Storia di Sardegna PREFAZIONE
Di Antonello Mattone
Ai primi di gennaio del 1825 Carlo Felice faceva chiamare il suo segretario
di gabinetto, l'algherese Giuseppe Manno, e gli consegnava un voluminoso
manoscritto» di un ufficiale tedesco che molti anni addietro era stato di
presidio in Sardegna» e che conteneva una sorta di descrizione storica
dell'isola». L'ufficiale intendeva dedicare l'opera al re di Sardegna. Il
sovrano pregò Manno, magistrato del Consiglio Supremo di Sardegna, profondo
conoscitore dei problemi storici e giuridici della sua terra d'origine, di
esaminare minutamente» il lavoro per verificare se la richiesta potesse
essere presa in considerazione.
L'alto magistrato sardo incominciò a leggere il manoscritto e man mano che
andava avanti nella lettura come egli stesso ricorderà una quarantina d'anni
dopo cresceva la sua irritazione finché con impeto di musa tragica» si trovò
a esclamare: Santi Numi del ciel! Oh quale orrore!». Si trattava di un
centone informe e sconclusionato, scritto in uno stile plebeo», con una
prosa sconciamente stirata», che presentava una caricatura tale di dileggio
per l'isola nostra e per i suoi abitanti» che di simile» non si rammentava
altro esemplare». Lo sgangherato manoscritto era somigliante alle lettere
sull'ignoranza, barbarie e sporchi costumi» dei sardi pubblicate molti anni
prima da un viaggiatore svedese, Giacomo Giona Bjoernstaehl, professore di
filosofia nell'Università di Uppsala, che avevano suscitato le ire» del
sacerdote torinese Carlo Immer, il quale, teologo dell'arcivescovo di
Oristano, Cusani, con lo pseudonimo di Sardofilo Arboreo, aveva nel 1787
pubblicato un'arguta risposta.
Si può dunque immaginare la furibonda consulta» con la quale Manno riferì al
sovrano delle sue impressioni sul manoscritto dell'ufficiale tedesco,
indegno di una dedicatoria reale, e come egli fosse alle strette nel
misurarne le parole». Carlo Felice sorrise al mal celato risentimento» del
suo segretario per la Sardegna vilipesa». Fu forse in quel momento che si
fece strada nella mente del magistrato sardo l'idea di scrivere un'opera a
difesa della sua terra: Come da amore amore, nasce anche sdegno da sdegno.
Al come mai i Tedeschi parlano male di noi, succedette nella mia bile
scriverà Manno un come mai i Sardi non sanno o non osano scriverne bene!».
Il re ordinò al suo segretario di far seppellire senza onoranza, fra le
carte più profondamente archiviate dell'Archivio di corte, l'impudente
manoscritto». Cosa che Manno fece con scrupolosa puntualità».
Sinora non si conosceva il nome di questo ufficiale tedesco che aveva
involontariamente contribuito alla genesi di una delle più importanti opere
sulla storia della Sardegna. Ma quelle carte più profondamente archiviate»
ci hanno restituito l'aborrito testo. Si tratta della voluminosa Descrizione
dell'Isola e Regno di Sardegna di Franz Xavier von Beck, redatta nel 1818.
Il nobiluomo tedesco aveva soggiornato nell'Isola fino al 1778, prestando
servizio come colonnello nel reggimento svizzero Schmidt di stanza a
Cagliari. L'opera è suddivisa in quattro parti: la prima è dedicata alla
storia naturale, con una sezione finale sulla popolazione (carattere e
lingua dei sardi, vestiti, modi di vivere, agricoltura e allevamento,
commercio, religione, antichità); la seconda affronta la sorte della
Sardegna dai primi tempi sin ai dì nostri»; la terza descrive la
costituzione e il governo» del Regno; la quarta costituisce una topografia»
dove sono descritti in ordine alfabetico feudi, curatorie, distretti, città,
villaggi, porti, monti, fiumi, isole, stagni, torri e fortezze della
Sardegna.
Manno era rimasto probabilmente colpito non tanto dalle parti dedicate alle
vicende storiche, pure ricostruite in modo sommario e impreciso, quanto
dalla descrizione dei costumi e delle abitudini dei sardi. A differenza del
suo conterraneo Joseph Fuos, pastore protestante presso il reggimento
svizzero a Cagliari (1773-77), che aveva posto in evidenza la pigrizia»,
l'indolenza» e la lascivia» dei sardi, von Beck tracciava un quadro
sostanzialmente positivo delle forme di vita della popolazione dell'Isola.
Tuttavia, l'ufficiale tedesco riportava notizie spesso fantasiose.
Sicuramente Manno dovette fremere d'indignazione nel leggere che le madri al
momento della nascita delle femmine le deflorassero per evitar loro, dopo il
matrimonio, il sospetto d'uno sposo di natura geloso». Anche a proposito
dell'orrida intemperie», l'aria mortifera» provocata dai miasmi delle paludi
e dalle acque putrescenti, von Beck si faceva prendere la mano
dall'invenzione letteraria.
Un fraterno amico del Manno, Giovanni Maria Dettori, professore di teologia
morale nell'Università di Torino, venne a conoscenza dell'episodio; e, al
corrente della "scappatella letteraria" del suo amico, che nel 1816-17 in
qualità di segretario privato di Carlo Felice, allora duca del Genevese,
aveva scritto in forma epistolare delle eleganti memorie di viaggio, lo
incitò a intraprendere gli studi storici sulla Sardegna. In Note sarde e
ricordi (1868) Manno ricorderà l'episodio: Ebbe perciò Dettori buona
l'opportunità di volgersi a me con piglio di autorità amichevole, impiegando
quanto avea disponibile di argomentazioni, per addossarmi il carico di una
storia sarda, accomodata ai tempi che correvano; e per cui potesse togliersi
dalla fronte veneranda della patria quell'onta antica di essere sempre
beffeggiata, o di restare perpetuamente ignota. Accettai alla fine; ma
all'istante medesimo dell'accettazione grandeggiò ai miei occhi la
difficoltà massima dell'intrapresa».
Manno era dunque perfettamente consapevole delle difficoltà» e delle insidie
presenti nella composizione di una documentata (e scientificamente
plausibile) storia della Sardegna. Eppure almeno due fattori agirono a
favore di questa decisione per certi versi temeraria e caparbia: il primo
era la buona conoscenza della storia del diritto e della legislazione del
Regno, che egli continuava ad approfondire nell'ambito della sua attività di
magistrato del Consiglio Supremo di Sardegna; il secondo era la sua
"vocazione" letteraria incline a cimentarsi in un'opera storiografica, più
che in versi, tragedie o novelle. In fondo sentiva di poter raggiungere
diversi scopi: coprire con un lavoro di spessore scientifico il vuoto
lasciato dalle altre "storie", inattendibili o irrimediabilmente superate;
inserirsi a pieno titolo con un contributo originale nel mondo accademico
piemontese; dimostrare la sua eleganza nella prosa e nella conoscenza
"cruscante" della lingua italiana.
Con inconfessata piaggeria lo stesso Manno avrebbe raccontato
quell'imbarazzo di crassa ignoranza» con cui incominciò il lavoro: Negli
studi miei passati scriverà nel 1868 non mai rivolti alla storia patria, io
intanto sapeva che prima dei Reali di Savoia aveano signoreggiato in
Sardegna gli Spagnuoli, in quanto avea dovuto, per ragion di mestiere,
studiare e applicare le loro prammatiche. Sapeva ugualmente, che una Regina
Eleonora di Arborea avea avuto sede gloriosa in questa provincia, da che la
sua Carta de Logu era uno dei codici citati qualche volta da me nelle
conclusioni del mio ufficio». In realtà Manno nelle sue memorie
ridimensionava volutamente la sua conoscenza delle vicende della Sardegna,
affinata attraverso il suo ufficio di magistrato. Nel 1818, ad esempio, in
alcune "Annotazioni" sulle chiusure dei terreni aveva tracciato con
competenza e precisione le fasi dell'evoluzione della legge patria», dalle
recinzioni di orti e di vigne previste dalla trecentesca Carta de Logu
d'Arborea sino ai terreni di privata pertinenza» riconosciuti dalle
prammatiche spagnole.
Per dare conto del peso della dimensione giuridica nella Storia di Sardegna
basterà soltanto ricordare che la stesura dell'opera, che lo impegnò dal
1825 al 1827, coincise con i lavori preparatori e con la promulgazione
(1823-27) della nuova compilazione delle Leggi civili e criminali del Regno
di Sardegna . Giuseppe Manno, infatti, in qualità di membro del Supremo
Consiglio di Sardegna partecipò dal 1824 alle sessioni in cui, come si legge
nel Proemio della consolidazione (opera dello stesso Manno) vennero presi in
esame gli antichi istituti del diritto patrio» del Regno, quali il
matrimonio assa sardisca (la comunione dei frutti fra i coniugi), la
machizia (la facoltà di macellare il bestiame che sconfinasse nei campi
chiusi e coltivati), il cumone (la soccida, cioè il contratto tra il
proprietario e il conduttore del gregge), l' incarica (la responsabilità
collettiva del villaggio nel cui territorio venisse commesso un delitto) e
tutte le norme relative ai tributi feudali e alle consuetudini agrarie.
Ai magistrati del Supremo Consiglio di Sardegna per le osservazioni, i
pareri, le discussioni e le deliberazioni sugli articoli del testo delle
Leggi civili e criminali venne messo a disposizione un materiale
archivistico davvero imponente. La maggior parte dei documenti era stata
"estratta" in copia dagli archivi sardi e in particolare dall'Archivio Regio
della Segreteria di Stato cagliaritana. Non a caso nella cartella
dell'Archivio che raccoglie questa documentazione si può leggere che si
tratta di Carte diverse che hanno servito alla compilazione delle leggi
sarde e della Storia sarda del Signor Cavalier Manno».
Il governo piemontese era restio a far consultare le carte dei propri
archivi. Nel 1725-27 Ludovico Antonio Muratori aveva sperimentato di persona
la difficoltà di ottenere da Torino la documentazione necessaria per la sua
progettata collezione delle Antiquitates Italicae Medii Aevi . In fondo
Manno non era un pericoloso investigatore di patrie memorie ma un esponente
di quel ceto di funzionari subalpini che si contraddistingueva per uno
"spirito di servizio" sostanziato dalla devozione dinastica e dalla fedeltà
alle istituzioni.
Manno fu dunque il primo storico sardo a poter consultare liberamente le
carte conservate nel "Regio Archivio di Corte" di Torino. Era opinione
diffusa che i piemontesi avessero portato via dagli archivi dell'Isola e
occultato in quello torinese i documenti più antichi e preziosi che
attestavano i "privilegi" e le "libertà" del Regno. Negli anni della Sarda
Rivoluzione» il cavaliere Francesco Ignazio Mannu aveva scritto che Sos
privilegios sardos / Issos nos hana leadu, / Da e sos Archivios furadu / Nos
hana sa mezzus pezzas» (I privilegi sardi ce li hanno portati via, dagli
archivi rubato ci hanno i documenti più importanti»). In effetti l'archivio
sabaudo conservava gelosamente un gran numero di fonti che riguardavano
spesso i tempi meno conosciuti della storia della Sardegna. I documenti più
antichi risalivano al 1119-31. Erano inoltre custoditi preziosi testi come
il duecentesco Libellus Iudicum Turritanorum , l'unica cronaca del Medioevo
sardo.
Il pragmatico approccio del magistrato algherese alle fonti archivistiche
rivela più la sua natura di ligio funzionario e di uomo di governo, che
quella di storico e di fine erudito. Nella narrazione delle vicende del
XVI-XVIII secolo Manno privilegiò, ad esempio, attraverso il filtro dei
documenti conservati nel "Regio Archivio di Corte", l'ottica complessiva
dello Stato sabaudo. In fondo la Storia di Sardegna che nasceva all'interno
delle alte istituzioni dello Stato piemontese, si caratterizzava, per le sue
finalità ideologiche e culturali, come un'opera pensata e composta per il
governo dell'Isola e per la glorificazione della dinastia sabauda.
Nel 1825, quando Giuseppe Manno iniziò a scrivere il primo volume della sua
Storia , il panorama della storiografia sarda era o appariva nel complesso
deludente. Conservava ancora una certa autorevolezza l'opera dell'umanista
sassarese Giovanni Francesco Fara: il primo volume del De rebus Sardois del
1580 affrontava però soltanto la storia antica. I libri II-IV, relativi alla
storia medievale e moderna, da tempo circolavano in edizioni manoscritte
solo tra gli eruditi. Assolutamente inattendibili risultavano per le notizie
fantasiose e per l'accesa polemica municipale le storie seicentesche di
Francesco de Vico, reggente nel Consiglio d'Aragona, e del frate Salvatore
Vidal. Farraginosi e incompleti apparivano i due grossi manoscritti dei
Sucessos generales de la Isla y Reyno de Sardeña (1677-84) del cappuccino
cagliaritano Giorgio Aleo. Occasionali o superate si presentavano le opere
di Jan Rousset de Missy e dell'abate Jan de Vayrac apparse alla vigilia
dell'atto di cessione del Regno di Sardegna al Piemonte.
