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Ses in: Home Cosigheddas de Istoria Storia di Sardegna PREFAZIONE

PostHeaderIcon Storia di Sardegna PREFAZIONE

     Di Antonello Mattone

 

  Ai primi di gennaio del 1825 Carlo Felice faceva chiamare il suo segretario

    di gabinetto, l'algherese Giuseppe Manno, e gli consegnava un voluminoso

    manoscritto» di un ufficiale tedesco che molti anni addietro era stato di

    presidio in Sardegna» e che conteneva una sorta di descrizione storica

    dell'isola». L'ufficiale intendeva dedicare l'opera al re di Sardegna. Il

    sovrano pregò Manno, magistrato del Consiglio Supremo di Sardegna, profondo

    conoscitore dei problemi storici e giuridici della sua terra d'origine, di

    esaminare minutamente» il lavoro per verificare se la richiesta potesse

    essere presa in considerazione.

    L'alto magistrato sardo incominciò a leggere il manoscritto e man mano che

    andava avanti nella lettura come egli stesso ricorderà una quarantina d'anni

    dopo cresceva la sua irritazione finché con impeto di musa tragica» si trovò

    a esclamare: Santi Numi del ciel! Oh quale orrore!». Si trattava di un

    centone informe e sconclusionato, scritto in uno stile plebeo», con una

    prosa sconciamente stirata», che presentava una caricatura tale di dileggio

    per l'isola nostra e per i suoi abitanti» che di simile» non si rammentava

    altro esemplare». Lo sgangherato manoscritto era somigliante alle lettere

    sull'ignoranza, barbarie e sporchi costumi» dei sardi pubblicate molti anni

    prima da un viaggiatore svedese, Giacomo Giona Bjoernstaehl, professore di

    filosofia nell'Università di Uppsala, che avevano suscitato le ire» del

    sacerdote torinese Carlo Immer, il quale, teologo dell'arcivescovo di

    Oristano, Cusani, con lo pseudonimo di Sardofilo Arboreo, aveva nel 1787

    pubblicato un'arguta risposta.

    Si può dunque immaginare la furibonda consulta» con la quale Manno riferì al

    sovrano delle sue impressioni sul manoscritto dell'ufficiale tedesco,

    indegno di una dedicatoria reale, e come egli fosse alle strette nel

    misurarne le parole». Carlo Felice sorrise al mal celato risentimento» del

    suo segretario per la Sardegna vilipesa». Fu forse in quel momento che si

    fece strada nella mente del magistrato sardo l'idea di scrivere un'opera a

    difesa della sua terra: Come da amore amore, nasce anche sdegno da sdegno.

    Al come mai i Tedeschi parlano male di noi, succedette nella mia bile

    scriverà Manno un come mai i Sardi non sanno o non osano scriverne bene!».

    Il re ordinò al suo segretario di far seppellire senza onoranza, fra le

    carte più profondamente archiviate dell'Archivio di corte, l'impudente

    manoscritto». Cosa che Manno fece con scrupolosa puntualità».

    Sinora non si conosceva il nome di questo ufficiale tedesco che aveva

    involontariamente contribuito alla genesi di una delle più importanti opere

    sulla storia della Sardegna. Ma quelle carte più profondamente archiviate»

    ci hanno restituito l'aborrito testo. Si tratta della voluminosa Descrizione

    dell'Isola e Regno di Sardegna di Franz Xavier von Beck, redatta nel 1818.

    Il nobiluomo tedesco aveva soggiornato nell'Isola fino al 1778, prestando

    servizio come colonnello nel reggimento svizzero Schmidt di stanza a

    Cagliari. L'opera è suddivisa in quattro parti: la prima è dedicata alla

    storia naturale, con una sezione finale sulla popolazione (carattere e

    lingua dei sardi, vestiti, modi di vivere, agricoltura e allevamento,

    commercio, religione, antichità); la seconda affronta la sorte della

    Sardegna dai primi tempi sin ai dì nostri»; la terza descrive la

    costituzione e il governo» del Regno; la quarta costituisce una topografia»

    dove sono descritti in ordine alfabetico feudi, curatorie, distretti, città,

    villaggi, porti, monti, fiumi, isole, stagni, torri e fortezze della

    Sardegna.

    Manno era rimasto probabilmente colpito non tanto dalle parti dedicate alle

    vicende storiche, pure ricostruite in modo sommario e impreciso, quanto

    dalla descrizione dei costumi e delle abitudini dei sardi. A differenza del

    suo conterraneo Joseph Fuos, pastore protestante presso il reggimento

    svizzero a Cagliari (1773-77), che aveva posto in evidenza la pigrizia»,

    l'indolenza» e la lascivia» dei sardi, von Beck tracciava un quadro

    sostanzialmente positivo delle forme di vita della popolazione dell'Isola.

    Tuttavia, l'ufficiale tedesco riportava notizie spesso fantasiose.

    Sicuramente Manno dovette fremere d'indignazione nel leggere che le madri al

    momento della nascita delle femmine le deflorassero per evitar loro, dopo il

    matrimonio, il sospetto d'uno sposo di natura geloso». Anche a proposito

    dell'orrida intemperie», l'aria mortifera» provocata dai miasmi delle paludi

    e dalle acque putrescenti, von Beck si faceva prendere la mano

    dall'invenzione letteraria.

    Un fraterno amico del Manno, Giovanni Maria Dettori, professore di teologia

    morale nell'Università di Torino, venne a conoscenza dell'episodio; e, al

    corrente della "scappatella letteraria" del suo amico, che nel 1816-17 in

    qualità di segretario privato di Carlo Felice, allora duca del Genevese,

    aveva scritto in forma epistolare delle eleganti memorie di viaggio, lo

    incitò a intraprendere gli studi storici sulla Sardegna. In Note sarde e

    ricordi (1868) Manno ricorderà l'episodio: Ebbe perciò Dettori buona

    l'opportunità di volgersi a me con piglio di autorità amichevole, impiegando

    quanto avea disponibile di argomentazioni, per addossarmi il carico di una

    storia sarda, accomodata ai tempi che correvano; e per cui potesse togliersi

    dalla fronte veneranda della patria quell'onta antica di essere sempre

    beffeggiata, o di restare perpetuamente ignota. Accettai alla fine; ma

    all'istante medesimo dell'accettazione grandeggiò ai miei occhi la

    difficoltà massima dell'intrapresa».

