Chenábura
Tratto dalle "Curiosità del vocabolario sardo" di Antonio Senes; pubblicate nella "Nuova Sardegna" nel decennio 1960-1970.
Non sempre né dappertutto lo scorrere del tempo è stato suddiviso, così come ora, in settimane.
Ovviamente è stata più facile e semplice la suddivisione del ciclo annuale del nostro maggior astro, il sole, nelle quattro stagioni. Esse avevano corrispondenza nel ciclo naturale della vita, specie vegetale, quale si svolgeva sulla terra, agli occhi stupiti e ammirati dei nostri antichissimi antenati. Epperò essa è stata, a quanto risulta, di diffusione universale. Si intende, ove l'osservazione del giro degli astri fu sentita, oltre che come esigenza d'ordine pratico, anche di conoscenza, per tutto quello che essa importava. E pure abbastanza facile dovette apparire la suddivisione del ciclo annuale del tempo in mesi; sia che si prendesse a termine di misura il sole, o che si prendesse la luna: gli astri maggiori. Grosso modo il periodo di evoluzione della luna, le fasi lunari, corrispondevano a poco meno di un mese; e quindi fu adottata la suddivisione dell'anno in 13 mesi di 28 giorni ciascuno. E analogamente per il sole, con mesi di 30 giorni. In ogni caso sempre prossimo ai 365 giorni dell'evoluzione del sole.
Ma più difficile dovette apparire la sub-divisione del mese in settimane. E infatti si sa che essa è stata adottata soprattutto da quei popoli che avevano accolto a misura del tempo l'anno lunare. Quattro settimane corrispondono grosso modo alle quattro fasi della luna. E appunto in periodi di sette giorni risulta diviso il tempo presso i Cinesi, i Caldei, i Persiani, i Babilonesi, gli Egizi ecc.
I Greci invece avevano diviso il mese (ciclo solare) in decadi, i Romani in novende: nundinae. Ma anche i Greci e i Romani finirono poi con l'accogliere e accettare il riparto in periodi di sette giorni: la settimana. i Latini adottarono addirittura le denominazioni date ai varì giorni della settimana dai Caldei o Babilonesi; che li avevano dedicati ai due maggiori astri: il sole e la luna, e ai cinque pianeti visibili a loro: Marte, Mercurio, Giove, Venere, Saturno. E così chiamarono il primo giorno, da cui facevano partire la settimana, Junae-dies; il secondo, Martis-dies, il terzo, Mercuris-dies; il quarto, Jovis-dies, il quinto, Veneris-dies; il sesto, Saturni-dies e il settimo Solis-dies.
Ma appare strano che in sardo solo i primi 4 giorni ricalcano esattamente la denominazione latina, con l'elisione perché sottinteso (come analogamente avveniva nella parlata latina) del termine dies. E abbiamo così: lunis, martis, mércuris e giòia o giòbia.
Ma gli altri termini degli altri tre giorni della settimana non hanno nulla a che fare con i nomi relativi latini. Perché? E da dove provengono?
Gli è che codesti ultimi tre giorni sono venuti a un certo punto ad avere un valore o significato più corrispondente alla vita e alle credenze dei sardi; mentre ì primi quattro sono rimasti... come erano. Vediamoli.
Per il venerdì abbiamo, al posto di... Venere, chenábura o chenápura; che, come si vede, nulla ha in comune con la dea della Bellezza. Tuttavia tale termine deriva certamente dal latino; poiché altro non è che coena pura, trasportata nella nostra parlata tale e quale, salvo la c dura (come forse la pronunciavano gli stessi Romani). Ma perché «cena pura»? E cosa c'entra la cena pura coi giorni della settimana? Ce lo spiega il Terracini, nel suo studio linguistico della Sardegna preromana. E ce lo fa intuire S. Agostino. Il quale ricorda l'usanza degli Ebrei di Africa (ed egli era africano e in Africa visse alcuni decenni) di fare in tale giorno una cena pura, cioè senza cibi sostanziosi, priva di carne e di bevande alcooliche, quasi sacrificio di... gola al Signore. Questa usanza venne accolta dai Cristiani, che la seguono tuttora (il magro del venerdi, appunto), e portata in Sardegna. Specie nel periodo in cui i rapporti della Chiesa di Cagliari con quella dell'Africa erano continui e intensi: basti pensare all'epoca del vescovo Lucifero. Naturale quindi che il giorno gia dedicato alla pagana Venere abbia preso da noi la denominazione di chenábura, dedicata al Signore.
E sápadu? Anch'esso nulla ha a che fare con il latino; ma anzi viene pari pari dall'ebraico sabbata (da non confonder con sabhao, «tregenda», ballo delle streghe) che voleva dire «riposo»; e giorno del riposo del Signore, appunto, dopo la creazione del mondo, che Iddio aveva santificato. Et benedixit diei septimo; et sanctificavit illum (Genesi: Il 3). Tale obbligo era talmente sentito dagli Ebrei che lo estesero alle cose inanimate, disponendo che ogni 7 anni anche la terra fosse lasciata del tutto incolta a riposare; e tale anno era appunto detto anno sabbatico. Dal fatto che dagli Ebrei questo giorno della settimana era chiamato sabbata, e che tale denominazione venne conosciuta in Sardegna forse nel periodo cui abbiamo accennáto, anche da noi venne chiamato sápadu, anche se non ha il significato dato dagli Ebrei di giorno del riposo.
Per dominiga la spiegazione è più semplice e ovvia. I Crìstiani ritenevano che il giorno dedicato al Signore e dal Signore santificato fosse non già il sabato, ma la domenica. Giorno, quindì, del Signore; e il Signore per eccellenza è Dominus; perciò Domini-dies, e, più brevemente, come per gli altri gìorni, dominiga.
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