Soltanto dopo gli studi di Ludovico Antonio Muratori era stata colta
l'importanza della Sardegna nella storia dell'Italia medievale. Lo storico
modenese, data la scarsità di fonti e di cronache sull'Isola, aveva invano
tentato presso il governo sabaudo di ottenere documenti medievali. Il 25
febbraio 1734 se ne era lamentato con Girolamo Tagliazucchi, professore di
eloquenza nell'Università di Torino.
Nelle Antiquitates gli argomenti che interessarono il bibliotecario estense
furono l'origine e le vicende dei giudicati, il rapporto tra la lingua sarda
e il latino, la diffusione del cristianesimo nell'Isola. I documenti
pubblicati tra i quali spiccavano le antiche carte del 1009-21 avevano
sollevato ( Dissertazione XXXII ) complessi interrogativi sull'origine dei
quattro giudicati della Sardegna. Convinto assertore delle posizioni
giurisdizionaliste, Muratori aveva confutato la pretesa alta sovranità della
Santa Sede sull'Isola. Nel corso del lavoro di redazione del grande
Thesaurus novus veterum inscriptionum Muratori aveva potuto constatare
l'inattendibilità dell'agiografia sarda del Seicento.
Nel solco tracciato dalla filologia muratoriana si collocava la Sardinia
sacra (1758) del minore osservante Antonio Felice Mattei. Utilizzando il
materiale predisposto, ma mai pubblicato, da Ferdinando Ughelli per l'
Italia sacra , l'erudito pisano in uno studio di notevole spessore aveva
analizzato la religione, i santi, i martiri, le istituzioni ecclesiastiche
della Sardegna e, rifacendosi alla tradizione bollandista, aveva fatto
giustizia di tutte quelle iscrizioni false che erano state pubblicate dagli
agiografi sardi del secolo precedente. La Sardina sacra aveva comunque
rinnovato gli orientamenti della storiografia sarda, stimolando un vivo
dibattito tra gli eruditi locali.
Lo stesso rinnovamento della storiografia piemontese è da porre in stretta
relazione con l'acquisizione del modello filologico-erudito muratoriano, che
aveva coinvolto la prima generazione di studiosi, come Tagliazucchi e Lama,
o il Terraneo, iniziatore della scuola erudita subalpina, e aveva
influenzato anche la generazione successiva degli storici, come Carena,
Vernazza, Denina, Galeani Napione. All'interno di questa temperie culturale
si collocava anche il primo tentativo compiuto da uno storico piemontese di
tracciare un quadro generale delle vicende della Sardegna e di fornire alla
Dominante uno strumento per capire la Dominata. Nel 1762, infatti, Angelo
Paolo Carena si era dedicato alla stesura di una storia della Sardegna,
interrotta, forse per l'impossibilità di consultare gli archivi di corte, ai
primordi del dominio pisano sull'Isola.
Si inseriva in questa prospettiva anche la Storia della Sardegna
dell'intendente Michele Antonio Gazano, pubblicata nella Reale Stamperia di
Cagliari nel 1777. Concepita con gli auspici degli ambienti governativi
piemontesi e stampata col concorso di ben 322 associati, l'opera del Gazano
si era subito rivelata un totale fallimento, non solo, come ha scritto
Giuseppe Manno, per il suo stile alla segretariesca», ma anche per la grande
delusione che avevano lasciato sia la parte antica» dove, secondo il grande
storico ottocentesco, la storia della metropoli» soverchiava quella della
provincia», sia la parte medievale e moderna, liquidata in modo frettoloso e
sommario.
La riscoperta in chiave "patriottica" della storia della Sardegna maturava
negli ultimi decenni del XVIII secolo. All'interno della politica di riforme
attuata nel 1759-73 dal ministro Bogino si era sviluppata tra i sardi una
sensibilità nuova per i problemi dell'Isola e per le sue peculiarità
economiche e le sue tradizioni storiche e giuridiche. La riforma delle
scuole e delle università di Cagliari e di Sassari aveva inoltre favorito la
circolazione delle idee, ponendo a contatto l'ambiente sardo con la cultura
europea e con le nuove teorie fisiocratiche e illuministiche. La tensione
ideale, la volontà di emergere e di partecipare al grande progetto del
rifiorimento» della Sardegna avevano incoraggiato l'adesione di consistenti
settori della società sarda, e in particolare delle giovani generazioni
intellettuali, ai programmi riformatori del ministro.
È significativo ad esempio che Francesco Gemelli, l'autore del Rifiorimento
della Sardegna (1776) opera commissionata dallo stesso ministro Bogino ,
professore di eloquenza nell'ateneo e prefetto delle regie scuole di Sassari
dal 1768 al 1774, avesse abbozzato un compendio non troppo grosso della
geografia e della storia profana e sacra della Sardegna», dettato agli
studenti del suo corso. La rilettura "patriottica" della storia sarda era
dunque in qualche modo un portato del profondo rinnovamento culturale
realizzato dal riformismo boginiano. Non a caso tra gli allievi sassaresi
del Gemelli troviamo Domenico Simon che nel 1788, nella dedica ( civibus et
amicis ) del secondo volume della raccolta di impianto muratoriano dei Rerum
Sardoarum Scriptores , ammoniva gli associati che sarebbe stato per loro un
grande disonore se, tot inter Nationum omnium etiam longe obscuriorum», la
sola Sardegna avesse trascurato di conoscere il proprio passato, mentre
altrove vel minimae vetustatis reliquiae [] colliguntur, eduntur ac pia
quasi religione venerantur».
Domenico Simon fu uno degli involontari protagonisti della nascita della
Storia di Sardegna del Manno. L'ex deputato degli Stamenti come si legge in
Note sarde e ricordi viveva a Torino in un bugigattolo, dove a foggia di
pipistrello ascondevasi a sonnecchiare durante il giorno [] incavernato in
una delle case che deturpavano con sinistra fama le adiacenze a tergo del
teatro di Carignano». Manno lo andò a trovare spesso per avere da lui
suggerimenti e consigli: allorché la pubblicazione del primo volume della
Storia di Sardegna valse a me l'attenzione dei lettori, egli sopra ogni
altro acclamavami benemerito della patria, e teneva per gloria sua scriverà
nel 1868 [] la generosa accettazione manifestatami allora dalla universalità
dei miei connazionali». Però, quando Manno si accingeva alla redazione del
terzo volume della Storia , ricordandosi che Simon possedea un raro e
bell'esemplare manoscritto delle storie del nostro cappuccino Padre Aleo,
prezioso [] per le notizie del secolo XVII appartenenti agli ultimi viceré
spagnuoli», chiese in prestito al vecchio erudito algherese il manoscritto:
Chi il crederebbe? Alla dimanda fattagliene dallo storico ch'egli avea tanto
encomiato, e per una storia di cui tanto anelava vedere il compimento, onde
giungesse ai tempi suoi, a questa dimanda egli rispose con un rifiuto».
Un approccio nuovo alla storia e al "diritto patrio" della Sardegna maturava
all'interno della rivoluzione stamentaria del 1793-96: intorno alla
piattaforma delle cinque domande» (la convocazione delle Corti generali e la
loro celebrazione decennale; la conferma e l'osservanza dei privilegi e
delle leggi fondamentali» del Regno; l'esclusività per i sardi delle cariche
pubbliche e delle prelature ecclesiastiche; l'istituzione di un Consiglio di
Stato; la creazione a Torino di un Ministero per gli affari di Sardegna) si
andava delineando un'elaborazione politica che proprio nel passato ricercava
le ragioni storiche e giuridiche di quelle rivendicazioni. Fu in particolare
durante le trattative tra la deputazione dei tre Stamenti inviata a Torino,
dall'estate del 1793 alla primavera del 1794, e la Segreteria di Stato e il
Supremo Consiglio di Sardegna, che venne un forte impulso a ricercare presso
gli archivi cagliaritani tutta la documentazione che potesse comunque
sorreggere la richiesta dell'accettazione delle cinque domande» da parte del
sovrano.
Non a caso fu proprio la "rivoluzione" del 1793-96 a porre, con impetuoso
"amor di patria", le basi per una rivisitazione critica dell'intera storia
della Sarda Nazione». Nel 1795 Lodovico Baille aveva elaborato un piano» per
una ragionata istoria della nostra Sardegna»: egli riteneva di non dover
lavorare da solo», ma di associare all'iniziativa un numero di filopatridi,
dei quali ciascuno prendendo ad esaminare uno dei nostri storici, e
confrontare le cose da lui scritte coi fonti dai quali le avesse tolte, ne
facesse poi relazione in assemblea comune e si andassero collatis consiliis
classificando i fatti certi, i probabili, i dubbi e finalmente gli incerti
non meno che quelli assolutamente falsi».
Il "progetto" del Baille non teneva conto soltanto della lezione filologica
muratoriana, come d'altronde era stato auspicato pochi anni prima da
Domenico Simon, ma si poneva l'ambizioso obiettivo di un'ampia ricognizione
delle fonti documentarie negli archivi della Penisola (l'archivio
diplomatico di Firenze», l'archivio arcivescovile e quello di casa Roncioni»
a Pisa, l'archivio dell'abbazia di Montecassino, etc.) riguardo al Medioevo,
in cui, fra noi principalmente, siamo involti in spesse e profonde tenebre».
Baille ipotizzava anche la consultazione degli archivi spagnoli che
avrebbero potuto chiarire molti aspetti oscuri della conquista
catalano-aragonese della Sardegna e della resistenza dei giudici d'Arborea:
E per ultimo sarebbe imprescindibile un passo a Barcellona per consultare
gli Archivi Generali della Corona d'Aragona per rintracciarvi tutto
l'operato dal Governo Spagnuolo, e le carte confiscate al giudicato
d'Arborea nella ribellione del Marchese d'Oristano. Quest'archivio deve
rigurgitare di documenti».
L'erudito cagliaritano non riuscì a portare a compimento l'ambizioso
progetto: Questo piano fu da me concepito sin dal 1795 scriveva il 16 aprile
1825 Baille a Manno , ma bersaglio perpetuo della fortuna, non mai bastevole
a me medesimo per mille fatali circostanze, mi è sempre mancato l'ozio ad
applicarmivi. Quindi io non mi posso offrire che come uno sterile
cooperatore alla sua impresa [Manno stava scrivendo il primo volume della
Storia di Sardegna ], non sentendomi da tanto di poterla da me eseguire».
Gli orientamenti della storiografia sarda alla fine del XVIII secolo erano
abbastanza contraddittori. Nel 1792 erano state pubblicate a Cagliari le
Dissertazioni storiche apologetiche critiche sulle sarde antichità dell'ex
gesuita Matteo Madao, un'opera filologicamente inattendibile che, esprimendo
assai bene la vocazione apologetica» della cultura locale in opposizione
alla storiografia "ministeriale" di ispirazione piemontese, confutava
puntualmente, nel sempre giustificato amore» per la Sarda Nazione», tutti i
critici forestieri». Decisamente più interessanti appaiono i lavori storici
del censore generale Giuseppe Cossu, come i medaglioni dedicati alle vicende
delle due più importanti città del Regno Della città di Cagliari (1780) e
Della città di Sassari (1783) e la tarda Politicografia della Sardegna
(1799), terzo tomo della Descrizione geografica della Sardegna .
Si ricollegavano all'esempio muratoriano gli studi di Gian Francesco Simon,
che nel 1784 aveva pubblicato sulla scorta delle fonti oristanesi una Serie
degli arcivescovi di Oristano cogli anni della loro creazione Nello stesso
periodo aveva abbozzato un lavoro sulle memorie di parecchi uomini illustri
nati in Sardegna» e progettato un Codice diplomatico ecclesiastico e una
storia delle abbazie e munasteri di Sardegna». Nel 1801 l'abate di Salvenero
pubblicava la Lettera sugli illustri coltivatori della giurisprudenza in
Sardegna che costituiva la prima puntuale rassegna delle fonti del "diritto
patrio" e delle opere dei giuristi sardi dal Medioevo sino al XVIII secolo.
Anche il fratello di Gian Francesco e di Domenico, Matteo Luigi Simon,
magistrato della Reale Udienza, che avrebbe percorso una brillante carriera
giudiziaria nell'Italia napoleonica, avrebbe lasciato numerose opere
storiche, fra le quali un Prospetto dell'isola di Sardegna antico e moderno
disposto in forma di catechismo patrio (1804), il primo manuale della storia
dell'Isola, concepito ad uso e comodo» delle scuole sarde, finalizzato a
educare la gioventù sarda ai valori patriottici», destinato purtroppo a
restare inedito.
L'interesse per il "diritto patrio" e per il rapporto tra legislazione e
"indole" dei popoli coinvolgeva anche il più rappresentativo esponente della
"rivoluzione" sarda di fine Settecento, l'ex magistrato della Reale Udienza
Giovanni Maria Angioy. Nel 1802, nel suo esilio parigino, l'ex alternos
aveva elaborato il piano d'un'opera concernente la legislazione antica della
Sardegna». Il progetto era stato in qualche misura stimolato dalla
pubblicazione nella capitale francese dell' Histoire géographique, politique
et naturelle de la Sardaigne (1802) di Domenico Alberto Azuni, il giurista
sassarese celebre in Francia per la parte marittima del Code de commerce
napoleonico. L' Historie di Azuni fu valutata dai "patrioti" sardi in esilio
a Parigi (Angioy, Matteo Luigi Simon, Michele Obino) come un'opera
superficiale, piena di errori, sin troppo disinvolta nel "saccheggio" dei
lavori altrui (in particolare quelli del Cossu e del Cetti), che eludeva
tutte le problematiche "patriottiche" poste dal movimento stamentario.