    Manno era dunque perfettamente consapevole delle difficoltà» e delle insidie

    presenti nella composizione di una documentata (e scientificamente

    plausibile) storia della Sardegna. Eppure almeno due fattori agirono a

    favore di questa decisione per certi versi temeraria e caparbia: il primo

    era la buona conoscenza della storia del diritto e della legislazione del

    Regno, che egli continuava ad approfondire nell'ambito della sua attività di

    magistrato del Consiglio Supremo di Sardegna; il secondo era la sua

    "vocazione" letteraria incline a cimentarsi in un'opera storiografica, più

    che in versi, tragedie o novelle. In fondo sentiva di poter raggiungere

    diversi scopi: coprire con un lavoro di spessore scientifico il vuoto

    lasciato dalle altre "storie", inattendibili o irrimediabilmente superate;

    inserirsi a pieno titolo con un contributo originale nel mondo accademico

    piemontese; dimostrare la sua eleganza nella prosa e nella conoscenza

    "cruscante" della lingua italiana.

    Con inconfessata piaggeria lo stesso Manno avrebbe raccontato

    quell'imbarazzo di crassa ignoranza» con cui incominciò il lavoro: Negli

    studi miei passati scriverà nel 1868 non mai rivolti alla storia patria, io

    intanto sapeva che prima dei Reali di Savoia aveano signoreggiato in

    Sardegna gli Spagnuoli, in quanto avea dovuto, per ragion di mestiere,

    studiare e applicare le loro prammatiche. Sapeva ugualmente, che una Regina

    Eleonora di Arborea avea avuto sede gloriosa in questa provincia, da che la

    sua Carta de Logu era uno dei codici citati qualche volta da me nelle

    conclusioni del mio ufficio». In realtà Manno nelle sue memorie

    ridimensionava volutamente la sua conoscenza delle vicende della Sardegna,

    affinata attraverso il suo ufficio di magistrato. Nel 1818, ad esempio, in

    alcune "Annotazioni" sulle chiusure dei terreni aveva tracciato con

    competenza e precisione le fasi dell'evoluzione della legge patria», dalle

    recinzioni di orti e di vigne previste dalla trecentesca Carta de Logu

    d'Arborea sino ai terreni di privata pertinenza» riconosciuti dalle

    prammatiche spagnole.

    Per dare conto del peso della dimensione giuridica nella Storia di Sardegna

    basterà soltanto ricordare che la stesura dell'opera, che lo impegnò dal

    1825 al 1827, coincise con i lavori preparatori e con la promulgazione

    (1823-27) della nuova compilazione delle Leggi civili e criminali del Regno

    di Sardegna . Giuseppe Manno, infatti, in qualità di membro del Supremo

    Consiglio di Sardegna partecipò dal 1824 alle sessioni in cui, come si legge

    nel Proemio della consolidazione (opera dello stesso Manno) vennero presi in

    esame gli antichi istituti del diritto patrio» del Regno, quali il

    matrimonio assa sardisca (la comunione dei frutti fra i coniugi), la

    machizia (la facoltà di macellare il bestiame che sconfinasse nei campi

    chiusi e coltivati), il cumone (la soccida, cioè il contratto tra il

    proprietario e il conduttore del gregge), l' incarica (la responsabilità

    collettiva del villaggio nel cui territorio venisse commesso un delitto) e

    tutte le norme relative ai tributi feudali e alle consuetudini agrarie.

    Ai magistrati del Supremo Consiglio di Sardegna per le osservazioni, i

    pareri, le discussioni e le deliberazioni sugli articoli del testo delle

    Leggi civili e criminali venne messo a disposizione un materiale

    archivistico davvero imponente. La maggior parte dei documenti era stata

    "estratta" in copia dagli archivi sardi e in particolare dall'Archivio Regio

    della Segreteria di Stato cagliaritana. Non a caso nella cartella

    dell'Archivio che raccoglie questa documentazione si può leggere che si

    tratta di Carte diverse che hanno servito alla compilazione delle leggi

    sarde e della Storia sarda del Signor Cavalier Manno».

    Il governo piemontese era restio a far consultare le carte dei propri

    archivi. Nel 1725-27 Ludovico Antonio Muratori aveva sperimentato di persona

    la difficoltà di ottenere da Torino la documentazione necessaria per la sua

    progettata collezione delle Antiquitates Italicae Medii Aevi . In fondo

    Manno non era un pericoloso investigatore di patrie memorie ma un esponente

    di quel ceto di funzionari subalpini che si contraddistingueva per uno

    "spirito di servizio" sostanziato dalla devozione dinastica e dalla fedeltà

    alle istituzioni.

    Manno fu dunque il primo storico sardo a poter consultare liberamente le

    carte conservate nel "Regio Archivio di Corte" di Torino. Era opinione

    diffusa che i piemontesi avessero portato via dagli archivi dell'Isola e

    occultato in quello torinese i documenti più antichi e preziosi che

    attestavano i "privilegi" e le "libertà" del Regno. Negli anni della Sarda

    Rivoluzione» il cavaliere Francesco Ignazio Mannu aveva scritto che Sos

    privilegios sardos / Issos nos hana leadu, / Da e sos Archivios furadu / Nos

    hana sa mezzus pezzas» (I privilegi sardi ce li hanno portati via, dagli

    archivi rubato ci hanno i documenti più importanti»). In effetti l'archivio

    sabaudo conservava gelosamente un gran numero di fonti che riguardavano

    spesso i tempi meno conosciuti della storia della Sardegna. I documenti più

    antichi risalivano al 1119-31. Erano inoltre custoditi preziosi testi come

    il duecentesco Libellus Iudicum Turritanorum , l'unica cronaca del Medioevo

    sardo.

    Il pragmatico approccio del magistrato algherese alle fonti archivistiche

    rivela più la sua natura di ligio funzionario e di uomo di governo, che

    quella di storico e di fine erudito. Nella narrazione delle vicende del

    XVI-XVIII secolo Manno privilegiò, ad esempio, attraverso il filtro dei

    documenti conservati nel "Regio Archivio di Corte", l'ottica complessiva

    dello Stato sabaudo. In fondo la Storia di Sardegna che nasceva all'interno

    delle alte istituzioni dello Stato piemontese, si caratterizzava, per le sue

    finalità ideologiche e culturali, come un'opera pensata e composta per il

    governo dell'Isola e per la glorificazione della dinastia sabauda.

