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Ses in: Home Limba e Istoria Peraulas in Sardu Érema e triga

PostHeaderIcon Érema e triga

Tratto dalle "Curiosità del vocabolario sardo" di Antonio Senes; pubblicate nella "Nuova Sardegna" nel decennio 1960-1970.

Ragazzetto, sentivo mio nonno raccomandare, alla stagion sua, al fattore di Lei, di portargli l'uva de sérema de sa tetti acchina (mammella di vacca), che preferiva.  E un suo fratello vantava, a sua volta, su goloppo de sa triga.
Triga
sapevo cosa fosse, essendo frequente negli orti del paese; ma solo più grandicello ho saputo cosa fosse s’érema.  Per evidente analogia li trattiamo insieme.
Érema era ed è adunque chiamata la vite maritata, in genere a una pianta.  Ma il termine non ha avuto sempre, né dappertutto, tale significato; anzi ne ha avuto diversi anche se affini, come si rileva dai testi antichi e dall'uso comune.
Anticamente érema era detta la parte della vigna non vitata, di solito la più rocciosa e sterile.  Ove, quindi, si depositavano i tralci secchi, e altra cianfruscaglia.  Era adunque un luogo abbandonato, incolto, e perciò «romito».  Vedi eremitanu, eremitu, il guardiano delle chiese campestri che viveva solitario di elemosina e di... furtarelli.  Nel codice agrario di Mariano IV, padre di Eleonora, troviamo il verbo eremare, proprio col significato di «abbandonare, inselvatichire».  Anzi, per tale abbandono in cui eran lasciati i coltivi, egli detta il suo codice agrario.  Così disse: «Considerando sos multos lamentos continuamente sun istados et sunt per issas terrar nostras ecc. cue si disfaghint per issa pocha guardia... de su bestiamen, prossa quali causa multas vignas e ortos sunt eremadas, volemus et ordinamus». (E nel kondaghe di S. Pietro si parla di «una vinia tocta erema de valle»).  Mariano prosegue al capitolo 13 8 che «caluncha persona de caluncha condizione siat at aviri terra boida in cástigu de vignas depiat illi esser comandadu per issu ufficiale nostru maiore dessa contrada, qui cussa terra boida depiat ponne avingia over... infraunu annu».  La disposizione era cosi severa che, ove il proprietario non vi provvedesse, dovesse vender il terreno.  L'ordine doveva scriversi nei registri «chi si possat ischire quando su tempus at esser complidu»; perché, ove nessuna delle soluzioni ordinate avesse attuazione, «su dictu ufficiali sa dicta terra levet et approprit a sa corte nostra».  Disposizione severissima, anche se riferita solo assa terra boida in cástigu; cástigu essendo detta la zona coltivata e perciò soggetta ad esser guardata, dal castiadore o castigadore, «guardiano delle vigne» ecc.  Tuttora una vasta zona a Sud di Macomer è chiamata castigadu.  E il vestito buono, delle feste, è chiamato ancora de cástigu, in contrapposto a quello di lavoro o de fitianu.  Come poi il termine abbia finito con l'indicare la forma di allevamento della vite è intuitivo.  Nei luoghi vacui si solevan piantare, qua e là, viti che venivano allevate in maritaggio con le piante, d'uva da tavola.

Triga è il pergolato, detto anche trigarzu.  Ma anticamente il termine indicava una qualità di uva, o vitigno, corrispondente, pare, all'appesorgia. il termine deriva dal latino triquila.  Avvenne così che la parola indicante la specie dell'uva da pergola, cioè triga, è passata a indicare il sistema di coltivazione a pergolato dell'uva.  Ma che il senso vero del termine fosse di una speciale uva, lo si evince dai testi antichi.  Negli Statuti Sassaresi il termine compare più volte.  Nel cap. 128, intitolato de non pastinare vingna, si fa divieto, contrariamente a Mariano IV, appunto di impiantare nuovi vigneti: «Non fiat licitu ad alcuna persona masclu ovver femina, pastinare, over fagher vingna alcuna in su territoriu de Sassari e in su districtu, salvu si alcunu aueret vingna sa cale boleret bogare daue fundu» ecc.  Altra eccezione, era questa: «Chi potat cascatunu pastinare tricla et siminicante unua chi non se operet a binu». È evidente la finalità della disposizione che appare ancora più chiara col divieto compreso nel prosieguo del capitolo: «et neuna persona de Sassari o uer de su districtu ecc. non pothat batture facher in sa terra de Sassari ouer in sa iscolca... alcunu vinu ouer mustu terramagniscu ouer sardiscu durante su inu dessos omines de Sassari»; salve, anche qui, alcune eccezioni limitate, si intende, ma sempre accompagnate dalle solite penalità di multe: «si perdat sa bestia e issu vinu».