Si inserisce in questa prospettiva un'altra importante opera destinata
anch'essa a restare inedita, come De la Sardaigne ancienne ed moderne ou
Aperçu d'un voyage statistique critique et politique dans l'île de Sardaigne
, ultimata tra il 1813 ed il 1815 da Matteo Luigi Simon: pensata soprattutto
per il pubblico d'Oltralpe, rappresenta il punto di approdo e di massima
proiezione della cultura illuministica sarda maturata tra la fine del XVIII
e i primi due decenni del XIX secolo. La storiografia patriottica» e
l'intensa elaborazione culturale che traeva origine dalla "sarda
rivoluzione" del 1793-96 furono, nel nuovo clima della restaurazione
sabauda, ben presto dimenticate e rimosse.
Nel 1825, a pochi mesi di distanza, venivano pubblicate due importanti opere
storiche sulla Sardegna. Nell'estate veniva stampato a Torino dagli editori
Alliana e Paravia il primo dei quattro volumi della Storia di Sardegna di
Giuseppe Manno. Nell'autunno vedevano la luce a Parigi per i tipi di Blaise
e Péliecier i due tomi dell' Histoire de Sardaigne ou la Sardaigne ancienne
et moderne di Jean François Mimaut, ex console francese a Cagliari.
Si trattava di due opere assai diverse. Quella del Manno costituiva la
prima, grande ricognizione della storia dell'Isola in grado di offrire una
lettura unitaria e complessiva sulle sue vicende dall'antichità al
riformismo settecentesco, fondata con rigore muratoriano su un'attenta
lettura delle scarse fonti e narrata con una scrittura volutamente
"letteraria". Quella del Mimaut era invece per certi versi un'opera ancora
legata al filone della letteratura di viaggio, che non si limitava soltanto
a tracciare un sintetico profilo storico dall'antichità ai moti
rivoluzionari di fine secolo, ma forniva anche dettagliate notizie sulla
geografia fisica, la fauna, la popolazione, l'economia, le circoscrizioni
amministrative, la lingua, il carattere e il costume dei sardi.
Durante il suo consolato cagliaritano (1814-17) Mimaut era stato un attento
e acuto osservatore della Sardegna. Scopo dell' Histoire , abbozzata già
nell'ultimo anno del suo soggiorno sardo, era soprattutto far conoscere
l'Isola al pubblico francese. L'autore partiva dalla constatazione che,
perdue dans l'immensité dées possessions de ses maîtres» e moins heureuse []
que les autres grandes îles de la Mediterranée [], la Sardaigne n'a joué
dans les événements politiques de l'Europe [] qu'un rôle accessoire».
L'opera dell'ex console si basava su una conoscenza superficiale delle
fonti, peraltro quasi tutte di seconda mano, e attingeva largamente alla
discutibile letteratura "storica" isolana. Lo stesso Manno, recensendo il
lavoro di Mimaut nel secondo tomo dalla sua Storia di Sardegna , ne lodava
lo stile brioso e leggiadro», ma coglieva il carattere essenzialmente
divulgativo dell'opera, sottolineando come lo scrittore francese si
prefiggesse soprattutto lo scopo di trascorrere rapidamente le maggiori
nostre epoche storiche».
Il primo volume della Storia di Sardegna fu pubblicato nell'agosto del 1825.
Manno aveva impiegato soltanto sette mesi per scriverlo: Due cose mi
giovarono specialmente scriverà nel 1868 . Il non voler leggere alcuno degli
storici nostri, di buona o mala rinomanza, prima che io stesso, esaurita
ogni possibile ricerca, non avessi raccolto, col criterio integro di
solitario indagatore, tutti i materiali della storia più antica. La qual
cosa potei io compiere senza aiuto degli antenati. Posso rallegrarmi di non
aver tralasciato in questa parte di studio alcuno degli scrittori dell'età
greca e latina []. L'altro mezzo giovevole, e dirò capitale, si fu l'aver io
voluto e potuto misurare allora con l'intelletto la sola ottava parte del
lungo stadio da percorrersi, confidente che in questo primo lanciarmi in
carriera gli apprestamenti mi pareano possibili e quasi alla mano».
Nell'affrontare la questione delle origini della storia sarda, Manno volle
evitare le trappole delle lusinghe della fantasia» in cui erano caduti molti
di quegli autori che avevano prestato ascolto alle chimere greche», anche se
nel libro primo dell'opera dava ampi ragguagli delle fole» degli storici
precedenti. A proposito di quei vetusti edifici, conosciuti nell'isola col
nome volgare di noraghes », Manno si mostrava assai prudente (la natura
della presente opera non permette ch'io ne intraprenda una scientifica
disamina»), pur esprimendo la convinzione che riferirsi debba l'edificazione
dei noraghes alli più antichi popolatori della Sardegna, e non già ad alcuna
delle colonie posteriori, o greche, o spagnuole, o libiche».
Nella narrazione della storia della Sardegna romana Manno mostrò una
indiscutibile sicurezza dovuta all'uso dei repertori eruditi
sei-settecenteschi e alla conoscenza degli autori classici latini e greci: I
loro volumi sosterrà in Note sarde e ricordi , ricercati non dalla pagina
prima alle seguenti, ma dalle ultime pagine all'insù, quasi alla foggia
ebraica, onde giovarmi senza maggior fatica di quei copiosissimi Index rerum
et verborum , vera erudizione di chi vuol erudirsi a corso di ferrovia []
riempirono in breve periodo di tempo i miei libri mastri letterari di note
copiosissime, raccolte con una fedeltà la più scrupolosa». Nella rivolta
contro i romani del duce dei sardi» Amsicora che, dopo la sconfitta e la
morte in battaglia del figlio Iosto, si era tolto la vita per non cadere
nelle mani dell'odiato nemico, Manno, con grande fiuto letterario, tracciava
il plastico ritratto di un personaggio che, come un eroe da tragedia
classica, potesse far fremere il lettore di giustificato orgoglio nazionale.
Ma se queste mie pagine avranno a passare alla posterità scriveva nel libro
terzo della Storia , il nome di Amsicora, e quello di Iosto non più si
dovranno a malapena rintracciare negli annali d'una nazione, che colla mole
delle sue gesta eclissò rinomanze anche più grandi, ma la loro gloria
poggierà sovra un terreno più propizio, e questa storia ingemmata del loro
nome ricorderà in ogni tempo a' miei nazionali la costanza di quel canuto
duce, e forse l'animo del lettore generoso e sensibile, tocco sentirassi di
compassione pei casi del giovinetto di lui figliuolo».
La pubblicazione del primo volume della Storia di Sardegna aprì al Manno le
porte dell'Accademia delle Scienze di Torino: il 12 gennaio 1826, mentre era
intento alla stesura del secondo tomo dell'opera, fu eletto, su designazione
di Balbo, socio nazionale residente. Si trattava di un importante
riconoscimento che confermava l'accoglienza favorevole della Storia da parte
degli ambienti scientifici subalpini. Nei volumi successivi Manno avrebbe
tracciato altri medaglioni biografici "nazionali", come quelli del giudice
Mariano IV, di Eleonora d'Arborea, del marchese di Oristano Leonardo Alagon,
di don Agostino di Castelvì, marchese di Laconi. Ma il personaggio storico
che si prestava meglio a rappresentare il carattere nazionale» di un popolo
e a incarnare l'impronta originale» e le virtù» della sarda nazione» era
senz'altro quello di Eleonora d'Arborea. La stessa biografia della
giudicessa offriva inoltre la possibilità di costruire la figura di
un'eroina da melodramma: intrepida guerriera che aveva strappato con le armi
il giudicato agli usurpatori repubblicani»; moglie fedele che all'amor di
patria sacrificava quello coniugale; fiera sovrana che trattava da pari a
pari col re d'Aragona; saggia e illuminata legislatrice.
Nel secondo volume, pubblicato nel 1826, che abbracciava la storia
dell'Isola dalla diffusione del cristianesimo sino alla fine del Duecento,
Manno dovette misurarsi con la scarsità delle proprie conoscenze erudite. Se
per la trattazione dell'antichità e dei fasti della Chiesa sarda» poté
servirsi delle indicazioni del Mattei e delle iscrizioni sarde pubblicate da
Giuseppe Vernazza, evitando le insidie dell'agiografia seicentesca, i
problemi sorgevano a proposito dei "secoli bui" dell'Alto Medioevo, a causa
della penuria di fonti e di testimonianze letterarie. Ad esempio, a
proposito della polemica sull'alta sovranità della Santa Sede sulla Sardegna
che nel XVIII secolo aveva opposto la storiografia di ispirazione
giurisdizionalista (Muratori, Carena, Gazano) a quella più vicina alle
istanze ecclesiastiche (Nurra, Mattei, Orlendi), Manno preferì mantenere un
atteggiamento di prudente equidistanza.
Sulla scorta delle intuizioni del Muratori ( Dissertazione V delle
Antiquitates ) e degli studi del Baille, Manno combatteva la tesi
dell'origine pisana dei giudicati e l'ipotesi di una lunga dominazione araba
in Sardegna schierandosi a favore dell'origine "nazionale" di questa novella
foggia di governo», da cui emergeva un'istoria propria» e non una sequela
dell'altrui». Pur con molta prudenza, data la scarsità della documentazione,
Manno avanzava problematicamente alcune conghietture» sulla corrispondenza
tra i giudicati sardi e le ultime magistrature bizantine e sottolineava come
l'ascesa dei regoli quali capi indipendenti nell'isola» fosse stata favorita
dall'investitura papale. Tuttavia non esitava a esprimere un severo giudizio
sui giudicati e sulla soverchia liberalità dei regoli a pro degli
stranieri».
Un aiuto determinante nella stesura dei volumi secondo e terzo della Storia
di Sardegna venne dall'erudito cagliaritano Lodovico Baille che, privato
dalle vicende della sua vita della soddisfazione di mettere egli stesso in
luce la copia preziosa dei documenti» che negli anni Novanta del Settecento
aveva trascritto negli archivi pisani, genovesi, romani e fiorentini, fu il
primo a plaudere all'annunzio datogli del mio animoso intento [l'intenzione
di scrivere una storia della Sardegna], a profferirmi il condominio del suo
tesoro», cioè dello schedario nel quale aveva raccolto le fonti medievali e
della biblioteca di argomento sardo che aveva con pazienza accumulato nel
corso degli anni. "Travestiti" da carteggi ufficiali» e da spacci
governativi» tutte le carte storiche del suo archivio» e i volumi stessi
della ricca sua biblioteca [] passarono e ripassarono il mar Tirreno [];
apportatori a me di una letizia tale, da non scapitare paragonata
all'ansietà, con cui altri aspettano le merci dell'Oriente o i galeoni
dell'Occidente».
Nelle valigie» della corrispondenza ufficiale furono recapitati al Manno
numerosi documenti provenienti dagli archivi dell'Isola. Fra questi si
segnala il codice sardo del 1316 degli Statuti di Sassari, completamente
trascurato dagli illustratori delle patrie antichità». Anzi fu merito
proprio del Manno aver segnalato e attirato l'attenzione degli storici
europei su questo monumento» della sapienza» giuridica della "repubblica"
sassarese.
Un'altra pagina cui Manno volle dare particolare rilievo nel terzo volume
della sua opera fu la guerra degli ultimi giudici d'Arborea contro l'Aragona
per occupare la sovranità intiera dell'isola». Fra questi si stagliava la
tempera robusta» di Mariano IV: guerriero, egli amò meglio infievolire i
nimici affaticandoli, che investendoli []. Legislatore della sua provincia,
egli incoraggiò con savie leggi l'agricoltura, guarentì la custodia dei
rustici poderi, frenò i ladronecci, diede norma alle accomandite del
bestiame, regolò l'uso dei pubblici pascoli, gastigò con severe multe le
ingiurie. Né a rendere più stabile questa sua gloria di guerriero e di
legislatore mancò la fortuna concludeva Manno ; poiché dando la vita ad
Eleonora [], egli lasciò dopo di sé un'eroina, che colla spada seppe
rincalzare le di lui vittorie; ed una legislatrice, la quale col suo codice
diede vita immortale agli ordinamenti paterni».
Nella precisa ed equilibrata ricostruzione delle vicende che videro
protagonista la giovine principessa» Manno basava la sua narrazione
soprattutto sull'opera dello Zurita. Nelle intense pagine dedicate
all'esposizione dei capitoli della Carta de Logu Manno, come aveva già fatto
per gli Statuti sassaresi, individuava nelle costituzioni di Eleonora il
fondamento» di quella patria legislazione» il cui svolgimento originale, dai
capitoli di corte alle prammatiche regie, avrebbe costituito uno dei fili
conduttori della Storia di Sardegna . Dalla carta di Eleonora affermava
Manno si possono pure ricavare varie notizie atte a manifestare alcune
costumanze della nazione» e soprattutto cogliere come la Sardegna ebbe la
ventura» di poter conservare le tradizioni dell'antica sua giurisprudenza,
malgrado delle irruzioni barbariche».
