Malàndra e sa musca maghèdda
Tratto dalle "Curiosità del vocabolario sardo" di Antonio Senes; pubblicate nella "Nuova Sardegna" nel decennio 1960-1970.
Abbiano pazienza e mi perdonino, i miei pochi lettori, se tratto un argomento tutt'altro che pulito e gradevole. Ma tant'è, mi è venuta di turno sa malandra, con le inevitabili mosche, e di malandra parlerò ora.
Un tempo, per altro non molto remoto, il cavallo e l'asino erano di uso comune diffusissimo. Ogni famiglia che si rispettasse aveva, oltre alle cavalle d'allevamento, sempre pronti, nella stalla, cavalli da soma e da sella, per ogni bisogno. E anche l'umile e paziente asinello era comunissimo. Era la cavalcatura e la bestia da soma dei poveri; pur non disprezzato dalle famiglie agiate, che lo tenevano, si può dire in continuazione, attaccato alla mola del centimolo, a macinare il grano e l'orzo.
Oggi tali equini, specie i cavalli, sono diminuiti enormemente, spodestati dai mezzi meccanici, in ogni settore delle umane attività, compresa l'agricoltura. Tuttavia sono tuttora diffusi nelle campagne, ove assolvono compiti e fanno servizi inidonei ai mezzi meccanici, o nei luoghi a questi inaccessibili, che tuttora non sono pochi.
E così anche ora si vedono degli equini, specie asini, che portano le piaghe, le fiaccature, i guidaleschi, detti appunto malandras; soprattutto a su armu, il garrese. Gli è che i basti, e le selle rustiche, gravano direttamente o quasi sulla pelle delle povere bestie, e producono sas frazzaduras o sas pittigadas, che, trascurate, diventano alla fine malandras. E infatti lo Spano rimanda proprio al vocabolo pittigada la definizione del termine malandra.
È da rilevare, per altro, che mentre il termine pittigadura (così come frazzadura) ha un significato generico (mi hat pittigadu s'iscarpa; mi hat frazzadu sa botta), malandra viene usato più precisamente riferito alle lesioni di una certa gravità degli asini e dei cavalli. E in ciò il vocabolo sardo ricalca esattamente, oltre che il suono, anche il significato del termine latino da cui certamente deriva: malàndria. Che, secondo i vocabolari, indicava, appunto, una specie di pustola, o rogna sul collo, propria dei cavalli.
E quando, non ora, l'asino aveva un valore molto modesto, e nessuna cura veniva usata, sas malandras erano certamente più frequenti.
Una brava donnetta, che abitava, alla fine del secolo scorso, vicino alla casa nostra, usava sollecitare l'asino attaccato al centimolo con questi versi cantati come una nenia:
Tira, s'ainu, tira,
ca mi costa tre liras:
tira s'ainu, tosta,
ca tre liras mi costa.
Il bello o il brutto è che talvolta si attaccava lei, al centimolo, a far girare la mola, sostituendo in questa bisogna il somarello mancante. E anche allora, tanta era la forza dell'abitudine, canticchiava a se stessa: «Tira, s'ainu, tira» ecc.
Ora, dicevo, sas malandras erano in antico molto più frequenti che non adesso; e spesso bisi poniat su sòrde: cioè le mosche vi deponevano, a loro agio e in tutta tranquillità, le uova da cui si sviluppavano le larve. Erano per lo più le mosche della putrefazione, le mosche cosiddette carnaie, che noi chiamiamo musca maghèdda, proveniente, cioè, dai macelli: dal latino macellum. Gli antichi sostenevano che non era opportuno togliere su sorde dalle piaghe in putrefazione, perché si ritardava la guarigione. Sa malandra iscùdet su sorde di per sé, a guarigione bene avviata, quando, cioè, i vermi avevano divorato le parti necrotizzate dei tessuti, e la piaga quindi appariva, a... operazione avvenuta, bella e pulita con sa carre noa: la carne nuova e sana. Ricordo che tale opinione mi suonava strana. Ma mi avvenne di leggere, poi, un articolo di persona del mestiere, in cui sosteneva che tale mezzo... terapeutico è clinicamente efficace. Sarà vero, se lo scriveva lo scienziato: io non me ne intendo; ma sono portato a credervi.
Comunque: a sa malandra sa musca (sottinteso: accudit) dicono i vecchi, e prus e prus sa musca maghèdda. Il modo di dire era usato in senso figurato, e spesso a proposito. Un giovane, sempliciotto anzichenò, tutt'altro che laborioso, partì militare. E rientrò con una bella mogliettina; pur non essendo, né per censo né come giovane, un partito accetto neppure per le forosette paesane. Ma cantava bene, con una bella e aggraziata voce tenorile. La gente ne restò sorpresa non poco. Ma un bello spirito locale, a chi gli esternava tale meraviglia, rispose: ite cheres: a sa malandra, sa musca. E in verità, altro di buono la, consorte di quel tale non dimostrò che la sua prestanza; perché quanto a laboriosità dava dei... punti al marito.
Sas malandras, infine, un po' per la difesa naturale della bestia, e talvolta anche per le cure del padrone, venivano a guarigione. Ma restava, naturalmente, la cicatrice; e spesso su di essa spuntavano peli bianchi, che falsavano così l'originario manto. Questo fatto aveva ed ha il suo termine. E di esso intendiamo ora parlare.
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