Appiladura
Tratto dalle "Curiosità del vocabolario sardo" di Antonio Senes; pubblicate nella "Nuova Sardegna" nel decennio 1960-1970.
Appiladura: in qualche luogo anche abbiladura e ambiladura. Il fenomeno non poteva passare inosservato. Specie agli... interessati: i ladri di cavalli, cioè. I quali si studiarono di riprodurlo artificialmente. Il difficile era ottenerlo senza che figurasse, sotto il nuovo pelame bianco, la cicatrice, che avrebbe consentito di scoprire l'artificio. Trovarono il rimedio anche a questa difficoltà. Ed ecco come. Ponevano una grossa patata ad arrostire in su fari-fari (cenere viva). Quando era ben cotta, la applicavano, ancora caldissima, nel punto prescelto (la fronte, in genere) del cavallo, dopo averlo bene bendato, perché non si sbizzarrisse troppo pericolosamente, e ve la fìssavano con una pezzuola. Il pelame così cadeva, e rinasceva poi bianco; formando, così, una bella stella, atta a mutarne le caratteristiche somatiche. E, quel che importava ugualmente, senza che si formasse una cicatrice a mostrare l'artificio usato. Pare ciò avvenisse per le virtù medicamentose della patata sulle scottature, tuttora usata come mezzo, a dir così, di primo intervento, in casi di bruciature.
Altro metodo usato dai ladri per produrre una appiladura più grande, era quello di applicare una pala di ficodindia, convenientemente surriscaldata, sulla fronte della bestia, per avere una vistosa fazzadura; o sopra lo zoccolo per avere una brassanadura (balzanatura) prima mancante.
E giacché stiamo trattando di... peli, vogliamo ricordare due termini che coi peli hanno attinenza; o addirittura da pilu derivano.
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