Aspetti dell’occupazione romana in Sardegna
Vito A. Sirago
estratto da Sardinia antiqua Se c’è un campo di studi cui non sono difettati, nel passato e nel presente, solerticultori, è proprio quello della Sardegna romana. Può ormai contare una largaschiera che ha investigato prima accuratamente tutti i testi letterari a noi pervenutinumerosi e saltuari per il periodo repubblicano, più laconici e apparentementepiù distratti nel primo impero, infine di nuovo frequenti e più dettagliati nel bassoimpero quindi, negli ultimi anni, ha esteso la ricognizione in altri settori —scavi, ceramica, epigrafia — tanto da rendere ormai onerosa qualunquecompilazione bibliografica. In fondo, dacché il Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari ha avviatogl’incontri periodici annuali sull’Africa Romana, dic. 1983, si è focalizzata sullaSardegna, abbinata e congiunta all’Africa, un’attenzione formidabile che traboccadai limiti dell’isola e coinvolge studiosi italiani e stranieri: la ricerca storica nonriguarda più soltanto gli studi locali, ma attira l’attenzione di una larga schiera senzadistinzioni di provenienza.Inserirsi in tanta attività non è facile per chi normalmente ha dedicato allaSardegna solo sguardi momentanei e fuggevoli: diventa quasi scoraggiantesoprattutto nel caso di voler offrire qualche pagina all’attenzione del collega PieroMeloni, non solo nato e vissuto in Sardegna, ma che ha dedicato tanta energia allostudio della sua terra, con impegno di ricercatore, acutezza di pensatore e, perchéno?, anche con affetto filiale. Abbiamo il timore di incorrere in giudizi puerili, attia suscitare benevolo sorriso in chi ha dato prova di ben più larga esperienza. Siamoperò indotti a cimentarci solo nell’ottica di offrire al collega amico una prova dellanostra cooperazione, soprattutto memori d’una frase da lui pronunziata comenorma ordinaria, che le testimonianze antiche vanno sempre riprese e conosciutenella loro interezza, atte sempre a darci nuovi suggerimenti.Ebbene, qui non vogliamo riesaminare come e quando i romani s’insediarono inSardegna, e le difficoltà che dovettero incontrare e come fissarono il governo e losfruttamento dell’isola: intendiamo fare solo qualche meditazione sui modi delloro governo, per comprendere, nei limiti del possibile, le intenzioni che guidaronole loro decisioni.La prima spinta a interessarsi della Sardegna i romani devono averla provataquando si costituirono a organismo politico attestato sulla costa del Mar Tirreno.Se non è pensabile che vedessero i monti sardi con i propri occhi, devono peròaverne sentito parlare sia dagli Etruschi, loro padroni per qualche secolo, sia dailoro stessi uomini di mare, conoscitori diretti della lunga serie di terre isolane,costituite da Sardegna e Corsica, due isole quasi attaccate3. Una volta emersi apotenza politica, bene immaginiamo che i romani pensassero a quelle terre inmezzo al mare, con paura e desiderio insieme: il mare non frena né le fantasie né lebrame, ma acuisce e poi congiunge. Se c’è stata terra d’oltremare, temuta edesiderata nel contempo dai romani, sarà stata proprio la costa dirimpettaia diSardegna e Corsica. Perciò, appena offertasi l’occasione di metter piede sull’altrasponda, i romani non ci avranno pensato due volte, anche senza avere unprogramma preciso di sfruttamento.La Sardegna dunque attirò i romani per la sua posizione geografica: dista solo180 km da Capo Argentario. E vero intanto che essa occupa una posizione centralenel Mediterraneo Occidentale: vicina alla costa italiana, ma vicina anche all’Africa,250 km, e non molto lontana dalle altre coste europee, 350 km dalla Liguria, dallaFrancia meridionale e dalle Baleari. Cioè vi si arriva da tutte le parti: anzi, mentrela costa orientale, verso l’Italia, è rocciosa e importuosa, quella occidentale è bassa,con parecchie insenature e di facile approdo: sembra proprio che i migliori accessisiano verso occidente, e non verso oriente. Potrebbe essere questo un motivo aspiegare come la Sardegna potè essere dominata dai Fenici di Cartagine (Punici), emolto meno dagli Etruschi, che pur sapevano correre i mari5. E comunque fu unfatto storico che i romani poterono occupare la Sardegna solo dopo aver messo inginocchio Cartagine (alla fine della prima guerra punica). Ma una volta occupata,essa segnò l’incrocio delle grandi rotte marittime battute dai romani in occidente:rotta Africa-Roma — dai porti africani a Cagliari, quindi navigazione costiera,nord-Sardegna e di qui al Lazio —; rotta Iberia-Roma — porti iberici, Baleari,Sardegna, Lazio —. L’incrocio delle due rotte fu nelle Bocche di Bonifacio: sicomprende quindi l’importanza di Porto Torres, Turris Libisonis6. Calò quindil’importanza dei porti occidentali sardi, così attivi in epoca Punica, Sulci (S.Antioco) e Tharros (Capo San Marco, Oristano)7. Per i romani la Sardegna entrò alcentro delle loro rotte marittime: e in funzione di tale stato di fatto si spiega quantopoi avvenne nei 6 o 7 secoli seguenti.I romani — va sottolineato — giunsero in Sardegna con la loro mentalità dicontadini abituati a lottare