   

    

    Nel 1825, quando Giuseppe Manno iniziò a scrivere il primo volume della sua

    Storia , il panorama della storiografia sarda era o appariva nel complesso

    deludente. Conservava ancora una certa autorevolezza l'opera dell'umanista

    sassarese Giovanni Francesco Fara: il primo volume del De rebus Sardois del

    1580 affrontava però soltanto la storia antica. I libri II-IV, relativi alla

    storia medievale e moderna, da tempo circolavano in edizioni manoscritte

    solo tra gli eruditi. Assolutamente inattendibili risultavano per le notizie

    fantasiose e per l'accesa polemica municipale le storie seicentesche di

    Francesco de Vico, reggente nel Consiglio d'Aragona, e del frate Salvatore

    Vidal. Farraginosi e incompleti apparivano i due grossi manoscritti dei

    Sucessos generales de la Isla y Reyno de Sardeña (1677-84) del cappuccino

    cagliaritano Giorgio Aleo. Occasionali o superate si presentavano le opere

    di Jan Rousset de Missy e dell'abate Jan de Vayrac apparse alla vigilia

    dell'atto di cessione del Regno di Sardegna al Piemonte.

    Soltanto dopo gli studi di Ludovico Antonio Muratori era stata colta

    l'importanza della Sardegna nella storia dell'Italia medievale. Lo storico

    modenese, data la scarsità di fonti e di cronache sull'Isola, aveva invano

    tentato presso il governo sabaudo di ottenere documenti medievali. Il 25

    febbraio 1734 se ne era lamentato con Girolamo Tagliazucchi, professore di

    eloquenza nell'Università di Torino.

    Nelle Antiquitates gli argomenti che interessarono il bibliotecario estense

    furono l'origine e le vicende dei giudicati, il rapporto tra la lingua sarda

    e il latino, la diffusione del cristianesimo nell'Isola. I documenti

    pubblicati tra i quali spiccavano le antiche carte del 1009-21 avevano

    sollevato ( Dissertazione XXXII ) complessi interrogativi sull'origine dei

    quattro giudicati della Sardegna. Convinto assertore delle posizioni

    giurisdizionaliste, Muratori aveva confutato la pretesa alta sovranità della

    Santa Sede sull'Isola. Nel corso del lavoro di redazione del grande

    Thesaurus novus veterum inscriptionum Muratori aveva potuto constatare

    l'inattendibilità dell'agiografia sarda del Seicento.

    Nel solco tracciato dalla filologia muratoriana si collocava la Sardinia

    sacra (1758) del minore osservante Antonio Felice Mattei. Utilizzando il

    materiale predisposto, ma mai pubblicato, da Ferdinando Ughelli per l'

    Italia sacra , l'erudito pisano in uno studio di notevole spessore aveva

    analizzato la religione, i santi, i martiri, le istituzioni ecclesiastiche

    della Sardegna e, rifacendosi alla tradizione bollandista, aveva fatto

    giustizia di tutte quelle iscrizioni false che erano state pubblicate dagli

    agiografi sardi del secolo precedente. La Sardina sacra aveva comunque

    rinnovato gli orientamenti della storiografia sarda, stimolando un vivo

    dibattito tra gli eruditi locali.

    Lo stesso rinnovamento della storiografia piemontese è da porre in stretta

    relazione con l'acquisizione del modello filologico-erudito muratoriano, che

    aveva coinvolto la prima generazione di studiosi, come Tagliazucchi e Lama,

    o il Terraneo, iniziatore della scuola erudita subalpina, e aveva

    influenzato anche la generazione successiva degli storici, come Carena,

    Vernazza, Denina, Galeani Napione. All'interno di questa temperie culturale

    si collocava anche il primo tentativo compiuto da uno storico piemontese di

    tracciare un quadro generale delle vicende della Sardegna e di fornire alla

    Dominante uno strumento per capire la Dominata. Nel 1762, infatti, Angelo

    Paolo Carena si era dedicato alla stesura di una storia della Sardegna,

    interrotta, forse per l'impossibilità di consultare gli archivi di corte, ai

    primordi del dominio pisano sull'Isola.

    Si inseriva in questa prospettiva anche la Storia della Sardegna

    dell'intendente Michele Antonio Gazano, pubblicata nella Reale Stamperia di

    Cagliari nel 1777. Concepita con gli auspici degli ambienti governativi

    piemontesi e stampata col concorso di ben 322 associati, l'opera del Gazano

    si era subito rivelata un totale fallimento, non solo, come ha scritto

    Giuseppe Manno, per il suo stile alla segretariesca», ma anche per la grande

    delusione che avevano lasciato sia la parte antica» dove, secondo il grande

    storico ottocentesco, la storia della metropoli» soverchiava quella della

    provincia», sia la parte medievale e moderna, liquidata in modo frettoloso e

    sommario.

    La riscoperta in chiave "patriottica" della storia della Sardegna maturava

    negli ultimi decenni del XVIII secolo. All'interno della politica di riforme

    attuata nel 1759-73 dal ministro Bogino si era sviluppata tra i sardi una

    sensibilità nuova per i problemi dell'Isola e per le sue peculiarità

    economiche e le sue tradizioni storiche e giuridiche. La riforma delle

    scuole e delle università di Cagliari e di Sassari aveva inoltre favorito la

    circolazione delle idee, ponendo a contatto l'ambiente sardo con la cultura

    europea e con le nuove teorie fisiocratiche e illuministiche. La tensione

    ideale, la volontà di emergere e di partecipare al grande progetto del

    rifiorimento» della Sardegna avevano incoraggiato l'adesione di consistenti

    settori della società sarda, e in particolare delle giovani generazioni

    intellettuali, ai programmi riformatori del ministro.

