Carrarzu e chirina
Tratto dalle "Curiosità del vocabolario sardo" di Antonio Senes; pubblicate nella "Nuova Sardegna" nel decennio 1960-1970.
Secondo lo Spano, carrar-l-zu, significa «calcinaccio, ingombro di detriti», e anche «nascondiglio», specialmente di cose di provenienza furtiva. In verità nella parlata comune carrarzu (o carralzu, secondi i paesi) vuol dire, oggi, qualche altra cosa, anche se con riferimento proprio all'ultimo senso dato dallo Spano al termine di cui trattiamo. E precisamente corrisponde all'italiano «carnaio»; cioè un ammasso più o meno grande di carni, raccolto alla rinfusa in luogo riparato e nascosto nella campagna, al riparo dai cani e dagli... sguardi indiscreti degli estranei. Perché si tratta, il più spesso, di carne proveniente da bestiame rubato e macellato di urgenza.
Il nascondiglio è costituito, di solito, da una fossa praticata nel terreno, e poi ricoperta di frasche, terriccio ecc. E non di rado vi si accendeva sopra un fuoco, come su un focolare. Allo stesso fine gli... interessati usavano praticare nel corpo dei muri a secco una cavità, invisibile all'esterno, ma facilmente raggiungibile, rimuovendo una pietra mobile che ne ostruisce l'apertura, l'opercolo.
Non è raro che chi va alla ricerca di bestiame rubatogli (e non sono né pochi né rari purtroppo) trovi di codesti depositi di carname; magari addottovi dai cani, che ne avevano annusato l'odore. Amos agatadu un mannu carrarzu de petta,- sos pastores bi tenian unu carrarzu de petta ecc., sono frasi che abbiamo sentito più volte, in occasioni come quelle che abbiamo ipotizzato.
Come si vede, fra i due significati fondamentali del termine carrarzu di cui andiamo trattando vi è una tal quale confusione. O, per esser più esatti, uno sviluppo del concetto originario tutt'altro che raro; un'evoluzione dal senso proprio, primitivo, ad altro di valore diverso, ma che ne dimostra la derivazione. Fenomeno solito, nel nostro idioma, e anche in tutte le parlate, che ne costituisce la naturale evoluzione. Il fatto sarà più chiaro parlando dell'etimo e del significato vero e originario del termine.
Carrarzu deriva secondo il Wagner, e l'etimo è talmente evidente che non può essere contestato, dal latino carnarium. Che significava, in origine, esattamente il luogo ove si serbavano le carni macellate. Il nome poi venne a indicare una fossa ricavata in piena terra ove si poneva la carne a cuocere, ad arrostire in determinato modo. E in questo senso è passato anche nel nostro idioma; posto che anche da noi era usato cotale modo di cottura della carne. Fatta la fossa, infatti, vi si accendeva un gran fuoco, al duplice scopo di rassodarne le pareti, con questa rudimentale cottura, e di riscaldarla ben bene.
Tolta poi la cenere, vi si poneva la carne su uno strato di frasche; talvolta addirittura un intero capo di bestiame minuto, convenientemente squartato (ad esempio un maiale, una pecora ecc.); e talora, per i buongustai, includendo, in un pezzo più grande, un altro più piccolo, come un porcellino da latte, che costituiva proprio la ghiottoneria più raffinata.
Deposta la carne nella fossa, veniva ricoperta di altre frasche, tanto meglio se di piante aromatiche, come il mirto, e queste coperte di terra; sulla quale poi si faceva il fuoco di cottura. A suo tempo si toglieva la... copertura e la carne veniva consumata di gran gusto.
Carrarzu, adunque, «fossa». Ma, s'intende, non fossa qualsiasi ma quella destinata a ricevere la carne da arrostire.
Il suffisso arzu della parola di cui andiamo trattando, proviene direttamente dall'analogo latino arius, a sua volta analogo all'altro suffisso, pure latino, torius, trasportato nel sardo orzu. Sono entrambi molto comuni nel nostro idioma: porcarzu, baccarzu, berbegarzu ecc. e tusorzu, chenadorzu (s'istella chenadorza è detta, se mal non ricordo, Venere, ed è quella che sorge nelle prime ore della notte, quando il pastore si accinge a consumare la sua parca cena), minadorzu ecc. e valgono a indicare sia l'azione che il tempo o il luogo nei quali essa si svolge. Quindi carrarzu non vuol dire solo carnaio, ma anche luogo ove la carne veniva posta per essere cotta o conservata e nascosta.
Appare evidente da tutto ciò come, dal suo primo significato, la parola abbia evoluto in quelli più recenti indicati dallo Spano; pur conservando, come abbiamo visto, anche quello originario. infatti, fermando l'attenzione a ciò che copre la fossa carnaia, e non a ciò che essa contiene, si nota che esso è qualche cosa di ingombrante, un mucchio di terra, e da ciò il senso di ingombro, calcinaccio ecc.
Da carrarzu, in quest'ultimo significato di copertura, sono sorte due forme verbali di uso comune. Incarrarzare, intanto, che vale appunto «coprire, sotterrare» e quindi anche nascondere; con evidente riferimento all'uso dei ladri di nascondere in fosse cosiffatte la carne rubata. E iscarrarzare, che vuol dire ovviamente il contrario: togliere ciò che serviva a incarrarzare, quindi «dissotterrare, scoprire» ecc.
Chirina. Ma non sempre il bestiame rubato viene macellato subito per consumare la carne. Anzi il più spesso è conservato vivo, al fine di esser immesso nel proprio gregge o branco, dopo le opportune... correzioni al segno e al marchio; o ripartito fra i compari.
E allora esso viene mantenuto in luogo o sito particolarmente idoneo per esser nascosto alla vista degli investigatori; in genere in qualche modesta radura o aggorru, circondata da macchie. Un sito cosiffatto è appunto detto chirina: da cui il verbo inchirinare, cioè inserrare il bestiame mustrencu nel nascondiglio. E non di rado tale bestiame viene trovato proprio inchirinadu in qualche luogo solitario e appartato.
Chirina deriva da chirra, di cui è il diminutivo; ma da non confondere con chirriu o chirru. Questi due ultimi termini hanno significato analogo di «orlo, tratto», e anche contrada, e di tanto in tanto «cantone». Deo ando a custu chírru e tue a s'atteru: io vado in questo verso, di qua, e tu nell'altro, di là. Da chirriu deriva chirriare: «separare» e anche «scegliere», per un'evidente traslazione di significato. Appunto dal fatto che io vado in d'unu chirriu e tu nell'altro, noi ci separiamo, scegliamo vie diverse.
Ma chirra in sardo ha un significato preciso, indica una cosa determinata, e talora viene usato al posto di arúla. Arúla, dal latino harula, è la mandria o stalla, spesso in muratura, coperta di frasche o altro riparo ove si raccolgono le scrofe figliate, per ricovero nella notte, nelle campagne e nei boschi. Ora: chirra è un porcile, una mandria più piccola, spesso in legname, e su palafitte, nei cortili delle case o nelle vicinanze dell'ovile, ove si tiene appartata una scrofa coi porcellini.
E dal fatto che in tale modo si tiene appartata una scrofa, nella chirra, separata dal resto dei branco, è sorto il senso di nascondiglio del termine chirina, perché nella chirina si tiene appartata qualche bestia rubata, nascosta allo sguardo degli... indiscreti ricercatori o anche semplicemente curiosi, sempre però molesti e pericolosi.
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