con la terra per ottenere la massima produzione8. Nondimentichiamo che le terre attorno a Roma sono spesso cretacee: occorre grandesforzo a smuoverle, per ottenere magri raccolti. I contadini romani sudavano leproverbiali sette camicie a rovesciare dure zolle con i loro graves ligones, perraccogliere alla fine uno stentato farro, sempre scarso alle loro bocche. Perciòavevano acuito la brama della terra fertile, di cui sapevano l’esistenza a sud delLazio, nella mitica Campania. Appena si sentirono politicamente e militarmenteforti si buttarono sulla Campania, anche a rischio di doversi scontrare coi temutiSanniti, che in fatto d’armi la sapevano lunga: ma fu un duello necessario il cuiesito doveva decidere sull’egemonia della penisola italica.I romani rimasero sempre bramosi di terra buona e volevano impadronirsenedovunque si trovasse. Anche il grande condottiero Attilio Regolo possedeva solosette iugeri (meno di due ettari) sui quali doveva vivere decorosamente con lafamiglia. Agli occhi dei romani la terra era sempre poca e la ricercavano in ogniterritorio in cui capitassero.Giunti in Sardegna, dovettero subito fare i conti con la realtà agricola dell’isola.La Sardegna oggi ha il 95% (2.307 mila ettari) del suo territorio (2.409 milaettari) come superficie agraria: ma di esso solo 769.000 ettari sono coltivabili; ilresto o è bosco o terreno improduttivo. Cioè il terreno coltivabile, per lo piùseminatorio, è poco più di un quarto, calcolato il 26,4%, cui si contrappone il44,8% a pascolo, il 12,8% a bosco, il 12,6% improduttivo. Ora esistono piccoliappezzamenti a frutteto attorno ai centri più notevoli, con ulivi e viti (tra i vini,famosa la vernaccia): ma in epoca romana nemmeno questo piccolo spazio afrutteto esisteva, ma erano ancor più estese le aree acquitrinose, specie lungo lemarine della costa occidentale (non contiamo nemmeno la costa orientale, che èper lo più alta e rocciosa). Perciò nel mondo antico il terreno sardo coltivabile, datala presenza delle paludi, non doveva forse nemmeno raggiungere il 25%.Inoltre c’è, e c’era, il problema della piovosità, che è soddisfacente sulle alture— ma che per lo più non sono coltivate —, e quasi sempre insufficienti nellepianure, e comunque tanto più scarse quanto più ci si avvicina alla costa. Intanto ladifferenza altimetrica con la differente piovosità produce in molte valli incassatefrequenti addensamenti di nebbia che provoca una certa umidità, la quale se èdannosa per gli alberi da frutta, favorisce le colture erbacee e quindi assicura unadiscreta vegetazione. Questa però ha un altro nemico, il vento: l’isola, trovandosicostantemente in zona di bassa pressione, è agitata spesso dal vento, per lo più ilmaestro, che proprio d’inverno e primavera — le due uniche stagioni umide —soffiano continuamente, talora anche fortemente, accelerando l’essicamento delleacque piovane sempre avare. Il terreno non è cretaceo, è abbastanza fertile, ma peri vari nemici atmosferici non viene aiutato a produrre.Fino a quando fu dominato dai Fenici, prima provenienti da diverse città, infineda Cartagine, il territorio sardo restò abbastanza libero, in quanto i Fenici silimitarono a occupare in origine le località portuali atte, come Cagliari, Sulci,Tharros, a raccogliere i prodotti interni e a controllare l’entrata e l’uscita delle navi:veri punti strategici di facile controllo costiero, anche perché la popolazionedell’isola non aveva dimestichezza col mare. All’interno perciò le popolazionirestarono più o meno tranquille: vendevano l’eccedenza dei prodotti ai Fenici, dacui ricevevano in cambio manufatti e altri articoli di necessità quotidiana. Uninflusso notevole da parte Fenicia giunse nei centri delle pianure dove sicostituirono agglomerati urbani e larghe concentrazioni fondiarie sotto la guida disignori locali, i quali almeno all’inizio della dominazione fenicia restarono più omeno indisturbati, e solo alla fine, sotto il dominio cartaginese, furono sottoposti amaggior controllo dei dominatori d’oltremare. Ma sulle alture perdurò a lungo laciviltà pastorale, se ancora al tempo romano c’erano abitanti pelliti, cioè ricopertidi pelli d’animali, per lo più montone e pecora come in epoca preistorica, eabitavano in caverne naturali, senza problemi di edilizia.Ma quando giunsero i romani, questi non si accontentarono d’insediarsi nei solicentri portuali né di limitarsi a controllare gli scambi, ma vollero occuparedirettamente le terre disponibili, col sistema in parte sperimentato in Italia, in parte,più recentemente, in Sicilia. Roma vi applicò il sistema italiano impadronendosidirettamente d’una parte del territorio coltivabile, annettendolo al suo demaniopubblico, ager publicus; e contemporaneamente applicò il sistema siciliano, oprovinciale, sottoponendo i terreni rimasti al pagamento della decima, o 10% sullaproduzione. Anzi si arrogò il diritto di riserbarsi un altro 10% sui prodotti, a prezzodi stato, a seconda della necessità, espediente cui ricorreva più volte durante leinterminabili operazioni belliche che andrà svolgendo nel bacino del