    È significativo ad esempio che Francesco Gemelli, l'autore del Rifiorimento

    della Sardegna (1776) opera commissionata dallo stesso ministro Bogino ,

    professore di eloquenza nell'ateneo e prefetto delle regie scuole di Sassari

    dal 1768 al 1774, avesse abbozzato un compendio non troppo grosso della

    geografia e della storia profana e sacra della Sardegna», dettato agli

    studenti del suo corso. La rilettura "patriottica" della storia sarda era

    dunque in qualche modo un portato del profondo rinnovamento culturale

    realizzato dal riformismo boginiano. Non a caso tra gli allievi sassaresi

    del Gemelli troviamo Domenico Simon che nel 1788, nella dedica ( civibus et

    amicis ) del secondo volume della raccolta di impianto muratoriano dei Rerum

    Sardoarum Scriptores , ammoniva gli associati che sarebbe stato per loro un

    grande disonore se, tot inter Nationum omnium etiam longe obscuriorum», la

    sola Sardegna avesse trascurato di conoscere il proprio passato, mentre

    altrove vel minimae vetustatis reliquiae [] colliguntur, eduntur ac pia

    quasi religione venerantur».

    Domenico Simon fu uno degli involontari protagonisti della nascita della

    Storia di Sardegna del Manno. L'ex deputato degli Stamenti come si legge in

    Note sarde e ricordi viveva a Torino in un bugigattolo, dove a foggia di

    pipistrello ascondevasi a sonnecchiare durante il giorno [] incavernato in

    una delle case che deturpavano con sinistra fama le adiacenze a tergo del

    teatro di Carignano». Manno lo andò a trovare spesso per avere da lui

    suggerimenti e consigli: allorché la pubblicazione del primo volume della

    Storia di Sardegna valse a me l'attenzione dei lettori, egli sopra ogni

    altro acclamavami benemerito della patria, e teneva per gloria sua scriverà

    nel 1868 [] la generosa accettazione manifestatami allora dalla universalità

    dei miei connazionali». Però, quando Manno si accingeva alla redazione del

    terzo volume della Storia , ricordandosi che Simon possedea un raro e

    bell'esemplare manoscritto delle storie del nostro cappuccino Padre Aleo,

    prezioso [] per le notizie del secolo XVII appartenenti agli ultimi viceré

    spagnuoli», chiese in prestito al vecchio erudito algherese il manoscritto:

    Chi il crederebbe? Alla dimanda fattagliene dallo storico ch'egli avea tanto

    encomiato, e per una storia di cui tanto anelava vedere il compimento, onde

    giungesse ai tempi suoi, a questa dimanda egli rispose con un rifiuto».

    Un approccio nuovo alla storia e al "diritto patrio" della Sardegna maturava

    all'interno della rivoluzione stamentaria del 1793-96: intorno alla

    piattaforma delle cinque domande» (la convocazione delle Corti generali e la

    loro celebrazione decennale; la conferma e l'osservanza dei privilegi e

    delle leggi fondamentali» del Regno; l'esclusività per i sardi delle cariche

    pubbliche e delle prelature ecclesiastiche; l'istituzione di un Consiglio di

    Stato; la creazione a Torino di un Ministero per gli affari di Sardegna) si

    andava delineando un'elaborazione politica che proprio nel passato ricercava

    le ragioni storiche e giuridiche di quelle rivendicazioni. Fu in particolare

    durante le trattative tra la deputazione dei tre Stamenti inviata a Torino,

    dall'estate del 1793 alla primavera del 1794, e la Segreteria di Stato e il

    Supremo Consiglio di Sardegna, che venne un forte impulso a ricercare presso

    gli archivi cagliaritani tutta la documentazione che potesse comunque

    sorreggere la richiesta dell'accettazione delle cinque domande» da parte del

    sovrano.

    Non a caso fu proprio la "rivoluzione" del 1793-96 a porre, con impetuoso

    "amor di patria", le basi per una rivisitazione critica dell'intera storia

    della Sarda Nazione». Nel 1795 Lodovico Baille aveva elaborato un piano» per

    una ragionata istoria della nostra Sardegna»: egli riteneva di non dover

    lavorare da solo», ma di associare all'iniziativa un numero di filopatridi,

    dei quali ciascuno prendendo ad esaminare uno dei nostri storici, e

    confrontare le cose da lui scritte coi fonti dai quali le avesse tolte, ne

    facesse poi relazione in assemblea comune e si andassero collatis consiliis

    classificando i fatti certi, i probabili, i dubbi e finalmente gli incerti

    non meno che quelli assolutamente falsi».

    Il "progetto" del Baille non teneva conto soltanto della lezione filologica

    muratoriana, come d'altronde era stato auspicato pochi anni prima da

    Domenico Simon, ma si poneva l'ambizioso obiettivo di un'ampia ricognizione

    delle fonti documentarie negli archivi della Penisola (l'archivio

    diplomatico di Firenze», l'archivio arcivescovile e quello di casa Roncioni»

    a Pisa, l'archivio dell'abbazia di Montecassino, etc.) riguardo al Medioevo,

    in cui, fra noi principalmente, siamo involti in spesse e profonde tenebre».

    Baille ipotizzava anche la consultazione degli archivi spagnoli che

    avrebbero potuto chiarire molti aspetti oscuri della conquista

    catalano-aragonese della Sardegna e della resistenza dei giudici d'Arborea:

    E per ultimo sarebbe imprescindibile un passo a Barcellona per consultare

    gli Archivi Generali della Corona d'Aragona per rintracciarvi tutto

    l'operato dal Governo Spagnuolo, e le carte confiscate al giudicato

    d'Arborea nella ribellione del Marchese d'Oristano. Quest'archivio deve

    rigurgitare di documenti».

    L'erudito cagliaritano non riuscì a portare a compimento l'ambizioso

    progetto: Questo piano fu da me concepito sin dal 1795 scriveva il 16 aprile

    1825 Baille a Manno , ma bersaglio perpetuo della fortuna, non mai bastevole

    a me medesimo per mille fatali circostanze, mi è sempre mancato l'ozio ad

    applicarmivi. Quindi io non mi posso offrire che come uno sterile

    cooperatore alla sua impresa [Manno stava scrivendo il primo volume della

    Storia di Sardegna ], non sentendomi da tanto di poterla da me eseguire».

   

   

    Gli orientamenti della storiografia sarda alla fine del XVIII secolo erano

    abbastanza contraddittori. Nel 1792 erano state pubblicate a Cagliari le

    Dissertazioni storiche apologetiche critiche sulle sarde antichità dell'ex

    gesuita Matteo Madao, un'opera filologicamente inattendibile che, esprimendo

    assai bene la vocazione apologetica» della cultura locale in opposizione

    alla storiografia "ministeriale" di ispirazione piemontese, confutava

    puntualmente, nel sempre giustificato amore» per la Sarda Nazione», tutti i

    critici forestieri». Decisamente più interessanti appaiono i lavori storici

    del censore generale Giuseppe Cossu, come i medaglioni dedicati alle vicende

    delle due più importanti città del Regno Della città di Cagliari (1780) e

    Della città di Sassari (1783) e la tarda Politicografia della Sardegna

    (1799), terzo tomo della Descrizione geografica della Sardegna .

