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PostHeaderIcon Condaghe

Tratto dalle "Curiosità del vocabolario sardo" di Antonio Senes; pubblicate nella "Nuova Sardegna" nel decennio 1960-1970.

Taluno, forse, dei pochi curiosi lettori di queste noterelle, imbattendosi in questa parola, nuova, per lui, e di suono strano e inusitato, avrà arricciato il naso.  L'autore, avrà pensato, se ne serve a pane e cacio a sostegno delle sue... trappolerie linguistiche, e io non l'ho mai sentita.  E si sarà chiesto: ma che cosa sono alla fin fine questi kondaghi?  Che importanza hanno e quale autorità rappresentano in fatto di lingua sarda?
Vogliamo ora dare una risposta, quanto ci sarà possibile semplice ed esauriente, a cotali domande, dettate da curiosità più che legittima; se mai sono state poste, ma che noi supponiamo lo siano state.
Il vocabolo proviene, certo, dal quasi identico termine greco: kontàkion.  E infatti il Wagner lo pone fra i vocaboli della lingua sarda di derivazione bizantina o greca.  Che, in verità, non sono molti.  Sia perché parrebbe che nessuna traccia, o quasi, abbiano lasciato nella nostra parlata le poche colonie greche nell'isola, anteriori alla dominazione cartaginese; sia perché i rapporti fra le popolazioni sarde e i magistrati bizantini nel periodo durante il quale la Sardegna dipese da Bisanzio erano limitati a quelli, direbbesi, curialeschi e di cancelleria, e non interferivano nella vita di tutti i giorni e nelle attività normali dei sardi.
Ma nel caso del termine di cui andiamo trattando riteniamo, contro l'opinione del Wagner e di altri autori, che kondaghe non derivi da kontákion per filo diretto, come essi ritengono, ma attraverso il termine latino in cui quello greco fu trasportato di sana pianta: condacium, che troviamo già in antichi documenti sardi.  E del resto è da credere che il latino parlato, anche prima della dipendenza diretta da Bisanzio, da funzionari romani, provenienti dalla Sicilia e dalla Magna Grecia, in Sardegna, avesse subìto molte infiltrazioni di vocaboli della lingua greca, sia pure latinizzati nella struttura grafica e sillabica e adattati nella fonetica propria del parlare romano.
Tutto ciò, però, poco importa al comune lettore sardo di queste note: può esser al più argomento per discussioni fra studiosi, non per il pubblico profano.  Quel che importa ai fini di questa nota è di dire e far sapere che kondaghe altro non era che l'atto singolo attestante la formazione di un negozio giuridico, di un contratto e, anche, una decisione giudiziale o un atto unilaterale, come donazioni ecc.  Uno strumento notarile, potrebbe chiamarsi con termine moderno in italiano.  E in sardo: sa carta.  Perché, contrariamente a quanto si ritiene, gli antichi sardi, sulla tradizione romana, solevano munirsi di un documento - carta - a prova di un loro diritto certo, anche se la prova testimoniale dei vari contratti era concessa largamente, contrariamente a quanto è concesso dal diritto attuale.  E la carta, o kondaghe, cioè il documento scritto, era formato non solo per provare un negozio giuridico o uno stato di diritto, di ordine patrimoniale, ma anche una posizione giuridica del tutto personale. Come, ad esempio, lo stato di lìeru, «libero», di una persona fisica.  E ne vedremo un esempio.
Ma, tant'è, sa carta era di uso comune, e dava, a chi la possedeva, la certezza del proprio buon diritto.  Non per nulla i nostri maggiori solevano dire, con compiacimento e quasi con orgoglio: carta mia cantat in canneddu o in cannone: il mio atto canta nel cavo di una canna o di un astuccio di latta, a seconda che era conservato nell'una o nell'altro.  E del resto anche in italiano vi è un detto analogo: «carta canta e villan dorme».
Le carte, o atti, potevano esser, a così dire, ufficiali, pubblici, e tali erano quelli bullati cun su bullattoriu de rennu, de iudice.  In genere, allora, non comparivano i testimoni a garantirne l'autenticità. I contratti o atti, direbbesi, privati (di compravendita, di permuta, di divisione ecc.: anche di persone, sì, e lo vedremo), i memoriali di qualche avvenimento e i negozi giuridici cosiddetti verbali, invece, richiedevano la presenza di numerosi testimoni, anche se non tutti, ed è ovvio, di firma.  Era forse una sopravvivenza dell'uso romano di far attestare l'autenticità dei documenti raccolti negli archivi, coi cosiddetti codici ansati, dai testimoni, che ne firmavano i sigilli di chiusura.
Codesti atti o kondaghi venivano conservati dai privati in... canneddos di canna o astucci di latta; e dagli Enti, come monasteri, badie, vescovadi ecc., nei loro archivi.  E non pochi ne sono stati trovati, e alcuni sono stati pubblicati.  Il Carta Raspi, questo valente e benemerito studioso di cose sarde, riporta, ad esempio, nell'introduzione al testo, da lui curata, del kondaghe di S. Nicolò di Trullas, da lui edito, l'atto di fondazione del monastero.  Esso è datato 28 ottobre 1113, ed è esplicitamente confermato da Albertus Episcopus: ego Albertus ecc. confirmo et subscripsi.  Parecchi componenti della ricca e potente e numerosa famiglia (cóndoma, diremmo oggi) degli Athen, come Petrus et muliere mea Padulosa, et Ithocor, et Mariane ecc. facimus ista carta ad Sanctum Nicolaum de Trullas, ca la officiamus cum omnia causa quam modo habet, mobilibus vel immobilibus... a su eremu del Sanctum'Salvatore de Camalduli, ecc.
Sempre allo scopo di soddisfare la curiosità dell'immaginario lettore, e a conferma che kondaghe altro non era che un atto scritto, ci piace riportare, in parte, quanto si trova al foglio 39 retro del kondaghe di S. Maria di Bonarcado.  È un documento curioso che merita di esser conosciuto, per molti motivi.