mediterraneo.In cambio, assicurava l’ordine pubblico nei territori conquistati e rinunciava adarruolare soldati, mentre le città italiane, a titolo di sociae, erano tenute ad offrirecontingenti militari.I Sardi invece vennero esclusi dal servizio militare: si proibìloro perfino di arruolarsi come mercenari in altri eserciti10. Insomma ai Sardi fuconcesso solo di lavorare, per assicurare una produzione stabile al governo di Roma.Bisogna anche dire che i romani concepivano cordiale disprezzo per la capacitàmilitare dei Sardi11, come del resto avevano già disprezzato gli Apuli ed altripopoli d’Italia, tra i quali temevano solo gli agguerriti ed esercitati Sanniti, cheperò odiavano a morte e cercavano di danneggiare in tutti i modi. Vedevano i Sardiin una luce di totale inferiorità, come dei selvaggi impetuosi, incapaci disopportare l’attacco degli addestrati legionari, non volendo ammettere che le lorolegioni ottenevano brillanti risultati in forza dell’ordinamento tattico, concettoderivato da forme culturali d’origine greca.In definitiva, la Sardegna doveva diventare, nel proposito dei dominatori, uncarosello sicuro da cui attingere normalmente, ma soprattutto nelle necessitàbelliche: una terra di sfruttamento razionale. E poiché il territorio è largamentemontuoso, di scarso rendimento, i romani si fermarono solo in pianura per losfruttamento immediato: lasciarono al suo destino il territorio montano, con la suapopolazione di pastori, come relegandoli in una riserva, senza fare alcunapprezzamento dei loro prodotti.Per loro la Sardegna doveva restare terra di produzione cerealicola, cioè delle pianurecoltivate a grano, e non terra di pastori secondo il volto del territorio montano e qualeresiste ancora ai nostri tempi.I romani non fecero mai conto né della produzione casearia dei Sardi né dellaproduzione laniera, come apprezzavano invece la lana di Puglia e i formaggi dellaGallia Cisalpina: parlavano invece volentieri dei mufloni sardi, un ovino selvatico,che apparve loro come un essere mostruoso tra pecora e capra, delle cui pelli rozzenon sapevano che farsi.Questa situazione doveva produrre gli effetti prevedibili, come vediamo inprosieguo di tempo, cioè continue rivolte successive: da un parte i romani benarroccati in pianura o lungo le zone portuali, tra cui specialmente Cagliari, pronti acontrollare i prodotti cereali, dall’altra le zone montuose, impervie nelle mani dellevecchie popolazioni ritenute selvagge, pronte a scendere come briganti in pianura,sempre con il rischio di essere massacrati14. Al governo romano bastò il possesso oil controllo dei terreni coltivabili e della popolazione ovviamente sedentariaaddetta alle culture, trascurando la più vasta superficie montuosa. Di conseguenzaper lungo tempo la popolazione pastorale restò libera, ma senza destare gravipreoccupazioni: bastava inviare piccoli drappelli bene armati, e i cosiddettibriganti o sbattevano nella polvere o sparivano tra le montagne. Ciò era destinato adurare per lungo tempo, per secoli: tre secoli dopo, sotto l’imperatore Tiberio15, lasituazione sembrava ancora immutata: segno non tanto della pervicacia dei Sardiquanto per lo scarso conto tenuto dai romani, ai quali bastava quello chericavavano dalle pianure.Non si possono certamente accusare i romani d’incapacità militare: essi cheavevano vinto gli eserciti più agguerriti del mondo civile, se avessero voluto,avrebbero risolto la partita in qualche decennio. Rispetto ai Sardi poi mostravanodi non aver alcun riguardo: nella resistenza dei nativi nel primo decenniod’occupazione, quando era necessario assicurarsi saldamente la produzione dellepianure, non esitavano perfino a servirsi di certi mezzi repressivi, che oggifarebbero inorridire: impiegavano cani feroci, addestrati a scovare e sbranare iresistenti.Peggio delle armi chimiche di oggi: sistemi brutali che in Italia per es.non erano mai stati adottati. Ma si vede che il disprezzo razziale verso popoli menoevoluti era così elevato da indurre i romani a comportamenti spietati. Del resto erail decennio che seguiva alla prima guerra punica, durante la quale i romani eranospesso ricorsi a sistemi brutali, contro ogni tradizione precedente. Fu già disumanal’idea dei ponti levatoi che nella battaglia navale agganciavano le navi avversarie epermettevano ai romani di saltare sulla nave nemica e massacrare l’interoequipaggio, cosa che non s’era mai fatta da parecchi secoli.I romani nella prima fase d’espansione fuori d’Italia ricorsero a certe forme aggressivee repressive semplicemente allucinanti. I resistenti sardi provarono sulle loro carni itremendi effetti della ferocia romana.Certo, a resistere erano spinti anche dall’esterno, dagli stessi Cartaginesi17, ivecchi dominatori ora rimpianti. Motivi di rimpianto dovevano esserci: dopo tutto,Cartagine soleva accontentarsi degli scambi commerciali, dello sfruttamentodiretto delle miniere, ma doveva lasciare notevole respiro ai possessori delle terre,che ora invece o passavano in mano diretta dei nuovi arrivati — certamente lemigliori — o dovevano produrre secondo le nuove