Desulo, Gennargentu, Flumendosa, Chilivani
Tratto dalle "Curiosità del vocabolario sardo" di Antonio Senes; pubblicate nella "Nuova Sardegna" nel decennio 1960-1970.
Désulo, e altri toponimi fasulli. Confesso con tutta franchezza che questa mia, di chiamare errati, o addirittura... fasulli, alcuni toponimi sardi, è una presunzione e una pretesa quanto meno azzardata. Le parole, i toponimi, nella lingua viva si formano, si sa, quasi per moto e forza spontanea; ma, quasi sempre, a ragione veduta. Bisogna pur dire, però, che talvolta sono anche frutto di banali errori (e ne abbiamo dato qualche esempio in una nota precedente). I quali, tuttavia, e anche questo si sa e si spiega, sono errori all'origine, che poi l'uso accoglie e con ciò consacra. Dopo di che, non vi è nulla da fare. Sono entrati nel patrimonio della lingua parlata e scritta e vi restano, come un gioiello in un forziere. E bisogna servirsi di tali parole o toponimi, errati o fasulli, se si vuol essere compresi. Solo i retori e i grammatici puristi possono torcere il muso al suono o alla lettura di questi termini non ortodossi né regolamentari. E lamentano la decadenza della lingua, l'uso scorretto delle parole, la costruzione azzardata del periodo, le sconcordanze ecc. Ma in sostanza la lingua umana, ogni parlata, è una cosa viva, in evoluzione continua, incessante, che lascia sulla strada i... morti e raccoglie, quando conviene, i... neonati: non una cosa morta, cristallizzata.
D'altra parte noi siamo tutt'altro che grammatici, ma scriviamo come possiamo: pedestremente, anzichenò.
Ma, a ritornare, dopo questa disgressione, ai toponimi errati o fasulli, diciamo che è lungi da noi qualsiasi intenzione di rettificare i pretesi errori o eliminare i toponimi fasulli. È nostra intenzione, solo, rilevare e far conoscere qualche curiosità toponomastica, di toponimi molto noti, quasi come intermezzo alle altre curiosità del nostro lessico, che andiamo pubblicando. E cominciamo con:
Désulo. Chi non conosce, almeno di nome, questo alpestre paese del cuore dell'isola, patria del compianto poeta Antioco Casula, che con lo pseudonimo di Montanaru affidava alle colonne della ospitale «Nuova» le sue bellissime liriche? E patria anche de sos truddaios e castanzeris, così cari al Poeta, che girano tutti i borghi dell'isola a vendere le loro povere mercanzie, portate a soma dai pur noti acchettos de Desulo?
Orbene: parecchi lustri fa oziavo nella vicina Aritzo, a ricostituire le forze, e mi venne l'idea di visitare Desulo, anche per motivi della carica che allora ricoprivo.
Già alla stazione delle Ferrovie Complementari, sobbalzai nella macchina, leggendovi ben scritti i paesi che avrebbe dovuto servire: Desulo e Fonni. Non vi era, allora, non solo alcun servizio pubblico fra la stazione di Desulo e il paese di Fonni, ma neppure una semplice carrereccia. Di guisa che chi, fiducioso di quanto scritto negli orari ferroviari, avesse voluto recarsi a Fonni con quel trenino, pervenuto alla stazione di Desulo non avrebbe avuto altra scelta che proseguire per Fonni sul... caval di San Francesco, lungo interminabili sentieri di montagna, o rientrare a Caglìari e proseguire per Nuoro, e di qua raggiungere la meta del suo viaggio. Ora la strada fra Desulo e Fonni esiste, ma non è ancora aperta al pubblico, per quanto sappia, e senza alcun servizio pubblico regolare.
La mia sorpresa, adunque, era legittima, avanti alla stazione di Desulo. Imboccai poi la disagevole strada che portava a Desulo; ma pervenuto al suo termine avanti all'umile chiesa parrocchiale, trovai che Desulo non... esiste.
Già: trovai prima una piccola borgata; e a chi chiedevo se esso fosse Desulo, mi rispondeva: no, questo è Asuài. Proseguii, e dopo qualche chilometro pervenni a un altro borgo, ove mi si disse che neppure esso era Desulo, ma Ovolaccio. E del resto, non vede là l'insegna con questo nome? Ed era vero. Neppure il terzo, infine, era il paese che cercavo, perché anche quivi troneggiava sulle povere casupole il cartello con su scritto a grossi caratteri: Issirìa.
E così dovetti malinconicamente concludere che Desulo non esiste, come paese a sé stante; ma è la risultante di tre paesotti, ciascuno con nome diverso. Come, del resto, ragionando con questo mio strano modo, non esisterebbe neppure il vicino paese di Tonara, così noto come stazione climatica e per lo squisito torrone che sos turronazos locali portano, anche essi come i desulesi, a vendere sulle loro bancarelle in tutte le sagre paesane, unicamente alle nocciole. Già, perché non vi è un borgo, un rione anche piccolo, nel paese di Tonara che abbia tale toponimo; essendo composto da quattro borgatelle che rispondono agli... ostrogoti nomi di Ilalà, Tonéri, - Teliséri e Arasulè. Salvo Toneri di cui si conosce il significato, perché il termine indica nella zona una particolarità orografica, degli altri tre, come dei tre di Desulo, non si conosce nulla; né come significato né come etimo; ma sono anzi ritenuti «relitti del più antico strato linguistico sardo», come scrive la Guida del T.C.I.
Gennargentu. E giacché con Desulo e Tonara siamo nelle balze della nostra maggiore catena di montagne, restiamoci per vedere brevemente il toponirno con cui essa viene indicata: Gennargentu.