Dice ego Petru Florentinu priore de Bonar / cadu facio recordatione pro kertu ki fegit / mecum Goantine de Siui pro Sufia de Urrì / flia de Bera de Urri ancilla de sanctum / Jorgi, kertendi in corona de curadoria / et narait liuera sorre mia est et ankilla / non est.  Et ego narai fiia de ankilla de cle / sia est et in condage l'apo.  Et poserunt nos / ad corona de logu adduger su kondage / meum et ipse su suo.  Ismendarunt su kondage suo in korona de logu ki auiat factu / ad ingenium et segaruntillum et torrarunt sos / serbos ad sanctu / Jorgi de calcaria a Sufia / et assos fiios in ki nos kertauat.  Testes ecc. (Ho trascritto come è scritto, riga per riga, e il segno / indica appunto l'a capo).

La lite, il kertu, adunque, aveva per oggetto non dei beni materiali, ma persone umane.  Era stata instaurata avanti alla corona de curadoría (giudice intermedio fra la corona de berruda e quella de logu).  Ma avendo affermato di possedere il documento atto a provare le rispettive ragioni, e cioè il kondaghe, le parti vengono rimesse avanti al giudice superiore, alla corona de logu, con l'obbligo di presentare ognuno il suo kondaghe.  Quivi avvenne il colpo di scena, perché su kondaghe de Goantine di Siui venne riconosciuto falso: factu ad ingenium, e distrutto: segaruntillum.  Per cui il priore Petru Florentinu ebbe causa vinta e alla chiesa di S. Giorgio vennero restituiti i servi per i quali era sorta la lite: a ssufia e assos fiios.
Ci perdonino i lettori se, lasciandoci trasportare dal piacere di presentar loro una lite, che appare strana, e allora era comune, di 8 secoli fa e più, abbiamo allungato più del necessario questo doveroso chiarimento: e ritorniamo ad esso.
Il kondaghe adunque era in origine un atto scritto, una carta. Col tempo ha assunto il significato più vasto con un procedimento logico evidente e ovvio.  Codesti atti, ove erano più numerosi, come nelle abbazie, vennero trascritti e raccolti in appositi registri; conservandosi a parte e sciolti quelli che potrebbero dirsi gli originali.  Ma molte registrazioni, chiamiamole così, sono esse stesse originali; in ispecie le recordationes, cioè i memoriali, fatti dai priori, degli atti più importanti della vita del monastero.  Era naturale che tali registri iniziassero proprio con l'atto costitutivo cioè coi kondaghe di fondazione.  Il kondaghe di S. Maria di Bonarcado, ad esempio, ha inizio proprio così: kondace sancte Marie de Bonarcatu ecc. ego iudice Costantine simul cum uxore mea domina Anna facio istud condacium et istud cenobium, e prosegue con la donazione di una lunga serqua di domos, terras, binias, saltos ecc. cum homines et masones: con vari obblighi.  Da questo fatto, che la raccolta iniziava con l'atto di fondazione, è sorto il valore attuale di kondaghe; cioè raccolta degli atti, degli avvenimenti, della vita, più importanti, dell'istituzione.
