Pustéma, o postéma
Tratto dalle "Curiosità del vocabolario sardo" di Antonio Senes; pubblicate nella "Nuova Sardegna" nel decennio 1960-1970.
Lo Spano lo riporta appunto sotto la voce di postéma; ma io l'ho sentito più frequentemente sotto quello di pustéma, con l'accento tonico sulla e. E da taluno anche fustéma, per una di quelle solite traslazioni di suono che avvengono nel sardo. Ma è certo, a nostro gìudizio, che il vocabolo esatto sia pustéma.
Or qualche tempo fa un caro amico mi riferiva di aver sentito, molti anni prima, dalla sua vecchia nonna, una frase che gli era riuscita oscura e della quale non aveva afferrato il preciso significato. La vecchia avola, cioè, aveva fatto rilevare che un tale, o una tale che fosse, aveva «una fazza de pustéma». E ritenendo che io conoscessi il significato della parola, me lo chiedeva, al fine di rendersi conto di cosa precisamente la sua antenata avesse voluto dire.
E proprio risalendo all'etimo, e anche alla parola italiana (che del resto deriva anch'essa dal latino, come quella sarda) di identico significato e di suono molto vicino, il senso vero del termine di cui trattiamo, appare evidente. Pustéma, invero, altro non è che «pustola, tumore». Ora è più diffuso il termine fruschedda, che per altro ha valore più generico. E l'etimo, se pure non si tratta di un trasporto diretto nel sardo del termine italiano «pustola» (però non ne siamo convinti), è fornito dalla parola latina pus, e cioè «marcia, sangue corrotto», usata come termine medico anche in italiano.
Per cui la frase della vecchia nonna di quel mio amico voleva solo dire, precisamente, che quella tale persona, alla quale si riferiva, aveva una faccia, un viso, colore della marcia, del pus.
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