Nel tratteggiare uno scultoreo ritratto di Eleonora, lo storico sardo, da
abile e accorto letterato», non poteva certo ignorare le frementi pagine
scritte dagli autori settecenteschi e dallo stesso Mimaut. Tuttavia non
aveva necessità di stabilire un improbabile paragone con le Caterine, le
Marie Terese o le altre regine-legislatrici: anzi, il suo vibrante profilo
partiva da una ponderata e obiettiva valutazione degli eventi e del ruolo
della giudicessa d'Arborea nelle vicende della Sardegna del suo tempo e
nella storia della legislazione nazionale» del Regno. Un ritratto di
classica solennità che avrebbe finito per influenzare la generazione
successiva degli storici, più aperti alle ansie e ai miti» romantici:
Eleonora ha lasciato nel suo regno traccie più durevoli della laude, o dello
spregio dei contemporanei: le sue vittorie e il suo codice scriveva Manno .
Donna di gran cuore, Eleonora seppe muovere e trattar l'arme. Donna d'animo
virtuoso, innalzossi alla fortezza virile senza obbligare le doti del
proprio sesso. Donna di gran mente, tanto valse a giudicare delle cose di
Stato, quanto davano i suoi tempi. Sovrana, mostrò di possedere le virtù
tutte dei regnanti []. Legislatrice, ebbe il raro vanto di concepire, e
condurre a compimento il nobile pensiero della promulgazione di un codice
[]. Quando si consideri concludeva che tante doti erano riunite in una
femmina, ed in una femmina del XIV secolo, si giudicherà facilmente che
l'oscurità in cui giacque fra gli stranieri la di lei memoria è l'oscurità
stessa di quei tanti eroi, i quali non per altra cagione sprofondarono nella
lunga notte dell'oblio, che per esser loro mancato l'applauso degli uomini
d'ingegno».
Nei volumi terzo e quarto della Storia di Sardegna , pubblicati nel 1826 e
nel 1827 e dedicati alle vicende del periodo catalano-aragonese, del periodo
spagnolo e di quello piemontese, Manno mostrò una notevole perizia nella
narrazione degli eventi e nell'interpretazione dei problemi, grazie
soprattutto all'attento studio delle fonti conservate negli archivi torinesi
e sardi. Anzi, si può affermare che in particolare per la storia dei secoli
XV-XVIII, un periodo che non era stato mai affrontato dagli autori
precedenti, Manno diede il meglio di sé, tracciando delle linee
interpretative che sarebbero rimaste a lungo come un punto di riferimento
per la storiografia successiva: per citare un solo esempio basti pensare che
le lezioni dei corsi universitari cagliaritani di Francesco Loddo Canepa (a.
a. 1947-48, 1949-50), pubblicate postume col titolo La Sardegna dal 1478 al
1793 (1974-75), si muovono ancora sulla falsariga dell'opera dello storico
algherese. Ad esempio, per la convocazione del Parlamento del 1421,
presieduto dal re Alfonso V, Manno scriveva che con essa cominciava per la
nazione sarda un ordine novello di cose; perché fatta partecipe in qualche
maniera delle cure del proprio reggimento, ed invitata dai sovrani a
rassegnare periodicamente il quadro dei suoi bisogni, e la proposizione dei
rimedi, fondamento maggiore ogni dì fece a solidare l'opera della sua
rigenerazione, ed a parare ai mali che la consumavano». In sostanza il
magistrato algherese attuava una piena rivalutazione di questo antico
istituto che si sarebbe configurato come la generale assemblea della
nazione», pur ignorando volutamente la questione della natura
"costituzionale" dell'istituzione rappresentativa, sancita appunto dalle
Leggi fondamentali del Regno, che stava tanto a cuore alla storiografia
"patriottica" di fine Settecento.
Nell'esposizione degli eventi del XVI-XVII secolo Manno diede ampio risalto
alle vicende belliche del periodo spagnolo, soffermandosi a lungo sulla
rilevanza della difesa costiera, delle incursioni corsare, della costruzione
delle torri litoranee, della nascita della flotta di galere e degli attacchi
francesi. Molto equilibrato appare il giudizio sul governo spagnolo in
Sardegna, di cui vengono sottolineate luci ed ombre. Un giusto rilievo viene
attribuito al regno di Filippo II, singolarmente fausto» per la Sardegna
grazie all'istituzione della Reale Udienza, alla nascita
dell'amministrazione delle torri costiere, alle prammatiche regie e ai
capitoli di corte parlamentari. In questa parte Manno mise in mostra ancora
una volta le sue qualità letterarie, descrivendo con gusto ed eleganza la
visita di Carlo V nella sua città natale (1541) o soffermandosi sulle
passioni e sugli intrighi che portarono all'assassinio del viceré marchese
di Camarassa (1668). Ampio spazio è inoltre attribuito alla cultura sarda
dell'età spagnola, con una precisa ed erudita rassegna (debitrice
dell'apporto del Baille) degli autori e delle opere pubblicate nel corso del
XVI-XVII secolo.
Il quarto volume si apriva con la dettagliata ricostruzione degli eventi
della guerra di successione spagnola, della breve dominazione austriaca e
della successiva occupazione della Sardegna da parte delle truppe di Filippo
V. Per il libro dodicesimo Manno utilizzò ampiamente i due grossi volumi dei
Comentarios de la guerra de España (1725) del marchese di S. Filippo,
Vincenzo Bacallar y Sanna; per le clausole dell'atto di cessione del 1720
del Regno di Sardegna alla dinastia sabauda si servì della vasta
documentazione conservata nell'"archivio di corte" di Torino e delle fonti
diplomatiche edite nel Corps universel diplomatique (1731) del Du Mont.
Attraverso la lettura delle memorie e dei documenti del fondo Sardegna» del
regio archivio torinese, Manno aveva potuto farsi un'idea abbastanza
dettagliata delle fasi e dei diversi momenti del governo sabaudo nell'Isola.
Così nel quarto volume della Storia di Sardegna e nella successiva Storia
moderna di Sardegna del 1842, individuava con chiarezza tre grandi momenti:
il primo, che va dal 1720 al 1759 e comprende il regno di Vittorio Amedeo II
e i primi decenni di quello di Carlo Emanuele III, è caratterizzato
dall'immobilismo politico e dalla "continuità" degli ordinamenti e delle
istituzioni del periodo precedente; il secondo, che va dal 1759 al 1773 e
comprende la seconda parte del regno di Carlo Emanuele III, si
contraddistingue per l'intensa azione riformatrice del ministro Bogino e le
profonde innovazioni nel campo dell'economia e della vita civile; il terzo,
che va dal 1773 al 1799 trattato appunto nella Storia moderna , e comprende
i regni di Vittorio Amedeo III e di Carlo Emanuele IV, si caratterizza per
l'abbandono dell'impegno riformatore e coincide con la crisi dell'Antico
Regime, la nascita di una nuova identità "patriottica" e lo sviluppo dei
moti rivoluzionari di fine secolo.
Certo, nel tracciare questa periodizzazione Manno non poteva non risentire
dell'influsso della personalità di Prospero Balbo e delle nuove riforme
feliciane. Si comprende così la piena rivalutazione del riformismo boginiano
contrapposto alla mancanza di idee e di progetti dei ministri di Vittorio
Amedeo III. D'altra parte la stessa opera del Manno si poneva su un terreno
eminentemente "ufficiale", cioè come un'opera storiografica rivolta non
tanto a un limitato pubblico di eruditi quanto al pubblico più numeroso
degli uomini di governo, dei magistrati, dei funzionari che in essa potevano
trovare le notizie sulle vicende, le istituzioni, la legislazione del Regno
necessarie all'esercizio quotidiano del proprio ufficio. Ciò spiega perché
la Storia del Manno sia stata tra i libri sardi dell'Ottocento quella che ha
avuto la più ampia diffusione (la prima edizione con i suoi 1.366 associati
andò rapidamente esaurita, tanto che Alliana e Paravia ne fecero una seconda
ristampa nel 1826-27; la terza edizione fu pubblicata a Milano nel 1835 da
Placido Maria Visai; la quarta, in tre volumi, fu stampata nel 1840 a
Capolago dalla Tipografia Elvetica; una quinta edizione che si sarebbe
dovuta pubblicare a Cagliari nel 1868, a cura di Pietro Amat di S. Filippo,
non andò oltre il programma di associazione).
Il mito del riformismo boginiano, coltivato da Prospero Balbo e rinnovato
dal Manno, nacque all'indomani del licenziamento del ministro. Già nel 1776
il suo fidato collaboratore l'avvocato Pier Antonio Canova aveva tracciato
un lusinghiero bilancio della politica riformatrice dell'ex segretario di
Stato e aveva descritto tutti i provvedimenti presi dal 1759 al 1773 a
favore della Sardegna. La relazione manoscritta avrebbe influenzato
profondamente la storiografia successiva e, oltre le opere del Manno, quelle
di Domenico Carutti. Il mito del "buon governo" boginiano si rafforza non
soltanto nel momento in cui tutti i progetti riformatori vennero
abbandonati, ma soprattutto quando lo Stato di Vittorio Amedeo III crollò,
travolto dalle armate francesi e dalla conflittualità sociale interna.
Certo, esaltando nelle pagine conclusive della sua Storia il ministro
egregio degli affari di Sardegna», Manno ha elevato un monumento aere
perennius all'opera del conte Bogino. Ma le lodi al ministro (fondate
peraltro sulle copiose ed assennate sue scritture») non esprimono tanto uno
spirito cortigiano o un palese conservatorismo: esse si pongono, piuttosto,
l'ambizioso obiettivo di saldare, quasi senza soluzione di continuità, il
riformismo boginiano con quello feliciano (1821-31) e carloalbertino
(1831-48), in un'operazione culturale strettamente funzionale al progetto di
piena integrazione della "nazione" sarda nella monarchia sabauda.
Ma la Storia di Sardegna era un'opera che guardava al passato. Il suo
modello politico era un assolutismo paternalista e riformatore. Non deve
quindi stupire che finisca per esaltare il potere assoluto del Principe e
s'impegni a tracciare un sottile filo di continuità nell'azione di quei
sovrani da Mariano IV a Eleonora, da Alfonso V a Filippo II, sino al momento
culminante del regno di Carlo Emanuele III che col loro saggio governo
avevano tentato di migliorare le condizioni della Sardegna. Fortemente
voluta e sostenuta dagli ambienti governativi, venne subito considerata dai
contemporanei come un lavoro fondamentale, di grande autorevolezza
scientifica (Defendente Sacchi, nella prefazione all'edizione milanese del
1835, la definiva una vera storia civile, fra le pochissime apparse di
questo genere nel nostro secolo»), e avrebbe conosciuto, grazie alle sue
quattro edizioni, una straordinaria fortuna. La Storia di Sardegna del Manno
guardava al passato anche in campo storiografico, giacché si ispirava
all'erudizione e all'annalistica settecentesca, innanzitutto al Muratori,
agli storici piemontesi (Terraneo, Carena, Denina, Galeani Napione) e alle
indicazioni metodologiche dell' Introduzione alla Storia di Carlo V (1769)
di William Robertson.
L'opera esercitò un'influenza straordinaria sulla cultura e sulla
storiografia sarda del terzo e del quarto decennio dell'Ottocento. Nel
filone aperto dalla Storia di Sardegna si inserirono una serie di studi
importanti, editi tra il 1837 e il 1845, come il Dizionario biografico degli
uomini illustri di Sardegna (1837-38) di Pasquale Tola, la Biografia sarda
(1837-38) di Pietro Martini, l'edizione del De Chorographia Sardiniae e del
De rebus Sardois del Fara curata nel 1838 da Vittorio Angius, le voci» sarde
dello stesso Angius per il Dizionario geografico
storico-statistico-commerciale degli Stati di Sua Maestà il Re di Sardegna
di Goffredo Casalis, che iniziarono a essere pubblicate dal 1838, l'
Ortografia sarda nazionale (1840) di Giovanni Spano, la Storia ecclesiastica
di Sardegna (1840-41) del Martini, la Storia letteraria di Sardegna
(1843-44) di Giovanni Siotto Pintor e i primi due volumi del Codice
diplomatico di Sardegna (1845) del Tola, la cui pubblicazione fu poi
interrotta per difficoltà economiche.
Al Manno, primo pittore delle patrie memorie», seguì, secondo l'espressione
del Martini, una generazione di rischiaratori giudiziosi delle cose patrie».
Benché ancora legata a canoni storiografici settecenteschi, la Storia aveva
suggerito, sebbene con molta prudenza e cautela, una lettura in senso
nazionale» delle vicende dell'Isola in cui la "continuità", almeno dal
Medioevo al riformismo settecentesco, era assicurata dalle magistrature e
dal complesso del diritto patrio» vigente sino alla promulgazione delle
leggi feliciane. Questa lettura, nella visione aulica e classicista
dell'opera, era però anche l'espressione di una piena identificazione nella
monarchia sabauda e di un radicato conservatorismo politico, che considerava
il moderato riformismo piemontese come l'unico strumento capace di rinnovare
la Sardegna. Non a caso l'opera del Manno finì per diventare un punto di
riferimento decisivo nella formazione dell'"ideologia moderata" di un'intera
generazione di intellettuali attivi tra la "fusione" perfetta del 1847 che
sanciva, con l'estensione all'Isola degli ordinamenti amministrativi degli
Stati di Terraferma, la fine dell'antico Regnum Sardiniae e i primi decenni
di vita dello Stato unitario italiano.