Non però semplici atti amministrativi, che so: nota delle entrate e delle spese, dei lavori ecc., ma di ordine patrimoniale, come beni immobili e mobili, e anche di persone fisiche; nonché di professione di taluno, anche di coniugi, ad un santo, con l'immancabile donazione di beni terreni.
A finire queste delucidazioni resta ancora a dire qualche altra cosa. I kondaghi conosciuti, nel senso di raccolta di atti, sono quattro.  Ma è da credere che se ne siano formati di più, e da sperare che taluno possa esser ancora ritrovato. I quattro sono precisamente i seguenti: Kondaghe di San Michele di Salvenor; Kondaghe di S. Pietro di Silki in agro di Sassari; Kondaghe di S. Nicolò di Trullas, presso il villaggio di Semestene; Kondaghe di S. Maria di Bonarcado, presso questo villaggio.
Quello di S. Nicolò di Trullas è di fondazione privata, perché, come abbiamo visto, fu eretto e dotato dalla famiglia degli Athen: allora ricca e potente quanto, e forse più, dei giudici di Torres. (I giudici, si noti, non furono mai ereditari, ma di elezione dei majorales de su rennu, anche se appartenenti per lo più a poche potenti famiglie).  Gli altri tre sono di fondazione o istituzione giudicale.
Non è da credere che la ragione determinante delle fondazioni sia stata solo la fede.  Pare anzi che lo scopo principale sia stato quello di attirare in Sardegna frati di alcuni ordini religiosi di terra ferma. I quali, seguendo la regola di S. Benedetto dell’ora et labora, si dedicavano ad attività produttivistiche, specie l'agricoltura, pur non trascurandone altre, diremmo, di natura industriale, come ad esempio la tessitura.  E infatti la concessione delle terre, delle domos ecc., è accompagnata. negli atti di fondazione, dall'obbligo di coltivarle, di impiantare vigneti ecc.  E risulta poi che i monasteri avevano opifici per la tessitura, per la follatura dei panni; e spesso pagavano con bracci di essi il prezzo di acquisto di un pezzo di terreno o di un servo.
Gli atti dei kondaghi non sono raccolti in stretto ordine cronologico, né sono tutti datati.  Lo sono anzi pochi.  Abbracciano un periodo di circa od oltre due secoli: dall'Xl al XIII; ma i più sono della seconda metà del 1100 e della prima del 1200.
L'importanza storica dei kondaghi è del tutto trascurabile.  Le notizie storiche di quel periodo non provengono dai kondaghi, che anzi ne sono privi o quasi.  Ma essi ci danno un'immagine quanto mai viva e fedele della vita, delle istituzioni, delle attività di tutti i giorni, della struttura amministrativa e sociale, deil'organizzazione politica e civile delle popolazioni di quei lontani tempi.  Cosa, come si vede e facilmente si capisce, di rilevante importanza.  E anche ci servono come fonte per la formazione della nostra lingua, per l'evoluzione dei significati e dell'origine di molte parole della nostra parlata.  Ed ecco perché facciamo spesso riferimento, in questo nostro studiolo, ai kondaghi e agli atti più antichi che si trovano in lingua sarda.

Ed ecco ancora soddisfatta, così almeno speriamo, la domanda del nostro immaginario lettore; se avrà però avuta la... pazienza di seguirci fino alla fine.