosa. Nei suoi pressi passava la strada romana, una delle centrali (ma in senso longitudinale), Karalis - Turris Libissonis, e passa ora la strada di Carlo Felice, Cagliari - Porto Torres. A proposito delle quali è a dire, a titolo di curiosità storica, che secondo i calcoli del cav. Carbonazzi, costruttore della Carlo Felice, rettificati in minima parte dal
Del borgo o centro agricolo ricordato nel kondaghe, e cioè di Gitil, ora non vi è traccia né ricordo nella zona. A meno che non si voglia trovarla nella località, posta, sì, nelle pendici di monte Santu Padre, a N. di Bortigali, ma in agro di Silanus, chiamata sa cussorza de Miti.
Circa Bortigali, infine, è da notare la strana evoluzione del nome, del toponimo di questo paese del Marghine. Come si legge nel kondaghe che stiamo esaminando, il paese era allora chiamato Ortucále, con evidente derivazione dal latino hortus. Il quale voleva dire, oltre che villa, anche «giardino, orto». E del resto il paese è posto su un pendio della vallata del rio Manigos, anche ora intensamente coltivata a orti. I... malevoli dicono che invece l'etimo è «ortica», ma solo i malevoli. In documenti posteriori, Bortigali è detto Bordigala, esattamente come era chiamata dai romani la città di Bordeaux in Francia.
Codeste, adunque, erano le parti in lite. L'oggetto della quale era, come abbiamo visto, su saltu de sanctu Antipatre de monte.
Penso che nel Libro dei Martiri e dei Santi della Chiesa sia riportato un Santo Antipatre. Oggi di questo santo non vi è più ricordo in Bortigali, se non nel nome del monte che sovrasta il paese, chiamato monte Santu Padre. Evidentemente a un certo punto i bortigalesi non capivano più il vecchio nome di santu Antipatre, né questo diceva loro qualche cosa (e forse per quanto avvenne e di cui appunto stiamo parlando), e lo accorciarono a Santu Padre, di più agevole pronuncia e di immediata accezione. Santu Antipatre dovette essere un Carneade per i buoni villici, col passare degli anni. È però da ricordare che nella chiesa parrocchiale di Bortigali si conserva una statua lignea raffigurante S. Barnaba Apostolo, proveniente, però, secondo la tradizione, a quanto scrive il rev. Puddu di colà, proprio dalla chiesa prima esistente nel monte Santu Padre, e datata nell'anno 1212.
Questa chiesa montana è legata a una tradizione, una leggenda, orale, ancora diffusa nel paese, anche se in modo piuttosto vago. E che merita di essere ricordata, se non per altro almeno... per giustificare e spiegare il titolo di questo capitolo.
Si racconta, adunque, che anticamente, sulla cima del monte Santu Padre, che sovrasta verso nord il paese di Bortigali, vi era un santuario molto famoso in tutti i paesi della plaga. (In verità dovette esser, perché risulta che vi era in effetti, una delle tante chiesette di campagna, allora molto diffuse). Accanto alla chiesa vi era una sorgente che aveva una sua particolarità. Nelle ricorrenze della festa del Santo si svolgeva una processione, pare da Mularia a monte e viceversa, coll'immancabile hardia, «guardia d'onore», di cavalli riccamente bardati, condotti dai giovani prestanti del paese, che portavano ricchi stendardi.
La particolarità della sorgente era questa: che era periodica, dava acqua a intermittenza, e precisamente solo nelle ricorrenze della festività del Santo. Or avveniva che i polledri nati in tale ricorrenza assumevano un manto di colore mai visto: niente di meno che verde; certamente per volontà miracolosa del Santo. Codesti polledri dovevano partecipare, e di fatto partecipavano, poi, alla corsa di cui si è parlato: detta perciò sa cursa de sos caddos birdes.
È facile immaginare quale concorso di fedeli e di curiosi richiamasse tale sagra, attratti dalla peculiarità della corsa di cavalli verdi, mai visti altrove, e da devozione verso il santo miracoloso. (Ricordo ai lettori di aver sentito che una tradizione analoga, colla sorgente intermittente e la corsa dei cavalli verdi sussiste, o sussisteva, anche ad Ardara; ma non ho avuto modo di accertarmene).
E fino a non molto tempo fa, sul tetto di molte case del paese di Borore, erano collocati, certamente per devozione verso il santo di monte Santu Padre, e quasi a invocarne la protezione, dei rozzi pupazzi raffiguranti grossolanamente dei cavalli dipinti in verde, e detti appunto dai nativi sos caddos birdes. Il che sta a dimostrare e confermare come la sagra avesse allora una grande rinomanza.
Or avvenne che a seguito non si sa di quale contrasto, né con chi (ma è facile pensare che si riferisca al kértu di cui parliamo), la celebrazione della festa del santo venne abbandonata dai Bortigalesi, finché cadde del tutto in disuso e dimenticata. Né più nacquero... cavalli verdi, anche se la sorgente, a quanto si dice, conserva la caratteristica di esser sempre periodica o intermittente.
E della sagra e annesse leggende non resta, ripetiamo, che un vago ricordo.
