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Ses in: Home Limba e Istoria Peraulas in Sardu Tuva

PostHeaderIcon Tuva

Sa tuva è quella specie di conca che riceve e raccoglie la farina che esce dalla macina.  Ed era costituita per lo più da una sezione di tronco d'albero, opportunamente o naturalmente scavato.

E questo infatti indicava proprio il termine tuva: «tronco di pianta, specie di quercia, scavato per vetustà nell'interno».  E il trasporto dei materiali, anche pesanti, come pietrame da costruzione, prima che si adottasse il carro rustico a buoi (e anche dopo, nei luoghi privi di carrarecce), veniva effettuato proprio cun sas tuvas: tronchi cavi spaccati, trainati da buoi o cavalli.

Sa tuva veniva anche usata per la pigiatura dell'uva, raccolta in un sacco di forte tela di lino, sul quale su cattigadore pigiava i piedi nudi onde spremerne il succo, il mosto.

Ma in molti luoghi questo arnese per pigiare l'uva era ed è detto su lacu, su laccheddu.  Il quale per altro viene usato anche per indicare altri oggetti analoghi e destinati ad altri usi, ma aventi tutti forma concava, come conca, concheddu.

Ma in sardo lacu ricalca esattamente l'analogo termine latino, che chiamava lacus vinarius il tino usato per pigiare l'uva: proprio come noi.

Analogo a tuva è tuvu. che però ha un senso ben diverso dal primo, e resta solo come toponimo, a indicare, in taluni paesi, una località: su tuvu.  E realmente tali località sono tutte caratterizzate da una orografia molto disagevole e scoscesa, quasi una forra, coperta di pruni e altri arbusti selvatici.  Sta di fatto che codeste località hanno tutte una conformazione a precipizio e presentano una profondità notevole, in un certo senso simile a tuva.

Tuvu è pure usato come aggettivo qualificativo di talune piante erbacee: come il cardo, di cui una specie è appunto chiamata ardu tuvu.  Quel cardo, cioè, che ha lo stelo vuoto all'interno, cavo, per aver il midollo naturalmente atrofizzato.

E da tuvu parrebbe derivato (ma probabilmente è conseguenza di una confusione di suoni e di significati) l'aggettivo tuvùcu: «profondo». Su piattu tuvùcu è detto il piatto fondo, per distinguerlo da su piattu ladu. E così si dice unu puttu tuvùcu meda: un pozzo molto profondo. 

E da tuvùcu, e anche questo è strano, ma forse non molto, sempre che si accetti la confusione del popolo dei due termini, è derivato il verbo (i) stuvuccare, che vale approfondire, o, addirittura, scavare un fosso profondo, un buco.  È evidente che il verbo con questo significato avrebbe dovuto essere tu-stuvare, da tuva appunto.  E invece no: si è ricorsi a tuvùcu.

E invece da tuva parrebbe derivata un'altra forma verbale: (i) stuvare.  E non lo è affatto, perché è ovvio che stuvare deriva dall'italiano «stufato», che è quel modo a tutti noto di cucinare la carne e altri cibi.  E che provenga da stufato, lo si evince anche perché stuvare nel nostro idioma si riferisce esclusivamente ai cibi.  E indica precisamente lasciar raffreddare, prima di portare in tavola, la minestra, il minestrone ecc. per modo che la pasta, i legumi ecc. si ammolliscano, assorbendo del condimento, e rendano la pietanza più gustosa.

Ora il termine stufato, che io sappia, non esiste in sardo.  Sebbene esista, logicamente, tal modo di cucinare la carne, il pesce ecc.  Che viene detto, però, cassola e in qualche paese cansola e in qualche altro ghisadu. il primo termine proviene dal catalano cassola, il secondo dallo spagnolo guisado, come del resto molti altri termini di cucina, o relativi ai dolci ecc. che ci sono rimasti dalla dominazione spagnola.  Ghisadu, per altro, più che lo stufato indica il sugo per condire altri cibi.