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Ses in: Home Limba e Istoria Peraulas in Sardu Fìgadu

PostHeaderIcon Fìgadu

Tratto dalle "Curiosità del vocabolario sardo" di Antonio Senes; pubblicate nella "Nuova Sardegna" nel decennio 1960-1970.

Questa grossa, la più voluminosa, ghiandola degli animali a sangue caldo, con funzioni così importanti per il corpo, ha costituito da sempre un cibo particolarmente prelibato e gradito.
Presso gli antichi, e i Romani in ispecie, il fegato era una delle interiora da cui gli aruspici, i sacerdoti addetti alla interpretazione della volontà degli dei, traevano i loro auspici.  E non solo per i privati cittadini, per gli atti della loro più o meno modesta attività; ma financo per tutti gli atti più importanti e impegnativi dello Stato, come la dichiarazione della guerra, l'inizio di una campagna militare, era necessario fare prima i prescritti sacrifici alla divinità, immolandole delle bestie, e trarne gli auspici favorevoli o infausti che fossero.
Il fegato era anche ritenuto la sede delle virtù virili dell uomo.  E del resto tutt'oggi, di chi si dimostra particolarmente coraggioso, si dice che ha del fegato.
Comunque, dicevamo, il fegato è un buon boccone.  Buono, il fegato di vitello alla veneziana, tagliato come le trifole e condito con molta cipolla.  E buoni i fegatelli di agnello, infilzati allo spiedo, intercalati da fette di lardo e di pane, avvolti dagli intestini, e cotti con fuoco vivace di brace di legna aromatica, come il mirto, all'aperta campagna e all'aria aperta consumati.  Ottimo, poi, il fegato di maiale avvolto nella reticola, e cotto (poco però) su graticola con brace sempre di legna aromatica; anche se non propriamente adatto allo stomaco di una donzella cittadina.
Ma da che proviene, da che deriva il nome «fegato» dato in italiano a questa ghiandola, e fígadu in sardo?  Gli etimi più comuni nel sardo e nella lingua italiana sono quelli latini.  Ed è ovvio, trattandosi di lingue neolatine e romanze.  Altri etimi ci ha fornito il greco, e per noi sardi lo spagnolo e l'arabo.  Comunque questi ultimi due non interessano per questo discorso.
Ora fegato in greco era detto épatos e in latino jecur (al genitivo jecoris, e anche jecinoris).  Né l'uno né l'altro termine hanno dato vita e origine all'italiano «fegato» e al sardo fígadu, come è evidente.
Eppure fígadu deriva, come il corrispondente italiano, proprio dal latino.  Ce ne convince quanto scrive quel gran ghiottone romano che rispondeva al nome di Celio Apicio, che ci ha lasciato un trattato de re culinaria: una specie di Artusi antelitteram di quasi 2000 anni fa.  Con in più, a quel che ne dicono gli scrittori romani, un'infrenabile ghiottoneria. E scialacquatore anche; tanto che si racconta di lui che, avendo dilapidato un patrimonio di 100 milioni di sesterzi, si uccise, quando gliene rimanevano solo 10 milioni, per paura di morir... di fame!
Nel de re culinaria, appunto, Apicio parla, come di un boccone prelibato, del cinorem ficatum: del fegato, cioè, coi fichi.
Non è chiaro se egli si riferisca a un modo particolare di cucinare il fegato, cioè frammischiandovi i fichi, secchi o freschi che fossero; oppure alla provenienza della... materia prima da animali trattati e ingrassati coi fichi, acquistando così un sapore del tutto speciale.  Noi propendiamo per questa seconda spiegazione, per quanto tradizionalmente avviene nella regione dei medio Reno.  Quivi, come è noto, da secoli (e anche altrove, ma a Strasburgo più specialmente), si confeziona un pasticcio, famoso in tutto il mondo, di fegato grasso d'oca.  Le povere bestie vengono tenute con le ali fermate al pavimento della stia, e letteralmente ingozzate di buoni alimenti.  Di guisa che il fegato diventa eccezionalmente grosso e grasso, e viene poi ammannito, ridotto a pasticcio, come una pietanza di particolare pregio, esportata in tutto il mondo, in una certa ricorrenza.
Or se si riflette a questa usanza di sottoporre a un ingrasso forzato gli animali da cortile, al fine preciso di averne un fegato voluminoso e gustoso, il cinorem ficatum di Celio Apicio, riteniamo di non lavorare eccessivamente di fantasia, ma anzi di essere prossimi al vero, attribuendo ai Romani l'usanza di tale ingrasso: essi che nel Reno avevano portato la vite e risieduto per parecchi secoli.
Ma che Apicio si riferisca a un modo di cucinare o al metodo di ìngrasso, certo è comunque che il termine fígadu proviene proprio da cinorem ficatum; con la perdita... proprio del fegato, e conservazione dell'aggettivo.