    Si ricollegavano all'esempio muratoriano gli studi di Gian Francesco Simon,

    che nel 1784 aveva pubblicato sulla scorta delle fonti oristanesi una Serie

    degli arcivescovi di Oristano cogli anni della loro creazione Nello stesso

    periodo aveva abbozzato un lavoro sulle memorie di parecchi uomini illustri

    nati in Sardegna» e progettato un Codice diplomatico ecclesiastico e una

    storia delle abbazie e munasteri di Sardegna». Nel 1801 l'abate di Salvenero

    pubblicava la Lettera sugli illustri coltivatori della giurisprudenza in

    Sardegna che costituiva la prima puntuale rassegna delle fonti del "diritto

    patrio" e delle opere dei giuristi sardi dal Medioevo sino al XVIII secolo.

    Anche il fratello di Gian Francesco e di Domenico, Matteo Luigi Simon,

    magistrato della Reale Udienza, che avrebbe percorso una brillante carriera

    giudiziaria nell'Italia napoleonica, avrebbe lasciato numerose opere

    storiche, fra le quali un Prospetto dell'isola di Sardegna antico e moderno

    disposto in forma di catechismo patrio (1804), il primo manuale della storia

    dell'Isola, concepito ad uso e comodo» delle scuole sarde, finalizzato a

    educare la gioventù sarda ai valori patriottici», destinato purtroppo a

    restare inedito.

    L'interesse per il "diritto patrio" e per il rapporto tra legislazione e

    "indole" dei popoli coinvolgeva anche il più rappresentativo esponente della

    "rivoluzione" sarda di fine Settecento, l'ex magistrato della Reale Udienza

    Giovanni Maria Angioy. Nel 1802, nel suo esilio parigino, l'ex alternos

    aveva elaborato il piano d'un'opera concernente la legislazione antica della

    Sardegna». Il progetto era stato in qualche misura stimolato dalla

    pubblicazione nella capitale francese dell' Histoire géographique, politique

    et naturelle de la Sardaigne (1802) di Domenico Alberto Azuni, il giurista

    sassarese celebre in Francia per la parte marittima del Code de commerce

    napoleonico. L' Historie di Azuni fu valutata dai "patrioti" sardi in esilio

    a Parigi (Angioy, Matteo Luigi Simon, Michele Obino) come un'opera

    superficiale, piena di errori, sin troppo disinvolta nel "saccheggio" dei

    lavori altrui (in particolare quelli del Cossu e del Cetti), che eludeva

    tutte le problematiche "patriottiche" poste dal movimento stamentario.

    Si inserisce in questa prospettiva un'altra importante opera destinata

    anch'essa a restare inedita, come De la Sardaigne ancienne ed moderne ou

    Aperçu d'un voyage statistique critique et politique dans l'île de Sardaigne

    , ultimata tra il 1813 ed il 1815 da Matteo Luigi Simon: pensata soprattutto

    per il pubblico d'Oltralpe, rappresenta il punto di approdo e di massima

    proiezione della cultura illuministica sarda maturata tra la fine del XVIII

    e i primi due decenni del XIX secolo. La storiografia patriottica» e

    l'intensa elaborazione culturale che traeva origine dalla "sarda

    rivoluzione" del 1793-96 furono, nel nuovo clima della restaurazione

    sabauda, ben presto dimenticate e rimosse.

    Nel 1825, a pochi mesi di distanza, venivano pubblicate due importanti opere

    storiche sulla Sardegna. Nell'estate veniva stampato a Torino dagli editori

    Alliana e Paravia il primo dei quattro volumi della Storia di Sardegna di

    Giuseppe Manno. Nell'autunno vedevano la luce a Parigi per i tipi di Blaise

    e Péliecier i due tomi dell' Histoire de Sardaigne ou la Sardaigne ancienne

    et moderne di Jean François Mimaut, ex console francese a Cagliari.

    Si trattava di due opere assai diverse. Quella del Manno costituiva la

    prima, grande ricognizione della storia dell'Isola in grado di offrire una

    lettura unitaria e complessiva sulle sue vicende dall'antichità al

    riformismo settecentesco, fondata con rigore muratoriano su un'attenta

    lettura delle scarse fonti e narrata con una scrittura volutamente

    "letteraria". Quella del Mimaut era invece per certi versi un'opera ancora

    legata al filone della letteratura di viaggio, che non si limitava soltanto

    a tracciare un sintetico profilo storico dall'antichità ai moti

    rivoluzionari di fine secolo, ma forniva anche dettagliate notizie sulla

    geografia fisica, la fauna, la popolazione, l'economia, le circoscrizioni

    amministrative, la lingua, il carattere e il costume dei sardi.

    Durante il suo consolato cagliaritano (1814-17) Mimaut era stato un attento

    e acuto osservatore della Sardegna. Scopo dell' Histoire , abbozzata già

    nell'ultimo anno del suo soggiorno sardo, era soprattutto far conoscere

    l'Isola al pubblico francese. L'autore partiva dalla constatazione che,

    perdue dans l'immensité dées possessions de ses maîtres» e moins heureuse []

    que les autres grandes îles de la Mediterranée [], la Sardaigne n'a joué

    dans les événements politiques de l'Europe [] qu'un rôle accessoire».

    L'opera dell'ex console si basava su una conoscenza superficiale delle

    fonti, peraltro quasi tutte di seconda mano, e attingeva largamente alla

    discutibile letteratura "storica" isolana. Lo stesso Manno, recensendo il

    lavoro di Mimaut nel secondo tomo dalla sua Storia di Sardegna , ne lodava

    lo stile brioso e leggiadro», ma coglieva il carattere essenzialmente

    divulgativo dell'opera, sottolineando come lo scrittore francese si

    prefiggesse soprattutto lo scopo di trascorrere rapidamente le maggiori

    nostre epoche storiche».

    Il primo volume della Storia di Sardegna fu pubblicato nell'agosto del 1825.

