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Ses in: Home Limba e Istoria Peraulas in Sardu Úrigu, chìbberu

PostHeaderIcon Úrigu, chìbberu

Tratto dalle "Curiosità del vocabolario sardo" di Antonio Senes; pubblicate nella "Nuova Sardegna" nel decennio 1960-1970.

Un mio cugino campagnolo, parlando della campagna, ebbe a dirmi, qualche tempo fa: occannu sa cámula est bella e úriga.  Si vede che gli ulivi hana isgerradu bene, cun tottu sas abbas chi hat fattu.  Si non bada istrobbu in sa fioridura, hamus a ténnere olia meda.  Discorso comune e parole comunemente usate.  Ma ve n'è una che merita una breve illustrazione: l'aggettivo úriga attribuito alla cámula, che è l'infiorescenza dell'olivo.
Il suo significato è propriamente di «prospero, turgido», riferito specialmente ai frutti del suolo e del bestiame.
Parrebbe di poter dire che la parola derivi dall'italiano «turgido»; e vi si sarebbe pervenuti con l'elisione delle due dentali (la t e la d) e la metatesi della i, dalla sua posizione dopo la g di turgido, a prima di essa.
Ma vi è anche una spiegazione più semplice e quindi forse più soddisfacente e accettabile dell'etimologia di úrigu.  Potrebbe essere derivato, cioè, dalla parola sarda ura, della quale sarebbe la forma aggettivale. Ura, si sa, vuoi dire «fortuna».  Una forma aggettivale di ura, più usata dello stesso sostantivo, ne precisa meglio il significato: aurosu, che si usa per indicare una persona molto fortunata nelle sue imprese e nei suoi affari.
Ora chi ha fortuna, chi ha ura, è, in genere, prospero, e quindi turgido, e nel nostro idioma úrigu.
Oggi ura è quasi disusato.  Ma resta nella parlata comune in alcune sue forme composte.
Malesaúra si dice di ciò che capita per un accidente sfortunato, non per volontà dell'agente. Bi l'hat fattu pro malesaúra: glielo ha fatto per disgrazia.
Disaúra: sfortuna.  Sa disaúra mi pessighit: la disgrazia mi perseguita.
Vi è, in sardo, un altro aggettivo di significato molto simile a quello di úrigu; e viene usato anch'esso con riferimento ai prodotti del suolo e del bestiame.  Ho sentito chiamare fiadu chíbberu un agnello sano, bello e grasso.
E da un poeta estemporaneo, in una delle solite feste paesane, ho udito cantare questa ottava, che mi piace riportare per intero, a maggior chiarimento per i lettori del termine e della invocazione del poeta per i contadini, rivolta alla vergine Maria:

 Maria, de sos bonos cristianos
beneighe trabaglios e fatigas.
Su laore chi 'ettan cun sas manos,
produat, d'ogni ranu, chentu ispigas,
e d'ognuna chi zuttat chentu rigas,
e d'onzi riga giuttat chentu ranos.
E s'ispiga chi siat bella e chíbbera,
e d'ogni ranu peset mesa libbera.

úrigu né chíbberu figurano nei vocabolari sardi, almeno in quelli che ho potuto consultare.