direttive, forse non diverse daquelle precedenti, ma applicate con estremo rigore. Le terre dell’ager publicusvenivano affidate a conductores o appaltatori d’ogni estrazione etnica, sia internache del continente, i quali potevano coltivare e sfruttare il terreno dietro esattacorresponsione di un canone fissato. Le terre lasciate ai possessori locali eranosottoposte a decimae, cioè diventavano bersagli fiscali quanto più cresceva larichiesta dei dominatori: e poiché questi s’impelagavano in continue guerre, larichiesta della doppia decima diventava abituale, e bastava solo questo a farrimpiangere la presenza dei dominatori di un tempo.Si capisce come la diplomazia cartaginese trovasse terreno quanto maifavorevole in Sardegna per suscitare ed alimentare una resistenza semprerinnovantesi, per metter fine alla quale i romani ricorrevano perfino all’impiegodei feroci cani addestrati alla caccia all’uomo.Da parte loro i romani non facevano nessuno sforzo di mettersi nei panni degliisolani. Davano loro la caccia, li abbattevano facilmente: era facile perfino la lorocattura. In alcune operazioni ne catturarono tanti che, portati sul mercato di schiavi,fecero crollare il prezzo abituale18: e invece di accusare la legge della domanda edell’offerta, che pur conoscevano in altre occasioni, nel caso dei Sardi e Corsi —sempre confusi, probabilmente perché la Sardegna nord era abitata da Corsi o dapopolazione affine19 —, si parlò subito di merce scadente: i Corsi o Sardi vendutischiavi si mostravano così sgraziati e neghittosi da farsi coprire di botte pur di nonfar niente, pur di riuscire sgraditi ai padroni20. Si arrivò al punto che gli schiaviCorsi o Sardi venivano accuratamente scartati: si creò subito la nomea che i Sardinon valevano nemmeno come schiavi.Ebbero l’ultima chance all’indomani di Canne, quando i romani sembraronoessere all’estremo delle loro possibilità: i Sardi, guidati da un signore locale,Ampsagora, prima si abboccarono con i dirigenti di Cartagine, poi attaccaronosperando negli appoggi Cartaginesi21, che francamente non furono avari di mezzi ed’aiuti. Ma si ha l’impressione che vollero dare la miccia a troppi incendicontemporaneamente, e non insistere in un unico grande falò centrale chetravolgesse la testa e strangolasse l’avversario: gli apportarono invece tante ferite,tutte più o meno sanabili. Certo, i romani riuscirono contemporaneamente aleccarsi le varie ferite e a medicarsele, mettendo l’avversario in estrema necessità epoi sferrarono il colpo decisivo. In tale quadro si aprì il fronte sardo, dove i romanimostrarono una prontezza di riflessi rapidissima, correndo or contro i Cartaginesiin arrivo, or contro i ribelli ammassati, e la spuntarono contro gli uni e gli altri: iCartaginesi li fecero prigionieri e li portarono in Lazio, ma ai Sardi toccò o lacarneficina sul campo di battaglia o il suicidio, come preferì Ampsagora, chenell’impresa ci rimise prestigio, ricchezza, il figlio e infine anche se stesso. I suoibeni immensi passarono, naturalmente, nel patrimonio del popolo romano, cheormai diventava il più formidabile possessore dell’isola.L’isola non fu mai del tutto domata, ma non creò rischiosi fastidi ai dominatori.La sua produzione era ormai destinata ad alimentare gli eserciti romani.Tra gli stessi romani era in atto una profonda trasformazione etnica e sociale: lecontinue guerre facevano emergere i membri del ceto dirigente che diventavanosempre più ricchi e riducevano al lastrico la grande massa. Ma nessuno moriva difame: i dirigenti, da ex piccoli proprietari terrieri si tramutarono in latifondistimultinazionali, in signori che conservavano solo nel ricordo l’antica vocazioneagricola, mentre ora trascorrevano il tempo nello studio del greco, negli affaripolitici e nella conduzione degli eserciti; la grande massa non amava più il sudoredella fronte, a smuovere i graves ligones, ma o si arruolavano volontari per leinnumerevoli campagne militari, dove c’era sempre da allungare le mani sui ricchibottini, o abbandonavano i campi rifugiandosi in città e, spesso di città in città,arrivavano fino a Roma. Certo, Roma s’ingrandiva a dismisura, si avviava acrescita vertiginosa, raggiungeva il primato di massimo centro urbano. E tutti,poveri e ricchi, non vivevano sulle proprie braccia, ma sul frumento che provenivadalle province.Alla Sardegna toccò la funzione di sfamare o gli eserciti di Roma o la suacrescente popolazione, diventata nullafacente, non vogliosa più di lavorare: fra lazappa e la bettola, preferivano ormai la bettola, assicurata dal lavoro degli altri.Subito dopo la seconda guerra punica ad alimentare Roma e i suoi esercitidoveva badare il triangolo delle terre tirreniche, Sicilia, Africa e Sardegna: le treregioni sembravano fatte apposta, ubicate in posizione giusta per assolvere alproblema dell’alimentazione romana.I romani intanto s’impigliavano in guerre continue: cioè non producevanodirettamente più niente e contavano di vivere sulla produzione altrui.Così vediamo che nel 204 a.C. — continuava ancora la seconda guerra punica—, occorrendo i viveri ai soldati