Giagarare
È, codesto, un verbo di uso frequente, specie nella campagna. E vuol dire «scacciare», ma in malo modo, fugare, porre in fuga; e anche «sbrancare», togliere cioè dal branco. Ma il senso più comune è quello di porre in fuga, di scacciare violentemente. Quando degli animali penetrano in un seminato, e lo danneggiano, se il contadino non li vuole tenturare (come gli è consentito, più che dalla legge, dall'uso antico, del resto sancito nella Carta de Logu), li scaccia in malo modo sì che si disperdano, si che le bestie temano a ritornare nel seminato, e il padrone perda tempo nelle ricerche. Il più spesso tale operazione di scacciamento era fatta dall'uomo con l'ausilio dei cani opportunamente aizzati.
A chiedere ai vecchi donde il verbo giagarare derivi, la risposta più comune è questa: da giaga, il rustico cancello di legno posto nei terreni chiusi a facilitarne l'accesso, o ingresso. Presupponendo, quasi, che il bestiame giagaradu si solesse farlo passare delicatamente dalla giaga. Tale derivazione è, a nostro giudizio, da ripudiare assolutamente.
I vocabolari portano il termine di cui andiamo parlando, e lo Spano lo fa derivare dal vocabolo ebraico-arabo (dice lui) gogar, che vorrebbe dire: «disperse» (verbo), «scompigliò». Ma lo stesso canonico ploaghese riporta anche due sostantivi che hanno certamente attinenza col termine giagarare. E precisamente giàgara, che vorrebbe dire «fuga», e giàgaru, che indicava un cane da caccia. Anche il Wagner dice che in Sardegna giàgaru indica il cane da caccia (a noi in verità non è mai avvenuto di sentirlo in nessun luogo): e il vocabolo gli pare di probabile derivazione da una radice preindoeuropea.
Ma a noi, specie al lettore, poco interessa tutto questo. Può forse interessare di più, almeno a titolo di curiosità, sapere se i termini giàgara per fuga, e giàgaru per cane, siano esistiti nel passato. Per quanto riguarda il primo dobbiamo fermarci al vocabolario dello Spano, e in verità, pur non avendolo mai sentito, non stentiamo a crederlo. Per quanto riguarda il secondo, siamo portati a pensare che giàgaru indicasse non cane da caccia, ma piuttosto cane da presa, cane de mossa. Non si spiegherebbe, altrimenti, perché nella Carta de Logu il capitolo 30 tratti appunto del «cane de loru o giagaru». E ovvio, infatti, pensare che il cane da fiuto, il segugio, avesse anticamente poca importanza, mentre maggiore ne dovesse avere il cane da presa, per caccia grossa e per guardia. Tant'è che nel kondaghe di S. Maria di Bonarcadu (foglio 53a) si parla, accanto a sos agasones (guardiani di cavalli) e a sos boarios ecc., anche di sos canarios: i guardiani dei cani.
Ora giagarare, in verità, può derivare tanto da giàgaru, «cane», quanto da giàgara, «fuga», pur propendendo per quest'ultimo etimo. D'altra parte, come ognuno vede, chi fosse inseguito da unu giagaru, cane de mossa, e quindi particolarmente pericoloso, era giagaradu, e perciò solo «in fuga».
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