    Manno aveva impiegato soltanto sette mesi per scriverlo: Due cose mi

    giovarono specialmente scriverà nel 1868 . Il non voler leggere alcuno degli

    storici nostri, di buona o mala rinomanza, prima che io stesso, esaurita

    ogni possibile ricerca, non avessi raccolto, col criterio integro di

    solitario indagatore, tutti i materiali della storia più antica. La qual

    cosa potei io compiere senza aiuto degli antenati. Posso rallegrarmi di non

    aver tralasciato in questa parte di studio alcuno degli scrittori dell'età

    greca e latina []. L'altro mezzo giovevole, e dirò capitale, si fu l'aver io

    voluto e potuto misurare allora con l'intelletto la sola ottava parte del

    lungo stadio da percorrersi, confidente che in questo primo lanciarmi in

    carriera gli apprestamenti mi pareano possibili e quasi alla mano».

    Nell'affrontare la questione delle origini della storia sarda, Manno volle

    evitare le trappole delle lusinghe della fantasia» in cui erano caduti molti

    di quegli autori che avevano prestato ascolto alle chimere greche», anche se

    nel libro primo dell'opera dava ampi ragguagli delle fole» degli storici

    precedenti. A proposito di quei vetusti edifici, conosciuti nell'isola col

    nome volgare di noraghes », Manno si mostrava assai prudente (la natura

    della presente opera non permette ch'io ne intraprenda una scientifica

    disamina»), pur esprimendo la convinzione che riferirsi debba l'edificazione

    dei noraghes alli più antichi popolatori della Sardegna, e non già ad alcuna

    delle colonie posteriori, o greche, o spagnuole, o libiche».

    Nella narrazione della storia della Sardegna romana Manno mostrò una

    indiscutibile sicurezza dovuta all'uso dei repertori eruditi

    sei-settecenteschi e alla conoscenza degli autori classici latini e greci: I

    loro volumi sosterrà in Note sarde e ricordi , ricercati non dalla pagina

    prima alle seguenti, ma dalle ultime pagine all'insù, quasi alla foggia

    ebraica, onde giovarmi senza maggior fatica di quei copiosissimi Index rerum

    et verborum , vera erudizione di chi vuol erudirsi a corso di ferrovia []

    riempirono in breve periodo di tempo i miei libri mastri letterari di note

    copiosissime, raccolte con una fedeltà la più scrupolosa». Nella rivolta

    contro i romani del duce dei sardi» Amsicora che, dopo la sconfitta e la

    morte in battaglia del figlio Iosto, si era tolto la vita per non cadere

    nelle mani dell'odiato nemico, Manno, con grande fiuto letterario, tracciava

    il plastico ritratto di un personaggio che, come un eroe da tragedia

    classica, potesse far fremere il lettore di giustificato orgoglio nazionale.

    Ma se queste mie pagine avranno a passare alla posterità scriveva nel libro

    terzo della Storia , il nome di Amsicora, e quello di Iosto non più si

    dovranno a malapena rintracciare negli annali d'una nazione, che colla mole

    delle sue gesta eclissò rinomanze anche più grandi, ma la loro gloria

    poggierà sovra un terreno più propizio, e questa storia ingemmata del loro

    nome ricorderà in ogni tempo a' miei nazionali la costanza di quel canuto

    duce, e forse l'animo del lettore generoso e sensibile, tocco sentirassi di

    compassione pei casi del giovinetto di lui figliuolo».

    La pubblicazione del primo volume della Storia di Sardegna aprì al Manno le

    porte dell'Accademia delle Scienze di Torino: il 12 gennaio 1826, mentre era

    intento alla stesura del secondo tomo dell'opera, fu eletto, su designazione

    di Balbo, socio nazionale residente. Si trattava di un importante

    riconoscimento che confermava l'accoglienza favorevole della Storia da parte

    degli ambienti scientifici subalpini. Nei volumi successivi Manno avrebbe

    tracciato altri medaglioni biografici "nazionali", come quelli del giudice

    Mariano IV, di Eleonora d'Arborea, del marchese di Oristano Leonardo Alagon,

    di don Agostino di Castelvì, marchese di Laconi. Ma il personaggio storico

    che si prestava meglio a rappresentare il carattere nazionale» di un popolo

    e a incarnare l'impronta originale» e le virtù» della sarda nazione» era

    senz'altro quello di Eleonora d'Arborea. La stessa biografia della

    giudicessa offriva inoltre la possibilità di costruire la figura di

    un'eroina da melodramma: intrepida guerriera che aveva strappato con le armi

    il giudicato agli usurpatori repubblicani»; moglie fedele che all'amor di

    patria sacrificava quello coniugale; fiera sovrana che trattava da pari a

    pari col re d'Aragona; saggia e illuminata legislatrice.

    Nel secondo volume, pubblicato nel 1826, che abbracciava la storia

    dell'Isola dalla diffusione del cristianesimo sino alla fine del Duecento,

    Manno dovette misurarsi con la scarsità delle proprie conoscenze erudite. Se

    per la trattazione dell'antichità e dei fasti della Chiesa sarda» poté

    servirsi delle indicazioni del Mattei e delle iscrizioni sarde pubblicate da

    Giuseppe Vernazza, evitando le insidie dell'agiografia seicentesca, i

    problemi sorgevano a proposito dei "secoli bui" dell'Alto Medioevo, a causa

    della penuria di fonti e di testimonianze letterarie. Ad esempio, a

    proposito della polemica sull'alta sovranità della Santa Sede sulla Sardegna

    che nel XVIII secolo aveva opposto la storiografia di ispirazione

    giurisdizionalista (Muratori, Carena, Gazano) a quella più vicina alle

    istanze ecclesiastiche (Nurra, Mattei, Orlendi), Manno preferì mantenere un

    atteggiamento di prudente equidistanza.

    Sulla scorta delle intuizioni del Muratori ( Dissertazione V delle

    Antiquitates ) e degli studi del Baille, Manno combatteva la tesi

    dell'origine pisana dei giudicati e l'ipotesi di una lunga dominazione araba

    in Sardegna schierandosi a favore dell'origine "nazionale" di questa novella

    foggia di governo», da cui emergeva un'istoria propria» e non una sequela

    dell'altrui». Pur con molta prudenza, data la scarsità della documentazione,

    Manno avanzava problematicamente alcune conghietture» sulla corrispondenza

    tra i giudicati sardi e le ultime magistrature bizantine e sottolineava come

    l'ascesa dei regoli quali capi indipendenti nell'isola» fosse stata favorita

    dall'investitura papale. Tuttavia non esitava a esprimere un severo giudizio

    sui giudicati e sulla soverchia liberalità dei regoli a pro degli

    stranieri».