di Scipione che avanzavano vittoriosi sul suoloafricano contro Cartagine, arrivano i rifornimenti non solo dall’Italia e dalla Sicilia,ma anche dalla Sardegna: ingentem vim frumenti advexit. Giunsero tanti viverinelle retrovie romane da riempire non solo i magazzini esistenti, ma anche inuovi che frettolosamente dovevano costruirsi .Un quadro di abbondanza militare da fare impallidire quanto vedevamo verificarsialle spalle del fronte alleato nell’ultima guerra degli anni 40, dove tutte le campagneerano piene di derrate e scatolette fra una popolazione che moriva di fame.Nel 194 si impone ai Sardi la consegna della doppia decima, che viene raccolta etrasportata tutta a Roma, mentre fino allora era stata destinata in Grecia, cioè all’esercitoromano impegnato nella campagna contro i Macedoni.Così ancora nel 190, di nuovo ladoppia decima: ex Sardinia pars Roma, pars in Aetoliam (portari iussum)24. Dinuovo nel 189 altra doppia decima imposta ai Sardi, come ai Siciliani: questa voltauna parte fu destinata allo scacchiere greco (in Aetoliam), un’altra parte alloscacchiere dell’Asia minore (in Asiam): due diverse località, ma sempre per l’esercito25.Ancora nel 171 altra doppia decima imposta a Siciliani e Sardi: ora,l’ultimo quantitativo destinato in un’unica direzione, all’esercito che operava inMacedonia contro Perseo, agli ordini di Paolo Emilio, che sarebbe uscito vincitorenella battaglia di Pidna (169 a.C.).Le testimonianze sono chiare: la produzione frumentaria sarda viene esatta condurezza, in misura doppia della norma, la sua destinazione immediata serve adalimentare gli eserciti romani operanti su diversi scacchieri del Mediterraneo.Ovviamente c’è sotto una complessa organizzazione, dalle autorità di Roma chedecidono alle autorità provinciali che eseguono, alla raccolta del prodotto, altrasporto all’imbarcadero più vicino, alla disponibilità delle navi onerariae, allerotte conosciute e ben guardate, allo scarico nei porti d’arrivo, e nel trasporto fino adestinazione prefissata.Altro che organizzazione tedesca! I primi grandiorganizzatori dei servizi logistici sono stati i romani, che hanno potuto vincere levarie guerre proprio grazie a quella organizzazione studiata in modo capillare edeseguita certamente grazie a un potere centrale capace di farsi rispettare.Diradandosi le guerre di conquista — mettiamo dall’età dei Gracchi in poi — laSardegna non perdette affatto il triste privilegio di offrire il suo frumento ai bisognidi Roma. Magari, si modificavano quei bisogni, che però erano sempre altissimi: lacittà era già diventata una metropoli racchiudente i grandi signori — i dirigentipolitici —, ricchi mercanti, medi e piccoli negozianti, molti nullafacenti, i clientesche ogni mattina uscivano con una sportala appesa al braccio, andavano a mettersiin fila davanti alla porta di una casa patrizia, facevano lunga coda, entravanoordinatamente, sfilavano davanti al padrone di casa, alle cui spalle uno schiavonomenclator leggeva da un elenco il nome del postulante che dava umilmente ilbuongiorno — Ave, Gai! —, consegnava la sportula e la riprendeva piena dialimenti che dovevano servirgli almeno per quel giorno a non morire di fame.In città si facevano bei discorsi politici e giuridici, si facevano tante cose piacevoli espiacevoli, si davano anche grandiosi spettacoli: ma quel pugno di frumento, quelcavolo ancora verde dovevano pur venire dalla campagna, doveva essere statocoltivato da qualcuno. Ebbene, la Sardegna aveva il privilegio di produrre granparte del frumento necessario alla vita quotidiana dei romani.Il problema di alimentare Roma era forse il più grave che incombesse sulleautorità locali: addirittura s’era creata una carica speciale per la bisogna, la curaannonae. Ed era diventato così difficile sostenere quella carica che spesso la siaffidava a personaggi di grande prestigio, capaci di intervenire anche con proprimezzi, pur di non far mancare il pane quotidiano a una folla di gente che, se nonriusciva a riempir lo stomaco, era capace di produrre paurosi terremoti popolariche incutevano paura a tutti i dirigenti messi insieme. Più d’una volta ne fuincaricato nientemeno Pompeo, il Grande, generale dovunque vittorioso. In unmomento particolare27, Pompeo con le sue capacità organizzative riuscì a sventareil pericolo d’una grande carestia.Ma cosa fece? Niente di speciale; ricorse, condovuto ordine tempestivo, ai granai tradizionali. Di persona si recò in Sicilia, sispinse in Africa (attuale Tunisia, ovviamente) e venne poi in Sardegna, con unaflotta: cioè si rivolse al triangolo tradizionale 28 . Il merito di Pompeo fu latempestività, non l’invenzione di qualcosa di nuovo: tempestivo e risoluto, sipresentò sul posto dove poteva esserci frumento, impose la consegna di decimastraordinaria, potè far caricare le sue navi e in pochi giorni — relativamente aitempi — tornare a Roma con i sacchi pieni, tra gli applausi generali. Ormai queltriangolo era ben noto: saperne l’esistenza tranquillizzava le ansie: Cicerone, chene riferisce l’episodio, non esitava a definire le tre regioni haec tria