Antonello Mattone
Giuseppe Manno - Storia di Sardegna
PREFAZIONE
Ai primi di gennaio del 1825 Carlo Felice faceva chiamare il suo segretario
di gabinetto, l'algherese Giuseppe Manno, e gli consegnava un voluminoso
manoscritto» di un ufficiale tedesco che molti anni addietro era stato di
presidio in Sardegna» e che conteneva una sorta di descrizione storica
dell'isola». L'ufficiale intendeva dedicare l'opera al re di Sardegna. Il
sovrano pregò Manno, magistrato del Consiglio Supremo di Sardegna, profondo
conoscitore dei problemi storici e giuridici della sua terra d'origine, di
esaminare minutamente» il lavoro per verificare se la richiesta potesse
essere presa in considerazione.
L'alto magistrato sardo incominciò a leggere il manoscritto e man mano che
andava avanti nella lettura come egli stesso ricorderà una quarantina d'anni
dopo cresceva la sua irritazione finché con impeto di musa tragica» si trovò
a esclamare: Santi Numi del ciel! Oh quale orrore!». Si trattava di un
centone informe e sconclusionato, scritto in uno stile plebeo», con una
prosa sconciamente stirata», che presentava una caricatura tale di dileggio
per l'isola nostra e per i suoi abitanti» che di simile» non si rammentava
altro esemplare». Lo sgangherato manoscritto era somigliante alle lettere
sull'ignoranza, barbarie e sporchi costumi» dei sardi pubblicate molti anni
prima da un viaggiatore svedese, Giacomo Giona Bjoernstaehl, professore di
filosofia nell'Università di Uppsala, che avevano suscitato le ire» del
sacerdote torinese Carlo Immer, il quale, teologo dell'arcivescovo di
Oristano, Cusani, con lo pseudonimo di Sardofilo Arboreo, aveva nel 1787
pubblicato un'arguta risposta.
Si può dunque immaginare la furibonda consulta» con la quale Manno riferì al
sovrano delle sue impressioni sul manoscritto dell'ufficiale tedesco,
indegno di una dedicatoria reale, e come egli fosse alle strette nel
misurarne le parole». Carlo Felice sorrise al mal celato risentimento» del
suo segretario per la Sardegna vilipesa». Fu forse in quel momento che si
fece strada nella mente del magistrato sardo l'idea di scrivere un'opera a
difesa della sua terra: Come da amore amore, nasce anche sdegno da sdegno.
Al come mai i Tedeschi parlano male di noi, succedette nella mia bile
scriverà Manno un come mai i Sardi non sanno o non osano scriverne bene!».
Il re ordinò al suo segretario di far seppellire senza onoranza, fra le
carte più profondamente archiviate dell'Archivio di corte, l'impudente
manoscritto». Cosa che Manno fece con scrupolosa puntualità».
Sinora non si conosceva il nome di questo ufficiale tedesco che aveva
involontariamente contribuito alla genesi di una delle più importanti opere
sulla storia della Sardegna. Ma quelle carte più profondamente archiviate»
ci hanno restituito l'aborrito testo. Si tratta della voluminosa Descrizione
dell'Isola e Regno di Sardegna di Franz Xavier von Beck, redatta nel 1818.
Il nobiluomo tedesco aveva soggiornato nell'Isola fino al 1778, prestando
servizio come colonnello nel reggimento svizzero Schmidt di stanza a
Cagliari. L'opera è suddivisa in quattro parti: la prima è dedicata alla
storia naturale, con una sezione finale sulla popolazione (carattere e
lingua dei sardi, vestiti, modi di vivere, agricoltura e allevamento,
commercio, religione, antichità); la seconda affronta la sorte della
Sardegna dai primi tempi sin ai dì nostri»; la terza descrive la
costituzione e il governo» del Regno; la quarta costituisce una topografia»
dove sono descritti in ordine alfabetico feudi, curatorie, distretti, città,
villaggi, porti, monti, fiumi, isole, stagni, torri e fortezze della
Sardegna.
Manno era rimasto probabilmente colpito non tanto dalle parti dedicate alle
vicende storiche, pure ricostruite in modo sommario e impreciso, quanto
dalla descrizione dei costumi e delle abitudini dei sardi. A differenza del
suo conterraneo Joseph Fuos, pastore protestante presso il reggimento
svizzero a Cagliari (1773-77), che aveva posto in evidenza la pigrizia»,
l'indolenza» e la lascivia» dei sardi, von Beck tracciava un quadro
sostanzialmente positivo delle forme di vita della popolazione dell'Isola.
Tuttavia, l'ufficiale tedesco riportava notizie spesso fantasiose.
Sicuramente Manno dovette fremere d'indignazione nel leggere che le madri al
momento della nascita delle femmine le deflorassero per evitar loro, dopo il
matrimonio, il sospetto d'uno sposo di natura geloso». Anche a proposito
dell'orrida intemperie», l'aria mortifera» provocata dai miasmi delle paludi
e dalle acque putrescenti, von Beck si faceva prendere la mano
dall'invenzione letteraria.
Un fraterno amico del Manno, Giovanni Maria Dettori, professore di teologia
morale nell'Università di Torino, venne a conoscenza dell'episodio; e, al
corrente della "scappatella letteraria" del suo amico, che nel 1816-17 in
qualità di segretario privato di Carlo Felice, allora duca del Genevese,
aveva scritto in forma epistolare delle eleganti memorie di viaggio, lo
incitò a intraprendere gli studi storici sulla Sardegna. In Note sarde e
ricordi (1868) Manno ricorderà l'episodio: Ebbe perciò Dettori buona
l'opportunità di volgersi a me con piglio di autorità amichevole, impiegando
quanto avea disponibile di argomentazioni, per addossarmi il carico di una
storia sarda, accomodata ai tempi che correvano; e per cui potesse togliersi
dalla fronte veneranda della patria quell'onta antica di essere sempre
beffeggiata, o di restare perpetuamente ignota. Accettai alla fine; ma
all'istante medesimo dell'accettazione grandeggiò ai miei occhi la
difficoltà massima dell'intrapresa».
Manno era dunque perfettamente consapevole delle difficoltà» e delle insidie
presenti nella composizione di una documentata (e scientificamente
plausibile) storia della Sardegna. Eppure almeno due fattori agirono a
favore di questa decisione per certi versi temeraria e caparbia: il primo
era la buona conoscenza della storia del diritto e della legislazione del
Regno, che egli continuava ad approfondire nell'ambito della sua attività di
magistrato del Consiglio Supremo di Sardegna; il secondo era la sua
"vocazione" letteraria incline a cimentarsi in un'opera storiografica, più
che in versi, tragedie o novelle. In fondo sentiva di poter raggiungere
diversi scopi: coprire con un lavoro di spessore scientifico il vuoto
lasciato dalle altre "storie", inattendibili o irrimediabilmente superate;
inserirsi a pieno titolo con un contributo originale nel mondo accademico
piemontese; dimostrare la sua eleganza nella prosa e nella conoscenza
"cruscante" della lingua italiana.
Con inconfessata piaggeria lo stesso Manno avrebbe raccontato
quell'imbarazzo di crassa ignoranza» con cui incominciò il lavoro: Negli
studi miei passati scriverà nel 1868 non mai rivolti alla storia patria, io
intanto sapeva che prima dei Reali di Savoia aveano signoreggiato in
Sardegna gli Spagnuoli, in quanto avea dovuto, per ragion di mestiere,
studiare e applicare le loro prammatiche. Sapeva ugualmente, che una Regina
Eleonora di Arborea avea avuto sede gloriosa in questa provincia, da che la
sua Carta de Logu era uno dei codici citati qualche volta da me nelle
conclusioni del mio ufficio». In realtà Manno nelle sue memorie
ridimensionava volutamente la sua conoscenza delle vicende della Sardegna,
affinata attraverso il suo ufficio di magistrato. Nel 1818, ad esempio, in
alcune "Annotazioni" sulle chiusure dei terreni aveva tracciato con
competenza e precisione le fasi dell'evoluzione della legge patria», dalle
recinzioni di orti e di vigne previste dalla trecentesca Carta de Logu
d'Arborea sino ai terreni di privata pertinenza» riconosciuti dalle
prammatiche spagnole.
Per dare conto del peso della dimensione giuridica nella Storia di Sardegna
basterà soltanto ricordare che la stesura dell'opera, che lo impegnò dal
1825 al 1827, coincise con i lavori preparatori e con la promulgazione
(1823-27) della nuova compilazione delle Leggi civili e criminali del Regno
di Sardegna . Giuseppe Manno, infatti, in qualità di membro del Supremo
Consiglio di Sardegna partecipò dal 1824 alle sessioni in cui, come si legge
nel Proemio della consolidazione (opera dello stesso Manno) vennero presi in
esame gli antichi istituti del diritto patrio» del Regno, quali il
matrimonio assa sardisca (la comunione dei frutti fra i coniugi), la
machizia (la facoltà di macellare il bestiame che sconfinasse nei campi
chiusi e coltivati), il cumone (la soccida, cioè il contratto tra il
proprietario e il conduttore del gregge), l' incarica (la responsabilità
collettiva del villaggio nel cui territorio venisse commesso un delitto) e
tutte le norme relative ai tributi feudali e alle consuetudini agrarie.
Ai magistrati del Supremo Consiglio di Sardegna per le osservazioni, i
pareri, le discussioni e le deliberazioni sugli articoli del testo delle
Leggi civili e criminali venne messo a disposizione un materiale
archivistico davvero imponente. La maggior parte dei documenti era stata
"estratta" in copia dagli archivi sardi e in particolare dall'Archivio Regio
della Segreteria di Stato cagliaritana. Non a caso nella cartella
dell'Archivio che raccoglie questa documentazione si può leggere che si
tratta di Carte diverse che hanno servito alla compilazione delle leggi
sarde e della Storia sarda del Signor Cavalier Manno».
Il governo piemontese era restio a far consultare le carte dei propri
archivi. Nel 1725-27 Ludovico Antonio Muratori aveva sperimentato di persona
la difficoltà di ottenere da Torino la documentazione necessaria per la sua
progettata collezione delle Antiquitates Italicae Medii Aevi . In fondo
Manno non era un pericoloso investigatore di patrie memorie ma un esponente
di quel ceto di funzionari subalpini che si contraddistingueva per uno
"spirito di servizio" sostanziato dalla devozione dinastica e dalla fedeltà
alle istituzioni.
Manno fu dunque il primo storico sardo a poter consultare liberamente le
carte conservate nel "Regio Archivio di Corte" di Torino. Era opinione
diffusa che i piemontesi avessero portato via dagli archivi dell'Isola e
occultato in quello torinese i documenti più antichi e preziosi che
attestavano i "privilegi" e le "libertà" del Regno. Negli anni della Sarda
Rivoluzione» il cavaliere Francesco Ignazio Mannu aveva scritto che Sos
privilegios sardos / Issos nos hana leadu, / Da e sos Archivios furadu / Nos
hana sa mezzus pezzas» (I privilegi sardi ce li hanno portati via, dagli
archivi rubato ci hanno i documenti più importanti»). In effetti l'archivio
sabaudo conservava gelosamente un gran numero di fonti che riguardavano
spesso i tempi meno conosciuti della storia della Sardegna. I documenti più
antichi risalivano al 1119-31. Erano inoltre custoditi preziosi testi come
il duecentesco Libellus Iudicum Turritanorum , l'unica cronaca del Medioevo
sardo.
Il pragmatico approccio del magistrato algherese alle fonti archivistiche
rivela più la sua natura di ligio funzionario e di uomo di governo, che
quella di storico e di fine erudito. Nella narrazione delle vicende del
XVI-XVIII secolo Manno privilegiò, ad esempio, attraverso il filtro dei
documenti conservati nel "Regio Archivio di Corte", l'ottica complessiva
dello Stato sabaudo. In fondo la Storia di Sardegna che nasceva all'interno
delle alte istituzioni dello Stato piemontese, si caratterizzava, per le sue
finalità ideologiche e culturali, come un'opera pensata e composta per il
governo dell'Isola e per la glorificazione della dinastia sabauda.
Nel 1825, quando Giuseppe Manno iniziò a scrivere il primo volume della sua
Storia , il panorama della storiografia sarda era o appariva nel complesso
deludente. Conservava ancora una certa autorevolezza l'opera dell'umanista
sassarese Giovanni Francesco Fara: il primo volume del De rebus Sardois del
1580 affrontava però soltanto la storia antica. I libri II-IV, relativi alla
storia medievale e moderna, da tempo circolavano in edizioni manoscritte
solo tra gli eruditi. Assolutamente inattendibili risultavano per le notizie
fantasiose e per l'accesa polemica municipale le storie seicentesche di
Francesco de Vico, reggente nel Consiglio d'Aragona, e del frate Salvatore
Vidal. Farraginosi e incompleti apparivano i due grossi manoscritti dei
Sucessos generales de la Isla y Reyno de Sardeña (1677-84) del cappuccino
cagliaritano Giorgio Aleo. Occasionali o superate si presentavano le opere
di Jan Rousset de Missy e dell'abate Jan de Vayrac apparse alla vigilia
dell'atto di cessione del Regno di Sardegna al Piemonte.