    Un aiuto determinante nella stesura dei volumi secondo e terzo della Storia

    di Sardegna venne dall'erudito cagliaritano Lodovico Baille che, privato

    dalle vicende della sua vita della soddisfazione di mettere egli stesso in

    luce la copia preziosa dei documenti» che negli anni Novanta del Settecento

    aveva trascritto negli archivi pisani, genovesi, romani e fiorentini, fu il

    primo a plaudere all'annunzio datogli del mio animoso intento [l'intenzione

    di scrivere una storia della Sardegna], a profferirmi il condominio del suo

    tesoro», cioè dello schedario nel quale aveva raccolto le fonti medievali e

    della biblioteca di argomento sardo che aveva con pazienza accumulato nel

    corso degli anni. "Travestiti" da carteggi ufficiali» e da spacci

    governativi» tutte le carte storiche del suo archivio» e i volumi stessi

    della ricca sua biblioteca [] passarono e ripassarono il mar Tirreno [];

    apportatori a me di una letizia tale, da non scapitare paragonata

    all'ansietà, con cui altri aspettano le merci dell'Oriente o i galeoni

    dell'Occidente».

    Nelle valigie» della corrispondenza ufficiale furono recapitati al Manno

    numerosi documenti provenienti dagli archivi dell'Isola. Fra questi si

    segnala il codice sardo del 1316 degli Statuti di Sassari, completamente

    trascurato dagli illustratori delle patrie antichità». Anzi fu merito

    proprio del Manno aver segnalato e attirato l'attenzione degli storici

    europei su questo monumento» della sapienza» giuridica della "repubblica"

    sassarese.

    Un'altra pagina cui Manno volle dare particolare rilievo nel terzo volume

    della sua opera fu la guerra degli ultimi giudici d'Arborea contro l'Aragona

    per occupare la sovranità intiera dell'isola». Fra questi si stagliava la

    tempera robusta» di Mariano IV: guerriero, egli amò meglio infievolire i

    nimici affaticandoli, che investendoli []. Legislatore della sua provincia,

    egli incoraggiò con savie leggi l'agricoltura, guarentì la custodia dei

    rustici poderi, frenò i ladronecci, diede norma alle accomandite del

    bestiame, regolò l'uso dei pubblici pascoli, gastigò con severe multe le

    ingiurie. Né a rendere più stabile questa sua gloria di guerriero e di

    legislatore mancò la fortuna concludeva Manno ; poiché dando la vita ad

    Eleonora [], egli lasciò dopo di sé un'eroina, che colla spada seppe

    rincalzare le di lui vittorie; ed una legislatrice, la quale col suo codice

    diede vita immortale agli ordinamenti paterni».

    Nella precisa ed equilibrata ricostruzione delle vicende che videro

    protagonista la giovine principessa» Manno basava la sua narrazione

    soprattutto sull'opera dello Zurita. Nelle intense pagine dedicate

    all'esposizione dei capitoli della Carta de Logu Manno, come aveva già fatto

    per gli Statuti sassaresi, individuava nelle costituzioni di Eleonora il

    fondamento» di quella patria legislazione» il cui svolgimento originale, dai

    capitoli di corte alle prammatiche regie, avrebbe costituito uno dei fili

    conduttori della Storia di Sardegna . Dalla carta di Eleonora affermava

    Manno si possono pure ricavare varie notizie atte a manifestare alcune

    costumanze della nazione» e soprattutto cogliere come la Sardegna ebbe la

    ventura» di poter conservare le tradizioni dell'antica sua giurisprudenza,

    malgrado delle irruzioni barbariche».

    Nel tratteggiare uno scultoreo ritratto di Eleonora, lo storico sardo, da

    abile e accorto letterato», non poteva certo ignorare le frementi pagine

    scritte dagli autori settecenteschi e dallo stesso Mimaut. Tuttavia non

    aveva necessità di stabilire un improbabile paragone con le Caterine, le

    Marie Terese o le altre regine-legislatrici: anzi, il suo vibrante profilo

    partiva da una ponderata e obiettiva valutazione degli eventi e del ruolo

    della giudicessa d'Arborea nelle vicende della Sardegna del suo tempo e

    nella storia della legislazione nazionale» del Regno. Un ritratto di

    classica solennità che avrebbe finito per influenzare la generazione

    successiva degli storici, più aperti alle ansie e ai miti» romantici:

    Eleonora ha lasciato nel suo regno traccie più durevoli della laude, o dello

    spregio dei contemporanei: le sue vittorie e il suo codice scriveva Manno .

    Donna di gran cuore, Eleonora seppe muovere e trattar l'arme. Donna d'animo

    virtuoso, innalzossi alla fortezza virile senza obbligare le doti del

    proprio sesso. Donna di gran mente, tanto valse a giudicare delle cose di

    Stato, quanto davano i suoi tempi. Sovrana, mostrò di possedere le virtù

    tutte dei regnanti []. Legislatrice, ebbe il raro vanto di concepire, e

    condurre a compimento il nobile pensiero della promulgazione di un codice

    []. Quando si consideri concludeva che tante doti erano riunite in una

    femmina, ed in una femmina del XIV secolo, si giudicherà facilmente che

    l'oscurità in cui giacque fra gli stranieri la di lei memoria è l'oscurità

    stessa di quei tanti eroi, i quali non per altra cagione sprofondarono nella

    lunga notte dell'oblio, che per esser loro mancato l'applauso degli uomini

    d'ingegno».