frumentariasubsidia rei publicae, sostegno dello stato romano.Ormai la Sardegna aveva la funzione di sostenere la fame dei romani.Collocata in questa ottica, la Sardegna era diventata sostegno fondamentaled’Italia, dove la durata di qualunque governo era condizionata dal possesso delletre regioni a triangolo, Sardegna, Sicilia ed Africa. Perciò, scoppiata la guerracivile tra Pompeo e Cesare, questi dopo aver percorso la Penisola in poco più didue mesi, appena si fu insediato a Roma, come primo pensiero inviò suoiluogotenenti a occupare quelle tre regioni, Q. Valerio Orca in Sardegna, C.Scribonio Curione in Sicilia, con l’ordine di passare poi in Africa29. Le operazioniin Sardegna e Sicilia riuscirono, in Africa no: ma tanto bastò per tranquillizzareRoma e l’Italia, che pur sconvolte dalle operazioni militari resistettero all’urto. Ciòfu possibile certamente in grazie al frumento siculo e sardo che potè giungere aRoma.Altro brutto momento sarà nel 40 a.C, quando Sardegna e Sicilia vengonooccupate da Sesto Pompeo: c’è lo spettro della fame, l’incubo della sommossapopolare30. Ottaviano, che è responsabile di Roma, corre al riparo sposandoScribonia, sorella di Libone, pompeiano accanito: ma quando due anni dopo Mena,l’ammiraglio di Sesto Pompeo, passa dalla parte di Ottaviano consegnandogli laSardegna, tanto basta perchè Ottaviano cambi contegno: si sente ormai così sicuro— grazie al frumento sardo — da ripudiare Scribonia, accostarsi a Livia, noncurarsi più di Sesto Pompeo, anzi affrettare i preparativi navali per eliminarlo persempre due anni dopo a Nauloco (presso Messina). Insomma il possesso dellaSardegna può indurre ad assumere l’uno o l’altro atteggiamento, secondo laconvenienza.Possiamo chiederci se ci fosse una reazione degli abitanti locali. Il rifiuto diromanizzarsi delle popolazioni montane, il continuo stato di resistenza sotto formadi brigantaggio, infine sotto Augusto addirittura una pirateria organizzata capaced’impedire ai magistrati romani di espletare le loro mansioni31. La pirateria sottoAugusto viene spiegata come conseguenza del breve dominio di Sesto Pompeo chereclutò personale della sua flotta dall’ambiente schiavile, compreso l’elementoindigeno della Sardegna. In quella occasione molti Sardi devono aver appresol’arte della navigazione, e quando l’avventura di Sesto Pompeo cessò,continuarono ad agire in proprio. Ma la loro potenza sarà stata sostenuta da grandimezzi: non si costruiscono dal niente navi armate, capaci di battere le rotte usualiin cerca d’avventura. Cioè nell’episodio piratesco occorre supporre un vastoimpiego di capitali, che non fu solo opera di miseri pastori sardi, ma dovetteinteressare un vasto strato di resistenti, cui non mancava larghezza di mezzi.Ciò viene avvalorato dall’altra notizia, d’un massiccio intervento di forzearmate, a breve distanza di tempo. La notizia dell’invio di 4.000 liberti d’origineebraica, arruolati nell’esercito, sotto Tiberio, ci dice la decisione del governoromano di stroncare alle radici la resistenza sarda, dopo aver constatato lapericolosità della situazione che si deteriorava a macchia d’olio conl’ingrandimento del fenomeno. La notizia dello storico antico32 ci è pervenuta perpuro caso, per informarci delle misure prese da Roma per sedare i dissidi tra lecomunità ebraiche della capitale: l’imperatore sarebbe ricorso a tale misura perspazzare da Roma un bel numero di ebrei giovani e maneschi. Ma non sappiamoquante altre truppe siano state inviate in Sardegna, dove la resistenza era continuae rischiava sempre di allargarsi: è presumibile che ci fosse uno stato di guerrapermanente, almeno in certi momenti di estrema difficoltà.Ad ogni modo la Sardegna era diventata, per i romani, un luogo di vita disagiata:essere mandato in Sardegna era una punizione bell’e buona, dover affrontare irischi del continuo brigantaggio e il rischio di contagiarsi la malaria. Quest’ultimorischio era particolarmente temuto: la presenza della malaria in Sardegna èdocumentata fin dall’inizio della dominazione romana. Nel primo decenniod’occupazione per poco la malaria non provocò la catastrofe dei romani.E poi sempre la malaria restò un motivo ripetuto di paura per un’appetibile dimorain Sardegna. I 4.000 liberti ebrei furono inviati in Sardegna anche in vista di unafacile decimazione dovuta alla malaria; si ob gravitatem caeli interissent, viledamnum. Nerone, che doveva ben conoscere la situazione, regalò una vistosaproprietà sita in Sardegna alla cara Atte, tagliandola certamente dal patrimoniumprincipis dov’era confluito anche l’antico ager publicus, senza però maicostringerla a recarvisi sia pure per controllare le rendite, mentre fece un analogodono ad Aniceto, suo antico pedagogo, ma ve lo relegò con forza per allontanareda Roma un testimone pericoloso delle sue massime malefatte, l’uccisione dellamadre e la condanna della moglie Ottavia. Insomma nella mente dei romani laSardegna restava come terra doviziosa appettibile per le rendite, ma terrificanteper il clima e la gente che vi abitava. Essere costretti a restarci era una gravepunizione.Come