Feu, affeare, afféu
Tratto dalle "Curiosità del vocabolario sardo" di Antonio Senes; pubblicate nella "Nuova Sardegna" nel decennio 1960-1970.
Che cosa significhino tali termini è inutile dire.
Quello sorto per primo nella nostra lingua fu necessariamente feu. E non può porsi in dubbio che esso derivi direttamente dal vocabolo latino foedus. L'un termine e l'altro hanno l'identico significato di «brutto, deforme, orrido», che si estende non solo alle persone, ma anche agli animali, alle cose e ai luoghi.
Non convince, invece, l'etimologia che degli altri termini dà il Wagner. Secondo il quale affeare deriverebbe dallo spagnolo afear, che, invero, ha lo stesso significato del verbo sardo: «imbrattare, imbruttire, sporcare», e, in senso traslato, anche «rimproverare».
Noi riteniamo invece che affeare sia la forma verbale derìvata dal sostantivo feu, del tutto conforme, codesto modo di derivare da un sostantivo che indica stato, un verbo che indica azione, all'indole della nostra lingua. Legittimo quindi che da feu sia derivato affeare; il quale perciò non poteva significare altro che «sporcare, render deforme» ecc., e, anche, con un facile traslato, «biasimare, rimproverare».
Lo strano è, però, che questa volta è il verbo che ha dato vita al sostantivo, di cui per altro non vi era bisogno, sussistendo già feu. Tuttavia il nuovo vocabolo afféu si differenzia nel significato dal primo, da cui a nostro giudizio deriva attraverso la forma verbale intermedia già detta affeare. E afféu, così, viene usato, specie come termine poetico, non più nel senso di brutto, deforme ecc. ma di affronto, biasimo, rimprovero. In questo senso si trovano ambi i termini in poesie recenti e remote. Circa 200 anni fa Giuseppe Ziccone Tanchis cantava:
mi lasso s'oltu meu abbutinare,
a bi lu denegare nd'appo afféu.
E più recentemente, un autore incerto, almeno per me:
su pius crudele afféu
suffro pro non ti lassare.
In un mutu nuorese si trova, ancora:
ca ti l'ana affeadu, cando ti jamaia,
mai mi nerzas ei.
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