Soltanto dopo gli studi di Ludovico Antonio Muratori era stata colta
l'importanza della Sardegna nella storia dell'Italia medievale. Lo storico
modenese, data la scarsità di fonti e di cronache sull'Isola, aveva invano
tentato presso il governo sabaudo di ottenere documenti medievali. Il 25
febbraio 1734 se ne era lamentato con Girolamo Tagliazucchi, professore di
eloquenza nell'Università di Torino.
Nelle Antiquitates gli argomenti che interessarono il bibliotecario estense
furono l'origine e le vicende dei giudicati, il rapporto tra la lingua sarda
e il latino, la diffusione del cristianesimo nell'Isola. I documenti
pubblicati tra i quali spiccavano le antiche carte del 1009-21 avevano
sollevato ( Dissertazione XXXII ) complessi interrogativi sull'origine dei
quattro giudicati della Sardegna. Convinto assertore delle posizioni
giurisdizionaliste, Muratori aveva confutato la pretesa alta sovranità della
Santa Sede sull'Isola. Nel corso del lavoro di redazione del grande
Thesaurus novus veterum inscriptionum Muratori aveva potuto constatare
l'inattendibilità dell'agiografia sarda del Seicento.
Nel solco tracciato dalla filologia muratoriana si collocava la Sardinia
sacra (1758) del minore osservante Antonio Felice Mattei. Utilizzando il
materiale predisposto, ma mai pubblicato, da Ferdinando Ughelli per l'
Italia sacra , l'erudito pisano in uno studio di notevole spessore aveva
analizzato la religione, i santi, i martiri, le istituzioni ecclesiastiche
della Sardegna e, rifacendosi alla tradizione bollandista, aveva fatto
giustizia di tutte quelle iscrizioni false che erano state pubblicate dagli
agiografi sardi del secolo precedente. La Sardina sacra aveva comunque
rinnovato gli orientamenti della storiografia sarda, stimolando un vivo
dibattito tra gli eruditi locali.
Lo stesso rinnovamento della storiografia piemontese è da porre in stretta
relazione con l'acquisizione del modello filologico-erudito muratoriano, che
aveva coinvolto la prima generazione di studiosi, come Tagliazucchi e Lama,
o il Terraneo, iniziatore della scuola erudita subalpina, e aveva
influenzato anche la generazione successiva degli storici, come Carena,
Vernazza, Denina, Galeani Napione. All'interno di questa temperie culturale
si collocava anche il primo tentativo compiuto da uno storico piemontese di
tracciare un quadro generale delle vicende della Sardegna e di fornire alla
Dominante uno strumento per capire la Dominata. Nel 1762, infatti, Angelo
Paolo Carena si era dedicato alla stesura di una storia della Sardegna,
interrotta, forse per l'impossibilità di consultare gli archivi di corte, ai
primordi del dominio pisano sull'Isola.
Si inseriva in questa prospettiva anche la Storia della Sardegna
dell'intendente Michele Antonio Gazano, pubblicata nella Reale Stamperia di
Cagliari nel 1777. Concepita con gli auspici degli ambienti governativi
piemontesi e stampata col concorso di ben 322 associati, l'opera del Gazano
si era subito rivelata un totale fallimento, non solo, come ha scritto
Giuseppe Manno, per il suo stile alla segretariesca», ma anche per la grande
delusione che avevano lasciato sia la parte antica» dove, secondo il grande
storico ottocentesco, la storia della metropoli» soverchiava quella della
provincia», sia la parte medievale e moderna, liquidata in modo frettoloso e
sommario.
La riscoperta in chiave "patriottica" della storia della Sardegna maturava
negli ultimi decenni del XVIII secolo. All'interno della politica di riforme
attuata nel 1759-73 dal ministro Bogino si era sviluppata tra i sardi una
sensibilità nuova per i problemi dell'Isola e per le sue peculiarità
economiche e le sue tradizioni storiche e giuridiche. La riforma delle
scuole e delle università di Cagliari e di Sassari aveva inoltre favorito la
circolazione delle idee, ponendo a contatto l'ambiente sardo con la cultura
europea e con le nuove teorie fisiocratiche e illuministiche. La tensione
ideale, la volontà di emergere e di partecipare al grande progetto del
rifiorimento» della Sardegna avevano incoraggiato l'adesione di consistenti
settori della società sarda, e in particolare delle giovani generazioni
intellettuali, ai programmi riformatori del ministro.
È significativo ad esempio che Francesco Gemelli, l'autore del Rifiorimento
della Sardegna (1776) opera commissionata dallo stesso ministro Bogino ,
professore di eloquenza nell'ateneo e prefetto delle regie scuole di Sassari
dal 1768 al 1774, avesse abbozzato un compendio non troppo grosso della
geografia e della storia profana e sacra della Sardegna», dettato agli
studenti del suo corso. La rilettura "patriottica" della storia sarda era
dunque in qualche modo un portato del profondo rinnovamento culturale
realizzato dal riformismo boginiano. Non a caso tra gli allievi sassaresi
del Gemelli troviamo Domenico Simon che nel 1788, nella dedica ( civibus et
amicis ) del secondo volume della raccolta di impianto muratoriano dei Rerum
Sardoarum Scriptores , ammoniva gli associati che sarebbe stato per loro un
grande disonore se, tot inter Nationum omnium etiam longe obscuriorum», la
sola Sardegna avesse trascurato di conoscere il proprio passato, mentre
altrove vel minimae vetustatis reliquiae [] colliguntur, eduntur ac pia
quasi religione venerantur».
Domenico Simon fu uno degli involontari protagonisti della nascita della
Storia di Sardegna del Manno. L'ex deputato degli Stamenti come si legge in
Note sarde e ricordi viveva a Torino in un bugigattolo, dove a foggia di
pipistrello ascondevasi a sonnecchiare durante il giorno [] incavernato in
una delle case che deturpavano con sinistra fama le adiacenze a tergo del
teatro di Carignano». Manno lo andò a trovare spesso per avere da lui
suggerimenti e consigli: allorché la pubblicazione del primo volume della
Storia di Sardegna valse a me l'attenzione dei lettori, egli sopra ogni
altro acclamavami benemerito della patria, e teneva per gloria sua scriverà
nel 1868 [] la generosa accettazione manifestatami allora dalla universalità
dei miei connazionali». Però, quando Manno si accingeva alla redazione del
terzo volume della Storia , ricordandosi che Simon possedea un raro e
bell'esemplare manoscritto delle storie del nostro cappuccino Padre Aleo,
prezioso [] per le notizie del secolo XVII appartenenti agli ultimi viceré
spagnuoli», chiese in prestito al vecchio erudito algherese il manoscritto:
Chi il crederebbe? Alla dimanda fattagliene dallo storico ch'egli avea tanto
encomiato, e per una storia di cui tanto anelava vedere il compimento, onde
giungesse ai tempi suoi, a questa dimanda egli rispose con un rifiuto».
Un approccio nuovo alla storia e al "diritto patrio" della Sardegna maturava
all'interno della rivoluzione stamentaria del 1793-96: intorno alla
piattaforma delle cinque domande» (la convocazione delle Corti generali e la
loro celebrazione decennale; la conferma e l'osservanza dei privilegi e
delle leggi fondamentali» del Regno; l'esclusività per i sardi delle cariche
pubbliche e delle prelature ecclesiastiche; l'istituzione di un Consiglio di
Stato; la creazione a Torino di un Ministero per gli affari di Sardegna) si
andava delineando un'elaborazione politica che proprio nel passato ricercava
le ragioni storiche e giuridiche di quelle rivendicazioni. Fu in particolare
durante le trattative tra la deputazione dei tre Stamenti inviata a Torino,
dall'estate del 1793 alla primavera del 1794, e la Segreteria di Stato e il
Supremo Consiglio di Sardegna, che venne un forte impulso a ricercare presso
gli archivi cagliaritani tutta la documentazione che potesse comunque
sorreggere la richiesta dell'accettazione delle cinque domande» da parte del
sovrano.
Non a caso fu proprio la "rivoluzione" del 1793-96 a porre, con impetuoso
"amor di patria", le basi per una rivisitazione critica dell'intera storia
della Sarda Nazione». Nel 1795 Lodovico Baille aveva elaborato un piano» per
una ragionata istoria della nostra Sardegna»: egli riteneva di non dover
lavorare da solo», ma di associare all'iniziativa un numero di filopatridi,
dei quali ciascuno prendendo ad esaminare uno dei nostri storici, e
confrontare le cose da lui scritte coi fonti dai quali le avesse tolte, ne
facesse poi relazione in assemblea comune e si andassero collatis consiliis
classificando i fatti certi, i probabili, i dubbi e finalmente gli incerti
non meno che quelli assolutamente falsi».
Il "progetto" del Baille non teneva conto soltanto della lezione filologica
muratoriana, come d'altronde era stato auspicato pochi anni prima da
Domenico Simon, ma si poneva l'ambizioso obiettivo di un'ampia ricognizione
delle fonti documentarie negli archivi della Penisola (l'archivio
diplomatico di Firenze», l'archivio arcivescovile e quello di casa Roncioni»
a Pisa, l'archivio dell'abbazia di Montecassino, etc.) riguardo al Medioevo,
in cui, fra noi principalmente, siamo involti in spesse e profonde tenebre».
Baille ipotizzava anche la consultazione degli archivi spagnoli che
avrebbero potuto chiarire molti aspetti oscuri della conquista
catalano-aragonese della Sardegna e della resistenza dei giudici d'Arborea:
E per ultimo sarebbe imprescindibile un passo a Barcellona per consultare
gli Archivi Generali della Corona d'Aragona per rintracciarvi tutto
l'operato dal Governo Spagnuolo, e le carte confiscate al giudicato
d'Arborea nella ribellione del Marchese d'Oristano. Quest'archivio deve
rigurgitare di documenti».
L'erudito cagliaritano non riuscì a portare a compimento l'ambizioso
progetto: Questo piano fu da me concepito sin dal 1795 scriveva il 16 aprile
1825 Baille a Manno , ma bersaglio perpetuo della fortuna, non mai bastevole
a me medesimo per mille fatali circostanze, mi è sempre mancato l'ozio ad
applicarmivi. Quindi io non mi posso offrire che come uno sterile
cooperatore alla sua impresa [Manno stava scrivendo il primo volume della
Storia di Sardegna ], non sentendomi da tanto di poterla da me eseguire».
Gli orientamenti della storiografia sarda alla fine del XVIII secolo erano
abbastanza contraddittori. Nel 1792 erano state pubblicate a Cagliari le
Dissertazioni storiche apologetiche critiche sulle sarde antichità dell'ex
gesuita Matteo Madao, un'opera filologicamente inattendibile che, esprimendo
assai bene la vocazione apologetica» della cultura locale in opposizione
alla storiografia "ministeriale" di ispirazione piemontese, confutava
puntualmente, nel sempre giustificato amore» per la Sarda Nazione», tutti i
critici forestieri». Decisamente più interessanti appaiono i lavori storici
del censore generale Giuseppe Cossu, come i medaglioni dedicati alle vicende
delle due più importanti città del Regno Della città di Cagliari (1780) e
Della città di Sassari (1783) e la tarda Politicografia della Sardegna
(1799), terzo tomo della Descrizione geografica della Sardegna .
Si ricollegavano all'esempio muratoriano gli studi di Gian Francesco Simon,
che nel 1784 aveva pubblicato sulla scorta delle fonti oristanesi una Serie
degli arcivescovi di Oristano cogli anni della loro creazione Nello stesso
periodo aveva abbozzato un lavoro sulle memorie di parecchi uomini illustri
nati in Sardegna» e progettato un Codice diplomatico ecclesiastico e una
storia delle abbazie e munasteri di Sardegna». Nel 1801 l'abate di Salvenero
pubblicava la Lettera sugli illustri coltivatori della giurisprudenza in
Sardegna che costituiva la prima puntuale rassegna delle fonti del "diritto
patrio" e delle opere dei giuristi sardi dal Medioevo sino al XVIII secolo.
Anche il fratello di Gian Francesco e di Domenico, Matteo Luigi Simon,
magistrato della Reale Udienza, che avrebbe percorso una brillante carriera
giudiziaria nell'Italia napoleonica, avrebbe lasciato numerose opere
storiche, fra le quali un Prospetto dell'isola di Sardegna antico e moderno
disposto in forma di catechismo patrio (1804), il primo manuale della storia
dell'Isola, concepito ad uso e comodo» delle scuole sarde, finalizzato a
educare la gioventù sarda ai valori patriottici», destinato purtroppo a
restare inedito.
L'interesse per il "diritto patrio" e per il rapporto tra legislazione e
"indole" dei popoli coinvolgeva anche il più rappresentativo esponente della
"rivoluzione" sarda di fine Settecento, l'ex magistrato della Reale Udienza
Giovanni Maria Angioy. Nel 1802, nel suo esilio parigino, l'ex alternos
aveva elaborato il piano d'un'opera concernente la legislazione antica della
Sardegna». Il progetto era stato in qualche misura stimolato dalla
pubblicazione nella capitale francese dell' Histoire géographique, politique
et naturelle de la Sardaigne (1802) di Domenico Alberto Azuni, il giurista
sassarese celebre in Francia per la parte marittima del Code de commerce
napoleonico. L' Historie di Azuni fu valutata dai "patrioti" sardi in esilio
a Parigi (Angioy, Matteo Luigi Simon, Michele Obino) come un'opera
superficiale, piena di errori, sin troppo disinvolta nel "saccheggio" dei
lavori altrui (in particolare quelli del Cossu e del Cetti), che eludeva
tutte le problematiche "patriottiche" poste dal movimento stamentario.