luogo di punizione, la ritroviamo sotto Commodo, nella storia di Callistoche, reo di fallimento d’una banca da lui diretta, viene esiliato in Sardegna, e nel IIIsec. sotto Valeriano, quando molti cristiani di Roma e di Africa, condannati,vengono inviati ad metalla, ai lavori forzati delle miniere, probabilmente inSardegna.Ma da Roma la Sardegna è ritenuta una terra ricca, di particolare fertilità37. È lamentalità di chi vede le cose a distanza: a Roma si vedono, o si conoscono, i grandiquantitativi di frumento che giungono dalla Sardegna, e ci si fa la convinzione cheessa è terra ricca. Non si conoscono i dettagli del posto: quanta estensione vienecoltivata a grano, quanto produce per ettaro, quanto lavoro occorre per semina,sarchiatura, mietitura e trebbiatura, quanto concime, quanto vi giova la tecnicaagricola, e così via. I terreni sardi non sono di prima qualità: spesso sono coperti dipietre, dove a malapena possono brucare le greggi. I terreni arabili sono talorasoggetti a prolungata siccità: non si possono in nessun modo paragonare ai terrenisoffici, ricchi di ceneri vesuviane, della Campania — che sono certamente imigliori d’Italia — né a quelli di Romagna, benedetti da Dio per la loro feracità. Iterreni sardi dovevano reggere alla cerealicultura solo in grazie ai concimi naturali,all’abbondanza del letame disponibile per il gran numero degli animali. Sia pure alasciare i greggi pascolare nelle ristoppie, alla ripresa autunnale c’era già unaconcimazione naturale: fatto non improbabile in quanto i coltivatori, romanizzati,conoscevano l’uso del laetamen, che rende rigogliose le messi.Ma la quantità di produzione era dovuta all’estensione, non già alla fertilità deiterreni. Poiché non vi si operavano altre culture, bastava un numero limitato dilavoratori per tenere in esercizio vaste estensioni che solo in minima parteproducevano per il fabbisogno locale — limitato a una popolazione non numerosa—, e in parte molto maggiore per l’esportazione. In fondo il frumento destinato aRoma — sia come tributo sia come esportazione — rappresentava la merce discambio di maggiore importanza per un’isola scarsamente popolata. Ma di qui acelebrare la fertilità del suo suolo ce ne vuole, anche se tale aspetto fu ripetuto inogni età, come vediamo persistere anche nel IV e V secolo38: diventa una specie ditopos l’elogio della fertilità sarda, a causa dei grandi trasporti di frumento chesempre uguali possiamo controllare nei tempi più tardi dell’impero. Addirittura atale produzione si adatta una larga categoria di trasportatori, navicularii, chefiniscono col contare in importanza e prestigio. I navicularii sardi39 ottengonoparticolari privilegi, particolare prestigio agli occhi stessi dell’imperatore.Ma se per i trasportatori e per i grandi produttori tanta quantità di frumento puòsignificare ricchezza, per il territorio e i lavoratori quotidiani i terreni cerealicolisono i meno appetibili, in quanto costituiscono una bassa rendita col conseguentebasso livello economico della popolazione. Ricordiamo quanto accadeva nel bassoVeneto fino a 40 anni fa: si otteneva frumento a sufficienza, ma solo frumento: gliabitanti non vedevano mai la faccia d’una lira e scappavano dalla contrada nonperchè soffrissero la fame, ma perchè vogliosi di maggior denaro per le altre millenecessità.Né questa è un scoperta moderna del mondo industriale: se n’erano accortianche gli antichi. Catone, che scriveva attorno al 160 a.C, raccogliendol’esperienza dei decenni precedenti, non dà nessun credito al fondo a colturacereale, per la sua bassa redditività. Nel fare la classificazione delle varieproduzioni, per un fondo di 100 iugeri e in ottima posizione, mette al primo postoil vigneto, al secondo l’orto irriguo, al terzo il salceto, al quarto l’uliveto, al quintoil prato, al sesto il campus frumentarius, al settimo il bosco ceduo, all’ottavol’alberato, al nono il querceto da ghianda40 . La classifica rispecchia non lamentalità, ma la situazione produttiva e il reddito dell’epoca, susseguiti allaseconda guerra punica.Al primo posto è messo il vigneto, per la grande espansione dei vini sui mercatiitaliani e occidentali, cui teneva dietro la diffusione della viticultura in Lazio e inCampania a sistema monoculturale, che superava l’idea dell’autoconsumo emirava invece all’esportazione. Al secondo posto è messo l’orto irriguo, per lagrande necessità, ormai allargata, di provvedere ai mercati cittadini, sempre piùestesi. Al terzo posto il salceto, per ottenere cesti, cioè i contenitori necessari pertrasporto di derrate e ortaggi, il tutto legato alle nuove esigenze cittadine:impensabile fino a qualche decennio prima, quando si viveva nelle masserieisolate, attorniate da appezzamenti capaci di sfamare in loco tutti i presenti. Alquarto posto l’uliveto: anche l’ulivo era in fase d’espansione, in quanto l’oliod’oliva veniva ormai apprezzato più del grasso animale: ma l’ulivo stenta acrescere, e per i tempi di Catone tendeva a diffondersi, ancora in forma limitata:avrebbe avuto massima espansione in Italia circa un secolo dopo. Al