Gli è che non sono mai riuscito a spiegarmi il perché a tale catena di monti sia stato dato, generalizzando, il nome di un modesto valico ivi esistente e chiamato appunto ienna arghentu: da janua: «porta, di argento». E il La Marrnora dà come etimo proprio quello di janua argenti. Il traduttore lo pone in dubbio; ma a noi pare che non possa assolutamente dubitarsi della esattezza di tale etimo. Che poi, più che etimo è, come si èdetto, il nome di una località esteso poi a tutta la catena. Nome comune, fra l'altro, in tutta la Barbagia: ienna de cresta, jenna luddurreo, jenna de berbeghe ecc.: che sono Poi tutti piccoli valichi.
Eppure le catene di montagne prendono di solito il nome da quello della cima più alta o più importante: Monte Bianco, Moncenisio ecc. Sarebbe stato logico quindi aspettarsi che il Gennargentu-catena avesse preso il nome dalla cima più alta, cioé da Bruncu Spina, o almeno dalla seconda per altitudine, che però localmente ha un nome Piuttosto strano: Punta de sciusciu. O quanto meno dal passo che segna proprio il passaggio da un versante all’altro della catena, e che prende il nome dalla sua forma lunata: Correboi, o, per meglio indicare i componenti, corru' e boi. (Ricordate i versi dei Carducci nella sua poesia alle Fonti dei Clitumno? Anche egli richiama la forma falcata delle corna: «... dei bei giovenchi, erti sul capo le lunate corna»). Salvo errore nella Guida del T.C.I. il termine Correboi è tradotto... «collo di bue», evidente errore.
Ma ormai la catena è detta Gennargentu e tale deve restare; anche se non è una... porta; e di argento non vi ha traccia. D'altra parte è da preferire infinitamente questo bel nome sonante di Gennargentu, a quello ad esempio di... Sciusciu, che significa, secondo lo Spano, «precipizio, dirupo», che richiama il verso con cui le nostre donne scacciano le galline moleste, e che è proprio: sciù-sciù.
Flumendosa. Restando ancora nella regione montana ove ci troviamo con Desulo e Gennargentu, ci imbattiamo in un altro toponimo; di fiume questa volta, che ha anche esso una sua caratteristica: cioè il Flumendosa. Che è uno dei maggiori fiumi dell'isola, ormai noto a tutti per i grandiosi lavori di sbarramento fattivi, a scopo di irrigazione e di produzione di energia elettrica.
Il quale toponimo è, però, tutt'altro che errato, perché anzi riporta esattamente la pronuncia locale propria di tale fiume. È però sbagliato il modo con cui è scritto, se di errore può parlarsi in codeste cose. Perché anticarnente il fiume era uno dei soliti fiumi, che prendono nome o dalla importanza (riu mannu) o dalla regione ove scorrono. E il nostro era ed è flumen de' Osa, e chissà poi perché, se, come è notorio, il fiume di Bosa è il Temo. Ma forse Osa o Bosa era un luogo o una persona della regione che il Flumendosa attraversa.
Chilivani. E veniamo ora al toponimo veramente. . fasullo, inventanto di sana pianta, ma ormai diventato ufficiale e più che noto. E tale resterà ancora chissà per quanto tempo. Intendiamo riferirci al nodo feroviario di Chilivani. Esso è posto quasi al centro della piana, o campo di Ardara, così chiamato ab immemorabili, come analogamente ai pochi campi di Sardegna, a cominciare dai vari Campidani, a finire in Campu Giavesu, Campu Lazzari, Campu 'e mela e Campu de Sant'Anna. Appare quindi strano che al nodo ferroviario di Chilivani sia stato dato codesto nome anziché quello di Ardara. E suona poi piuttosto insolito alla nostra nostra lingua, codesto nome, ed estraneo alla nostra glossologia.
Orbene: ebbi spiegato il mistero molti decenni fa da mio nonno, che era stato in dimestichezza col costruttore delle Ferrovie Reali dell'isola: l'inglese Beniamino Piercy. in verità il Piercy non fu l'iniziatore della costruzione delle ferrovie, né le portò a termine. Perché la Francia, insospettita della presenza e dell'attività di questo inglese in Sardegna (che sospettava agente dell'Intelligence Service), e vociferandosi di una possibile cessione della Sardegna all'Inghilterra, vedeva compromesso l’asse Tolone-Biserta, che andava faticosamente formandosi. Fece quindi seri passi diplomatici presso il governo d'Italia, e alcuni deputati fecero interpellanze sulla diceria di cessioni. A tagliar corto a tutto, il Regio governo cessò i rapporti di lavoro coi Piercy.
Or dunque (dopo questa forse inutile disgressione) mio nonno mi disse che il nome di Chilivani era stato dato al nodo ferroviario della piana o del campo di Ardara dal Piercy, a mernoria di una ragazza da lui conosciuta in India, ove lavorava prima di venire in Sardegna allo stesso scopo e che si chiamava esattamente Chili-Vani. La notizia mi venne poi confermata dal figlio del costruttore inglese, pure a nome Beniarnino, che viveva per alcuni mesi nella sua tenuta di Baddesalighes, nella montagna di Bolotana. Ecco cosi eternata in Sardegna una ignota bellezza indiana¹.
¹ Dopo la pubblicazione di questa nota, il corrispondente della «Nuova» di Ozieri ha scritto che, al contrario, chilivani come toponirno esiste almeno dai prirni decenni dell'800, perché lo trova in una deliberazione di quel Consiglio Cornunale, pur non individuando la località così chiamata.
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