Si inserisce in questa prospettiva un'altra importante opera destinata
anch'essa a restare inedita, come De la Sardaigne ancienne ed moderne ou
Aperçu d'un voyage statistique critique et politique dans l'île de Sardaigne
, ultimata tra il 1813 ed il 1815 da Matteo Luigi Simon: pensata soprattutto
per il pubblico d'Oltralpe, rappresenta il punto di approdo e di massima
proiezione della cultura illuministica sarda maturata tra la fine del XVIII
e i primi due decenni del XIX secolo. La storiografia patriottica» e
l'intensa elaborazione culturale che traeva origine dalla "sarda
rivoluzione" del 1793-96 furono, nel nuovo clima della restaurazione
sabauda, ben presto dimenticate e rimosse.
Nel 1825, a pochi mesi di distanza, venivano pubblicate due importanti opere
storiche sulla Sardegna. Nell'estate veniva stampato a Torino dagli editori
Alliana e Paravia il primo dei quattro volumi della Storia di Sardegna di
Giuseppe Manno. Nell'autunno vedevano la luce a Parigi per i tipi di Blaise
e Péliecier i due tomi dell' Histoire de Sardaigne ou la Sardaigne ancienne
et moderne di Jean François Mimaut, ex console francese a Cagliari.
Si trattava di due opere assai diverse. Quella del Manno costituiva la
prima, grande ricognizione della storia dell'Isola in grado di offrire una
lettura unitaria e complessiva sulle sue vicende dall'antichità al
riformismo settecentesco, fondata con rigore muratoriano su un'attenta
lettura delle scarse fonti e narrata con una scrittura volutamente
"letteraria". Quella del Mimaut era invece per certi versi un'opera ancora
legata al filone della letteratura di viaggio, che non si limitava soltanto
a tracciare un sintetico profilo storico dall'antichità ai moti
rivoluzionari di fine secolo, ma forniva anche dettagliate notizie sulla
geografia fisica, la fauna, la popolazione, l'economia, le circoscrizioni
amministrative, la lingua, il carattere e il costume dei sardi.
Durante il suo consolato cagliaritano (1814-17) Mimaut era stato un attento
e acuto osservatore della Sardegna. Scopo dell' Histoire , abbozzata già
nell'ultimo anno del suo soggiorno sardo, era soprattutto far conoscere
l'Isola al pubblico francese. L'autore partiva dalla constatazione che,
perdue dans l'immensité dées possessions de ses maîtres» e moins heureuse []
que les autres grandes îles de la Mediterranée [], la Sardaigne n'a joué
dans les événements politiques de l'Europe [] qu'un rôle accessoire».
L'opera dell'ex console si basava su una conoscenza superficiale delle
fonti, peraltro quasi tutte di seconda mano, e attingeva largamente alla
discutibile letteratura "storica" isolana. Lo stesso Manno, recensendo il
lavoro di Mimaut nel secondo tomo dalla sua Storia di Sardegna , ne lodava
lo stile brioso e leggiadro», ma coglieva il carattere essenzialmente
divulgativo dell'opera, sottolineando come lo scrittore francese si
prefiggesse soprattutto lo scopo di trascorrere rapidamente le maggiori
nostre epoche storiche».
Il primo volume della Storia di Sardegna fu pubblicato nell'agosto del 1825.
Manno aveva impiegato soltanto sette mesi per scriverlo: Due cose mi
giovarono specialmente scriverà nel 1868 . Il non voler leggere alcuno degli
storici nostri, di buona o mala rinomanza, prima che io stesso, esaurita
ogni possibile ricerca, non avessi raccolto, col criterio integro di
solitario indagatore, tutti i materiali della storia più antica. La qual
cosa potei io compiere senza aiuto degli antenati. Posso rallegrarmi di non
aver tralasciato in questa parte di studio alcuno degli scrittori dell'età
greca e latina []. L'altro mezzo giovevole, e dirò capitale, si fu l'aver io
voluto e potuto misurare allora con l'intelletto la sola ottava parte del
lungo stadio da percorrersi, confidente che in questo primo lanciarmi in
carriera gli apprestamenti mi pareano possibili e quasi alla mano».
Nell'affrontare la questione delle origini della storia sarda, Manno volle
evitare le trappole delle lusinghe della fantasia» in cui erano caduti molti
di quegli autori che avevano prestato ascolto alle chimere greche», anche se
nel libro primo dell'opera dava ampi ragguagli delle fole» degli storici
precedenti. A proposito di quei vetusti edifici, conosciuti nell'isola col
nome volgare di noraghes », Manno si mostrava assai prudente (la natura
della presente opera non permette ch'io ne intraprenda una scientifica
disamina»), pur esprimendo la convinzione che riferirsi debba l'edificazione
dei noraghes alli più antichi popolatori della Sardegna, e non già ad alcuna
delle colonie posteriori, o greche, o spagnuole, o libiche».
Nella narrazione della storia della Sardegna romana Manno mostrò una
indiscutibile sicurezza dovuta all'uso dei repertori eruditi
sei-settecenteschi e alla conoscenza degli autori classici latini e greci: I
loro volumi sosterrà in Note sarde e ricordi , ricercati non dalla pagina
prima alle seguenti, ma dalle ultime pagine all'insù, quasi alla foggia
ebraica, onde giovarmi senza maggior fatica di quei copiosissimi Index rerum
et verborum , vera erudizione di chi vuol erudirsi a corso di ferrovia []
riempirono in breve periodo di tempo i miei libri mastri letterari di note
copiosissime, raccolte con una fedeltà la più scrupolosa». Nella rivolta
contro i romani del duce dei sardi» Amsicora che, dopo la sconfitta e la
morte in battaglia del figlio Iosto, si era tolto la vita per non cadere
nelle mani dell'odiato nemico, Manno, con grande fiuto letterario, tracciava
il plastico ritratto di un personaggio che, come un eroe da tragedia
classica, potesse far fremere il lettore di giustificato orgoglio nazionale.
Ma se queste mie pagine avranno a passare alla posterità scriveva nel libro
terzo della Storia , il nome di Amsicora, e quello di Iosto non più si
dovranno a malapena rintracciare negli annali d'una nazione, che colla mole
delle sue gesta eclissò rinomanze anche più grandi, ma la loro gloria
poggierà sovra un terreno più propizio, e questa storia ingemmata del loro
nome ricorderà in ogni tempo a' miei nazionali la costanza di quel canuto
duce, e forse l'animo del lettore generoso e sensibile, tocco sentirassi di
compassione pei casi del giovinetto di lui figliuolo».
La pubblicazione del primo volume della Storia di Sardegna aprì al Manno le
porte dell'Accademia delle Scienze di Torino: il 12 gennaio 1826, mentre era
intento alla stesura del secondo tomo dell'opera, fu eletto, su designazione
di Balbo, socio nazionale residente. Si trattava di un importante
riconoscimento che confermava l'accoglienza favorevole della Storia da parte
degli ambienti scientifici subalpini. Nei volumi successivi Manno avrebbe
tracciato altri medaglioni biografici "nazionali", come quelli del giudice
Mariano IV, di Eleonora d'Arborea, del marchese di Oristano Leonardo Alagon,
di don Agostino di Castelvì, marchese di Laconi. Ma il personaggio storico
che si prestava meglio a rappresentare il carattere nazionale» di un popolo
e a incarnare l'impronta originale» e le virtù» della sarda nazione» era
senz'altro quello di Eleonora d'Arborea. La stessa biografia della
giudicessa offriva inoltre la possibilità di costruire la figura di
un'eroina da melodramma: intrepida guerriera che aveva strappato con le armi
il giudicato agli usurpatori repubblicani»; moglie fedele che all'amor di
patria sacrificava quello coniugale; fiera sovrana che trattava da pari a
pari col re d'Aragona; saggia e illuminata legislatrice.
Nel secondo volume, pubblicato nel 1826, che abbracciava la storia
dell'Isola dalla diffusione del cristianesimo sino alla fine del Duecento,
Manno dovette misurarsi con la scarsità delle proprie conoscenze erudite. Se
per la trattazione dell'antichità e dei fasti della Chiesa sarda» poté
servirsi delle indicazioni del Mattei e delle iscrizioni sarde pubblicate da
Giuseppe Vernazza, evitando le insidie dell'agiografia seicentesca, i
problemi sorgevano a proposito dei "secoli bui" dell'Alto Medioevo, a causa
della penuria di fonti e di testimonianze letterarie. Ad esempio, a
proposito della polemica sull'alta sovranità della Santa Sede sulla Sardegna
che nel XVIII secolo aveva opposto la storiografia di ispirazione
giurisdizionalista (Muratori, Carena, Gazano) a quella più vicina alle
istanze ecclesiastiche (Nurra, Mattei, Orlendi), Manno preferì mantenere un
atteggiamento di prudente equidistanza.
Sulla scorta delle intuizioni del Muratori ( Dissertazione V delle
Antiquitates ) e degli studi del Baille, Manno combatteva la tesi
dell'origine pisana dei giudicati e l'ipotesi di una lunga dominazione araba
in Sardegna schierandosi a favore dell'origine "nazionale" di questa novella
foggia di governo», da cui emergeva un'istoria propria» e non una sequela
dell'altrui». Pur con molta prudenza, data la scarsità della documentazione,
Manno avanzava problematicamente alcune conghietture» sulla corrispondenza
tra i giudicati sardi e le ultime magistrature bizantine e sottolineava come
l'ascesa dei regoli quali capi indipendenti nell'isola» fosse stata favorita
dall'investitura papale. Tuttavia non esitava a esprimere un severo giudizio
sui giudicati e sulla soverchia liberalità dei regoli a pro degli
stranieri».
Un aiuto determinante nella stesura dei volumi secondo e terzo della Storia
di Sardegna venne dall'erudito cagliaritano Lodovico Baille che, privato
dalle vicende della sua vita della soddisfazione di mettere egli stesso in
luce la copia preziosa dei documenti» che negli anni Novanta del Settecento
aveva trascritto negli archivi pisani, genovesi, romani e fiorentini, fu il
primo a plaudere all'annunzio datogli del mio animoso intento [l'intenzione
di scrivere una storia della Sardegna], a profferirmi il condominio del suo
tesoro», cioè dello schedario nel quale aveva raccolto le fonti medievali e
della biblioteca di argomento sardo che aveva con pazienza accumulato nel
corso degli anni. "Travestiti" da carteggi ufficiali» e da spacci
governativi» tutte le carte storiche del suo archivio» e i volumi stessi
della ricca sua biblioteca [] passarono e ripassarono il mar Tirreno [];
apportatori a me di una letizia tale, da non scapitare paragonata
all'ansietà, con cui altri aspettano le merci dell'Oriente o i galeoni
dell'Occidente».
Nelle valigie» della corrispondenza ufficiale furono recapitati al Manno
numerosi documenti provenienti dagli archivi dell'Isola. Fra questi si
segnala il codice sardo del 1316 degli Statuti di Sassari, completamente
trascurato dagli illustratori delle patrie antichità». Anzi fu merito
proprio del Manno aver segnalato e attirato l'attenzione degli storici
europei su questo monumento» della sapienza» giuridica della "repubblica"
sassarese.
Un'altra pagina cui Manno volle dare particolare rilievo nel terzo volume
della sua opera fu la guerra degli ultimi giudici d'Arborea contro l'Aragona
per occupare la sovranità intiera dell'isola». Fra questi si stagliava la
tempera robusta» di Mariano IV: guerriero, egli amò meglio infievolire i
nimici affaticandoli, che investendoli []. Legislatore della sua provincia,
egli incoraggiò con savie leggi l'agricoltura, guarentì la custodia dei
rustici poderi, frenò i ladronecci, diede norma alle accomandite del
bestiame, regolò l'uso dei pubblici pascoli, gastigò con severe multe le
ingiurie. Né a rendere più stabile questa sua gloria di guerriero e di
legislatore mancò la fortuna concludeva Manno ; poiché dando la vita ad
Eleonora [], egli lasciò dopo di sé un'eroina, che colla spada seppe
rincalzare le di lui vittorie; ed una legislatrice, la quale col suo codice
diede vita immortale agli ordinamenti paterni».
Nella precisa ed equilibrata ricostruzione delle vicende che videro
protagonista la giovine principessa» Manno basava la sua narrazione
soprattutto sull'opera dello Zurita. Nelle intense pagine dedicate
all'esposizione dei capitoli della Carta de Logu Manno, come aveva già fatto
per gli Statuti sassaresi, individuava nelle costituzioni di Eleonora il
fondamento» di quella patria legislazione» il cui svolgimento originale, dai
capitoli di corte alle prammatiche regie, avrebbe costituito uno dei fili
conduttori della Storia di Sardegna . Dalla carta di Eleonora affermava
Manno si possono pure ricavare varie notizie atte a manifestare alcune
costumanze della nazione» e soprattutto cogliere come la Sardegna ebbe la
ventura» di poter conservare le tradizioni dell'antica sua giurisprudenza,
malgrado delle irruzioni barbariche».