quinto postoil prato, non tanto per le pecore, quanto per tutti gli animali domestici, e non ultimal’apicultura, sola fonte per gli antichi per ottenere la cera e il miele, unicoingrediente dolcificante. Al sesto posto finalmente il campo di frumento, chespecialmente nel Lazio è di grande lavoro e di scarso reddito, essendo ormai calatii prezzi dei grani a causa delle massicce importazioni da oltremare. Da osservareche è l’ultimo posto dei redditi che si ricavano dai terreni coltivati.Le tre categorie che seguono — bosco ceduo, alberato e querceto da ghianda —riguardano terreni non coltivati, tenuti a bosco, ultimo dei quali è considerato ilquerceto, adatto con le ghiande al pascolo dei maiali, ora non più apprezzato inquanto al grasso animale si è affiancato l’uso dell’olio d’oliva, molto più leggero eraffinato. Il maiale, nella storia, tornerà in auge sotto i Longobardi, quando gli ulivinon esisteranno più, perchè tagliati o scarsamente coltivati, e i dominatori sarannoancora abituati all’uso dei grassi pesanti, per essere più soddisfacenti a gente cheproviene da regioni fredde.I romani dunque avevano una cognizione precisa sulla redditività delle varieculture e sapevano benissimo che la cerealicultura era la meno redditizia.Lasciavano che la gente comune e i letterati — che sono i più superficialiconoscitori di economia — facessero l’elogio della feracità sarda, mentre essi bensapevano che i campi frumentari sono all’ultimo posto. Intanto, dove potevano,apportavano energiche trasformazioni. Allargavano la cultura della vite in Istria,che produceva tra l’altro il Pucinum vinum già sotto Augusto, allargavano in Italiameridionale lungo le coste ioniche e soprattutto in Puglia per merito di CalviaCrispinilla, personaggio eminente alla corte di Nerone, l’allargavano in Gallia e inSpagna, ma non in Sardegna e Corsica. Estendevano la cultura degli ulivi cosìprofondamente in Africa, tanto che dall’epoca di Settimio Severo in poi si esportòolio Africano perfino in Italia, ma non in Sardegna e Sicilia, dove persistettero aseminare il frumento e si guardavano dall’introdurre alberi da frutta, almeno sottol’aspetto redditizio. Nel IV e V secolo vediamo che sono avvenute profondetrasformazioni agrarie in ogni parte dell’impero, ma non in Sardegna e Sicilia, dicui si continua a vantare la produzione frumentifera.Naturalmente c’è da chiedersi il perchè! In parte potremmo rispondere subito,che la classe dirigente romana o romanizzata potè sistemarsi in ogni parte e doves’impiantava apportava le dovute trasformazioni, in vista dei propri interessi. Ciònon avveniva in Sardegna, dove i disagi del clima e la persistenza della malariadovettero sconsigliare l’afflusso dei personaggi socialmente più elevati, e quindivenne meno la spinta ai cambiamenti di culture agricole. Questo discorso puòvalere per la Sardegna, ma non per la Sicilia, dove non solo il clima èparticolarmente mite e le fasce costiere sono notevolmente umide, abbastanzaricche d’acqua, ma i vecchi centri cittadini risalenti a Greci o Punici potevanoessere particolarmente accoglienti: cioè la Sicilia aveva tutti i requisiti per beneospitare i membri della classe dirigente. Invece nel IV e V sec. vi troviamo lastessa situazione economica della Sardegna, con in più la decadenza dei vecchicentri urbani, segno dell’abbandono effettivo e diminuito numero di cittadini.Insomma la spiegazione dei disagi potrebbe valere per la Sardegna, ma non per laSicilia, mentre entrambe le isole vengono ritrovate su unico livello. Il che significache bisogna ricercare altrove la causa del loro immobilismo.Ebbene, non ci resta che vedere nello stesso governo romano la volontà di nonfare assolutamente nulla, ma mantenere le due isole nella funzione venuta a crearsinegli ultimi secoli della Repubblica. Allora erano firmissima praesidia reipublicae e tali dovevano restare. A rifornire Roma c’era l’Africa, c’era l’Egitto:nel IV sec. il grano d’Egitto fu dirottato a Costantinopoli, ma per Roma restavasempre quello africano. Ma... e se tardava a giungere? Se non poteva giungere?Allora si doveva ripiegare su quello più vicino, di Sicilia e Sardegna. Di qui lanecessità di non cambiare niente: il grano di Sicilia e Sardegna costituiva l’estremacertezza di risolvere il fabbisogno italiano. Per evitare rivoluzioni e sommosse inItalia occorreva assolutamente sacrificare Sicilia e Sardegna, tenerle all’ultimostadio produttivo, indispensabile per la sicurezza italiana. In Sardegna nonapportare nessuna modifica, e in Sicilia non curarsi nemmeno dei vecchi centriurbani, ma badare solamente all’aratura dei campi, a seminarvi il frumento, araccoglierlo, a tenerlo sempre sotto mano, come in magazzini d’estrema sicurezza.Sicilia e Sardegna ebbero l’oneroso privilegio di sottoporsi a regolare vita gramapur di tener tranquilli i pensieri dei dirigenti romani e soccorrere nei momentiopportuni alla plebe affamata di Roma. Come tali, restarono davvero firmissimapraesidia rei publicae, fedeli garanti delle necessità alimentari italiane
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