Ma i bortigalesi se ne consolarono in seguito... appropriandosi di un'altra festività religiosa, in onore del simulacro della Madonna pervenuto fortunosamente, pare dal mare, addirittura in un luogo solitario della montagna di Bolotana. Ove venne eretta un'umile chiesetta dedicata appunto a nostra Signora de Sauccu (dai molti sambuchi che vi sono), la cui festività si celebra con molta solennità l'8 settembre di ogni anno dai bortigalesi che vi destinano sempre un nuovo priore. Il quale provvede alle feste con un forte dispendio. Si è perciò che i bortigalesi venivano detti, specie dai bolotanesi, fura-Santos, sentendosi questi ultimi... defraudati quasi dell'onore di farla essi, la festa: tal ché in occasione dell'8 settembre ogni anno avvenivano delle furibonde risse tra bolotanesi e bortigalesi... in onore alla Madonna. Ora non più: l'affronto è stato ormai dimenticato e gli animi si sono placati.
Ora, dicevamo, della festa e de sos caddos birdes non resta che una vaga tradizione orale, una rimembranza nebulosa. Le spiegazioni che della festa e dell'hardia de sos caddos birdes vengono date sono almeno due. Vi è ancora chi, sorretto da una fede tetragona, crede fermamente all'autenticità del miracolo del manto verde dei polledri, nati nella ricorrenza del Santo, e alla corsa de sos caddos birdes.
Gli scettici, al contrario, affermano con una punta di malizia che non vi si faceva alcuna hardia e non si celebrava alcuna festa in onore del santo di monte Santu Padre. Ed è perciò che si diceva che vi corressero caddos birdes: i quali, non esistendo manto di tal colore, non esistevano e non potevano quindi correre. (Una specie della frase un tempo in vigore: «far vedere i sorci verdi»). La verità forse sta, come al solito, nel mezzo. La chiesa vi era: la festa si faceva, si faceva anche l'hardia. Ma i cavalieri facilmente portavano stendardi verdi, forse il colore del Santo, e i cavalli dovettero portare gualdrappe di colore verde, sempre in onore del Santo: da ciò la denominazione di cursa de sos caddos birdes, data a codesta «ardia».
Comunque la tradizione esiste e noi abbiamo ritenuto utile, forse a torto, rinfrescarne il colore.
Qualche lettore meno frettoloso degli altri vorrà, però, conoscere l'esito della lite, de su kértu: causa della decadenza della sagra. Eccolo in breve accontentato.
La corona, che siedeva, come si è detto, in loco, dispose che il priore di S. Nicolò di Trullas e donnu Petru Apen dovessero portare dei testi, a sostegno del loro buon diritto sulla pretesa avanzata dal monastero su quel salto. E nnois bactusimusilos de ca fuit su saltu ab eniçiu de Clesia, et ca lu mandicaban (lo gestivano, lo possedevano) sos prebiteros ci bi furun abbe innanti. E i testi addotti furono Iannico e Rusticelli Ape; Dorbeni Pullu, Dorbeni Runkina e Istefane Pira. Codesti testi dovettero deporre conformemente alla deduzione; e in più indicarono esattamente la delimitazione del salto, nei suoi punti estremi più importanti, abe termen in termen. Et osca (poscia) lesimus sa carta de donnu Cosantine de Açen, evidentemente portante la donazione fatta al monastero.
Di fronte a tali prove testimoniali e documentali, continua il kondaghe, sos homines de Mularia, et de Ortucale et issos de Gitil non ebbero di meglio da fare che rinunciare alla loro pretesa e alla lite. Infatti essi, si legge ancora nella recordatione, narrunt ca donnu (tutto ciò) in co nara sa carta gasi est beritate, e nnois non bi certamus.
Ad ogni buon fine e per maggior sicurezza lo zelante priore annota pure che alla definizione vittoriosa, per lui, della lite, erano presenti ben otto testi, nominativamente indicati, anche con le cariche che ricoprivano, e tota corona.
Postilla 2. Un amico lettore mi ha segnalato che la leggenda de sos caddos birdes non è esclusivamente di Bortigali. Esiste invece anche a Suni, naturalmente con qualche variante. Intanto non si riferisce, come a Bortigali, a Santo Antipatre o Barnaba che fosse, e al santuario di monte Santu Padre. Questa volta il santo beneficiario e benefattore è S. Pancrazio; e riguarda la chiesetta foranea o paesana che sia, dedicata a quel Santo, tuttora officiata. A Suni, adunque, la tradizione vuole che i cavalli abbeverati a una sorgente miracolosa posta nei pressi del santuario, al momento dell'elevazione dell'Ostia consacrata, il giorno della festa del Santo, acquistavano e assumevano anch'essi, come quelli di Bortigali, il manto verde; e dovevano partecipare e partecipavano, essendo una prerogativa speciale, alla immancabile ardia in onore di S. Pancrazio.
Arguiamo da questa circostanza della consistenza di tale curiosa tradizione in paesi diversi e abbastanza lontani, come Bortigali, Suni, e (a quanto mi era stato riferito) anche ad Ardara, che questo miracolo di far assumere ai cavalli il manto verde in determinate circostanze, avesse nel passato un'importanza e un valore che noi non riusciamo, ora, neppure a spiegarci, e del tutto particolari. E anche una diffusione rilevante, se, ad esempio, nel mio paese vi è un modo di dire che si riferisce proprio a tale miracolosa tradizione. Di persona che si dà arie superiori al proprio reale valore e assume contegno altezzoso di personaggio di eccezionale importanza, che però contrasta col suo stato di mediocrità, si dice tuttora: e non ada a essere mancu de sos caddos birdes!
Da che poi questa tradizione abbia tratto origine e ove primieramente sia sorta non sappiamo: saremmo anzi curiosi di saperlo.
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