Nel tratteggiare uno scultoreo ritratto di Eleonora, lo storico sardo, da
abile e accorto letterato», non poteva certo ignorare le frementi pagine
scritte dagli autori settecenteschi e dallo stesso Mimaut. Tuttavia non
aveva necessità di stabilire un improbabile paragone con le Caterine, le
Marie Terese o le altre regine-legislatrici: anzi, il suo vibrante profilo
partiva da una ponderata e obiettiva valutazione degli eventi e del ruolo
della giudicessa d'Arborea nelle vicende della Sardegna del suo tempo e
nella storia della legislazione nazionale» del Regno. Un ritratto di
classica solennità che avrebbe finito per influenzare la generazione
successiva degli storici, più aperti alle ansie e ai miti» romantici:
Eleonora ha lasciato nel suo regno traccie più durevoli della laude, o dello
spregio dei contemporanei: le sue vittorie e il suo codice scriveva Manno .
Donna di gran cuore, Eleonora seppe muovere e trattar l'arme. Donna d'animo
virtuoso, innalzossi alla fortezza virile senza obbligare le doti del
proprio sesso. Donna di gran mente, tanto valse a giudicare delle cose di
Stato, quanto davano i suoi tempi. Sovrana, mostrò di possedere le virtù
tutte dei regnanti []. Legislatrice, ebbe il raro vanto di concepire, e
condurre a compimento il nobile pensiero della promulgazione di un codice
[]. Quando si consideri concludeva che tante doti erano riunite in una
femmina, ed in una femmina del XIV secolo, si giudicherà facilmente che
l'oscurità in cui giacque fra gli stranieri la di lei memoria è l'oscurità
stessa di quei tanti eroi, i quali non per altra cagione sprofondarono nella
lunga notte dell'oblio, che per esser loro mancato l'applauso degli uomini
d'ingegno».
Nei volumi terzo e quarto della Storia di Sardegna , pubblicati nel 1826 e
nel 1827 e dedicati alle vicende del periodo catalano-aragonese, del periodo
spagnolo e di quello piemontese, Manno mostrò una notevole perizia nella
narrazione degli eventi e nell'interpretazione dei problemi, grazie
soprattutto all'attento studio delle fonti conservate negli archivi torinesi
e sardi. Anzi, si può affermare che in particolare per la storia dei secoli
XV-XVIII, un periodo che non era stato mai affrontato dagli autori
precedenti, Manno diede il meglio di sé, tracciando delle linee
interpretative che sarebbero rimaste a lungo come un punto di riferimento
per la storiografia successiva: per citare un solo esempio basti pensare che
le lezioni dei corsi universitari cagliaritani di Francesco Loddo Canepa (a.
a. 1947-48, 1949-50), pubblicate postume col titolo La Sardegna dal 1478 al
1793 (1974-75), si muovono ancora sulla falsariga dell'opera dello storico
algherese. Ad esempio, per la convocazione del Parlamento del 1421,
presieduto dal re Alfonso V, Manno scriveva che con essa cominciava per la
nazione sarda un ordine novello di cose; perché fatta partecipe in qualche
maniera delle cure del proprio reggimento, ed invitata dai sovrani a
rassegnare periodicamente il quadro dei suoi bisogni, e la proposizione dei
rimedi, fondamento maggiore ogni dì fece a solidare l'opera della sua
rigenerazione, ed a parare ai mali che la consumavano». In sostanza il
magistrato algherese attuava una piena rivalutazione di questo antico
istituto che si sarebbe configurato come la generale assemblea della
nazione», pur ignorando volutamente la questione della natura
"costituzionale" dell'istituzione rappresentativa, sancita appunto dalle
Leggi fondamentali del Regno, che stava tanto a cuore alla storiografia
"patriottica" di fine Settecento.
Nell'esposizione degli eventi del XVI-XVII secolo Manno diede ampio risalto
alle vicende belliche del periodo spagnolo, soffermandosi a lungo sulla
rilevanza della difesa costiera, delle incursioni corsare, della costruzione
delle torri litoranee, della nascita della flotta di galere e degli attacchi
francesi. Molto equilibrato appare il giudizio sul governo spagnolo in
Sardegna, di cui vengono sottolineate luci ed ombre. Un giusto rilievo viene
attribuito al regno di Filippo II, singolarmente fausto» per la Sardegna
grazie all'istituzione della Reale Udienza, alla nascita
dell'amministrazione delle torri costiere, alle prammatiche regie e ai
capitoli di corte parlamentari. In questa parte Manno mise in mostra ancora
una volta le sue qualità letterarie, descrivendo con gusto ed eleganza la
visita di Carlo V nella sua città natale (1541) o soffermandosi sulle
passioni e sugli intrighi che portarono all'assassinio del viceré marchese
di Camarassa (1668). Ampio spazio è inoltre attribuito alla cultura sarda
dell'età spagnola, con una precisa ed erudita rassegna (debitrice
dell'apporto del Baille) degli autori e delle opere pubblicate nel corso del
XVI-XVII secolo.
Il quarto volume si apriva con la dettagliata ricostruzione degli eventi
della guerra di successione spagnola, della breve dominazione austriaca e
della successiva occupazione della Sardegna da parte delle truppe di Filippo
V. Per il libro dodicesimo Manno utilizzò ampiamente i due grossi volumi dei
Comentarios de la guerra de España (1725) del marchese di S. Filippo,
Vincenzo Bacallar y Sanna; per le clausole dell'atto di cessione del 1720
del Regno di Sardegna alla dinastia sabauda si servì della vasta
documentazione conservata nell'"archivio di corte" di Torino e delle fonti
diplomatiche edite nel Corps universel diplomatique (1731) del Du Mont.
Attraverso la lettura delle memorie e dei documenti del fondo Sardegna» del
regio archivio torinese, Manno aveva potuto farsi un'idea abbastanza
dettagliata delle fasi e dei diversi momenti del governo sabaudo nell'Isola.
Così nel quarto volume della Storia di Sardegna e nella successiva Storia
moderna di Sardegna del 1842, individuava con chiarezza tre grandi momenti:
il primo, che va dal 1720 al 1759 e comprende il regno di Vittorio Amedeo II
e i primi decenni di quello di Carlo Emanuele III, è caratterizzato
dall'immobilismo politico e dalla "continuità" degli ordinamenti e delle
istituzioni del periodo precedente; il secondo, che va dal 1759 al 1773 e
comprende la seconda parte del regno di Carlo Emanuele III, si
contraddistingue per l'intensa azione riformatrice del ministro Bogino e le
profonde innovazioni nel campo dell'economia e della vita civile; il terzo,
che va dal 1773 al 1799 trattato appunto nella Storia moderna , e comprende
i regni di Vittorio Amedeo III e di Carlo Emanuele IV, si caratterizza per
l'abbandono dell'impegno riformatore e coincide con la crisi dell'Antico
Regime, la nascita di una nuova identità "patriottica" e lo sviluppo dei
moti rivoluzionari di fine secolo.
Certo, nel tracciare questa periodizzazione Manno non poteva non risentire
dell'influsso della personalità di Prospero Balbo e delle nuove riforme
feliciane. Si comprende così la piena rivalutazione del riformismo boginiano
contrapposto alla mancanza di idee e di progetti dei ministri di Vittorio
Amedeo III. D'altra parte la stessa opera del Manno si poneva su un terreno
eminentemente "ufficiale", cioè come un'opera storiografica rivolta non
tanto a un limitato pubblico di eruditi quanto al pubblico più numeroso
degli uomini di governo, dei magistrati, dei funzionari che in essa potevano
trovare le notizie sulle vicende, le istituzioni, la legislazione del Regno
necessarie all'esercizio quotidiano del proprio ufficio. Ciò spiega perché
la Storia del Manno sia stata tra i libri sardi dell'Ottocento quella che ha
avuto la più ampia diffusione (la prima edizione con i suoi 1.366 associati
andò rapidamente esaurita, tanto che Alliana e Paravia ne fecero una seconda
ristampa nel 1826-27; la terza edizione fu pubblicata a Milano nel 1835 da
Placido Maria Visai; la quarta, in tre volumi, fu stampata nel 1840 a
Capolago dalla Tipografia Elvetica; una quinta edizione che si sarebbe
dovuta pubblicare a Cagliari nel 1868, a cura di Pietro Amat di S. Filippo,
non andò oltre il programma di associazione).
Il mito del riformismo boginiano, coltivato da Prospero Balbo e rinnovato
dal Manno, nacque all'indomani del licenziamento del ministro. Già nel 1776
il suo fidato collaboratore l'avvocato Pier Antonio Canova aveva tracciato
un lusinghiero bilancio della politica riformatrice dell'ex segretario di
Stato e aveva descritto tutti i provvedimenti presi dal 1759 al 1773 a
favore della Sardegna. La relazione manoscritta avrebbe influenzato
profondamente la storiografia successiva e, oltre le opere del Manno, quelle
di Domenico Carutti. Il mito del "buon governo" boginiano si rafforza non
soltanto nel momento in cui tutti i progetti riformatori vennero
abbandonati, ma soprattutto quando lo Stato di Vittorio Amedeo III crollò,
travolto dalle armate francesi e dalla conflittualità sociale interna.
Certo, esaltando nelle pagine conclusive della sua Storia il ministro
egregio degli affari di Sardegna», Manno ha elevato un monumento aere
perennius all'opera del conte Bogino. Ma le lodi al ministro (fondate
peraltro sulle copiose ed assennate sue scritture») non esprimono tanto uno
spirito cortigiano o un palese conservatorismo: esse si pongono, piuttosto,
l'ambizioso obiettivo di saldare, quasi senza soluzione di continuità, il
riformismo boginiano con quello feliciano (1821-31) e carloalbertino
(1831-48), in un'operazione culturale strettamente funzionale al progetto di
piena integrazione della "nazione" sarda nella monarchia sabauda.
Ma la Storia di Sardegna era un'opera che guardava al passato. Il suo
modello politico era un assolutismo paternalista e riformatore. Non deve
quindi stupire che finisca per esaltare il potere assoluto del Principe e
s'impegni a tracciare un sottile filo di continuità nell'azione di quei
sovrani da Mariano IV a Eleonora, da Alfonso V a Filippo II, sino al momento
culminante del regno di Carlo Emanuele III che col loro saggio governo
avevano tentato di migliorare le condizioni della Sardegna. Fortemente
voluta e sostenuta dagli ambienti governativi, venne subito considerata dai
contemporanei come un lavoro fondamentale, di grande autorevolezza
scientifica (Defendente Sacchi, nella prefazione all'edizione milanese del
1835, la definiva una vera storia civile, fra le pochissime apparse di
questo genere nel nostro secolo»), e avrebbe conosciuto, grazie alle sue
quattro edizioni, una straordinaria fortuna. La Storia di Sardegna del Manno
guardava al passato anche in campo storiografico, giacché si ispirava
all'erudizione e all'annalistica settecentesca, innanzitutto al Muratori,
agli storici piemontesi (Terraneo, Carena, Denina, Galeani Napione) e alle
indicazioni metodologiche dell' Introduzione alla Storia di Carlo V (1769)
di William Robertson.
L'opera esercitò un'influenza straordinaria sulla cultura e sulla
storiografia sarda del terzo e del quarto decennio dell'Ottocento. Nel
filone aperto dalla Storia di Sardegna si inserirono una serie di studi
importanti, editi tra il 1837 e il 1845, come il Dizionario biografico degli
uomini illustri di Sardegna (1837-38) di Pasquale Tola, la Biografia sarda
(1837-38) di Pietro Martini, l'edizione del De Chorographia Sardiniae e del
De rebus Sardois del Fara curata nel 1838 da Vittorio Angius, le voci» sarde
dello stesso Angius per il Dizionario geografico
storico-statistico-commerciale degli Stati di Sua Maestà il Re di Sardegna
di Goffredo Casalis, che iniziarono a essere pubblicate dal 1838, l'
Ortografia sarda nazionale (1840) di Giovanni Spano, la Storia ecclesiastica
di Sardegna (1840-41) del Martini, la Storia letteraria di Sardegna
(1843-44) di Giovanni Siotto Pintor e i primi due volumi del Codice
diplomatico di Sardegna (1845) del Tola, la cui pubblicazione fu poi
interrotta per difficoltà economiche.
Al Manno, primo pittore delle patrie memorie», seguì, secondo l'espressione
del Martini, una generazione di rischiaratori giudiziosi delle cose patrie».
Benché ancora legata a canoni storiografici settecenteschi, la Storia aveva
suggerito, sebbene con molta prudenza e cautela, una lettura in senso
nazionale» delle vicende dell'Isola in cui la "continuità", almeno dal
Medioevo al riformismo settecentesco, era assicurata dalle magistrature e
dal complesso del diritto patrio» vigente sino alla promulgazione delle
leggi feliciane. Questa lettura, nella visione aulica e classicista
dell'opera, era però anche l'espressione di una piena identificazione nella
monarchia sabauda e di un radicato conservatorismo politico, che considerava
il moderato riformismo piemontese come l'unico strumento capace di rinnovare
la Sardegna. Non a caso l'opera del Manno finì per diventare un punto di
riferimento decisivo nella formazione dell'"ideologia moderata" di un'intera
generazione di intellettuali attivi tra la "fusione" perfetta del 1847 che
sanciva, con l'estensione all'Isola degli ordinamenti amministrativi degli
Stati di Terraferma, la fine dell'antico Regnum Sardiniae e i primi decenni
di vita dello Stato unitario italiano.
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