    Nei volumi terzo e quarto della Storia di Sardegna , pubblicati nel 1826 e

    nel 1827 e dedicati alle vicende del periodo catalano-aragonese, del periodo

    spagnolo e di quello piemontese, Manno mostrò una notevole perizia nella

    narrazione degli eventi e nell'interpretazione dei problemi, grazie

    soprattutto all'attento studio delle fonti conservate negli archivi torinesi

    e sardi. Anzi, si può affermare che in particolare per la storia dei secoli

    XV-XVIII, un periodo che non era stato mai affrontato dagli autori

    precedenti, Manno diede il meglio di sé, tracciando delle linee

    interpretative che sarebbero rimaste a lungo come un punto di riferimento

    per la storiografia successiva: per citare un solo esempio basti pensare che

    le lezioni dei corsi universitari cagliaritani di Francesco Loddo Canepa (a.

    a. 1947-48, 1949-50), pubblicate postume col titolo La Sardegna dal 1478 al

    1793 (1974-75), si muovono ancora sulla falsariga dell'opera dello storico

    algherese. Ad esempio, per la convocazione del Parlamento del 1421,

    presieduto dal re Alfonso V, Manno scriveva che con essa cominciava per la

    nazione sarda un ordine novello di cose; perché fatta partecipe in qualche

    maniera delle cure del proprio reggimento, ed invitata dai sovrani a

    rassegnare periodicamente il quadro dei suoi bisogni, e la proposizione dei

    rimedi, fondamento maggiore ogni dì fece a solidare l'opera della sua

    rigenerazione, ed a parare ai mali che la consumavano». In sostanza il

    magistrato algherese attuava una piena rivalutazione di questo antico

    istituto che si sarebbe configurato come la generale assemblea della

    nazione», pur ignorando volutamente la questione della natura

    "costituzionale" dell'istituzione rappresentativa, sancita appunto dalle

    Leggi fondamentali del Regno, che stava tanto a cuore alla storiografia

    "patriottica" di fine Settecento.

    Nell'esposizione degli eventi del XVI-XVII secolo Manno diede ampio risalto

    alle vicende belliche del periodo spagnolo, soffermandosi a lungo sulla

    rilevanza della difesa costiera, delle incursioni corsare, della costruzione

    delle torri litoranee, della nascita della flotta di galere e degli attacchi

    francesi. Molto equilibrato appare il giudizio sul governo spagnolo in

    Sardegna, di cui vengono sottolineate luci ed ombre. Un giusto rilievo viene

    attribuito al regno di Filippo II, singolarmente fausto» per la Sardegna

    grazie all'istituzione della Reale Udienza, alla nascita

    dell'amministrazione delle torri costiere, alle prammatiche regie e ai

    capitoli di corte parlamentari. In questa parte Manno mise in mostra ancora

    una volta le sue qualità letterarie, descrivendo con gusto ed eleganza la

    visita di Carlo V nella sua città natale (1541) o soffermandosi sulle

    passioni e sugli intrighi che portarono all'assassinio del viceré marchese

    di Camarassa (1668). Ampio spazio è inoltre attribuito alla cultura sarda

    dell'età spagnola, con una precisa ed erudita rassegna (debitrice

    dell'apporto del Baille) degli autori e delle opere pubblicate nel corso del

    XVI-XVII secolo.

    Il quarto volume si apriva con la dettagliata ricostruzione degli eventi

    della guerra di successione spagnola, della breve dominazione austriaca e

    della successiva occupazione della Sardegna da parte delle truppe di Filippo

    V. Per il libro dodicesimo Manno utilizzò ampiamente i due grossi volumi dei

    Comentarios de la guerra de España (1725) del marchese di S. Filippo,

    Vincenzo Bacallar y Sanna; per le clausole dell'atto di cessione del 1720

    del Regno di Sardegna alla dinastia sabauda si servì della vasta

    documentazione conservata nell'"archivio di corte" di Torino e delle fonti

    diplomatiche edite nel Corps universel diplomatique (1731) del Du Mont.

    Attraverso la lettura delle memorie e dei documenti del fondo Sardegna» del

    regio archivio torinese, Manno aveva potuto farsi un'idea abbastanza

    dettagliata delle fasi e dei diversi momenti del governo sabaudo nell'Isola.

    Così nel quarto volume della Storia di Sardegna e nella successiva Storia

    moderna di Sardegna del 1842, individuava con chiarezza tre grandi momenti:

    il primo, che va dal 1720 al 1759 e comprende il regno di Vittorio Amedeo II

    e i primi decenni di quello di Carlo Emanuele III, è caratterizzato

    dall'immobilismo politico e dalla "continuità" degli ordinamenti e delle

    istituzioni del periodo precedente; il secondo, che va dal 1759 al 1773 e

    comprende la seconda parte del regno di Carlo Emanuele III, si

    contraddistingue per l'intensa azione riformatrice del ministro Bogino e le

    profonde innovazioni nel campo dell'economia e della vita civile; il terzo,

    che va dal 1773 al 1799 trattato appunto nella Storia moderna , e comprende

    i regni di Vittorio Amedeo III e di Carlo Emanuele IV, si caratterizza per

    l'abbandono dell'impegno riformatore e coincide con la crisi dell'Antico

    Regime, la nascita di una nuova identità "patriottica" e lo sviluppo dei

    moti rivoluzionari di fine secolo.

    Certo, nel tracciare questa periodizzazione Manno non poteva non risentire

    dell'influsso della personalità di Prospero Balbo e delle nuove riforme

    feliciane. Si comprende così la piena rivalutazione del riformismo boginiano

    contrapposto alla mancanza di idee e di progetti dei ministri di Vittorio

    Amedeo III. D'altra parte la stessa opera del Manno si poneva su un terreno

    eminentemente "ufficiale", cioè come un'opera storiografica rivolta non

    tanto a un limitato pubblico di eruditi quanto al pubblico più numeroso

    degli uomini di governo, dei magistrati, dei funzionari che in essa potevano

    trovare le notizie sulle vicende, le istituzioni, la legislazione del Regno

    necessarie all'esercizio quotidiano del proprio ufficio. Ciò spiega perché

    la Storia del Manno sia stata tra i libri sardi dell'Ottocento quella che ha

    avuto la più ampia diffusione (la prima edizione con i suoi 1.366 associati

    andò rapidamente esaurita, tanto che Alliana e Paravia ne fecero una seconda

    ristampa nel 1826-27; la terza edizione fu pubblicata a Milano nel 1835 da

    Placido Maria Visai; la quarta, in tre volumi, fu stampata nel 1840 a

    Capolago dalla Tipografia Elvetica; una quinta edizione che si sarebbe

    dovuta pubblicare a Cagliari nel 1868, a cura di Pietro Amat di S. Filippo,

    non andò oltre il programma di associazione).

    Il mito del riformismo boginiano, coltivato da Prospero Balbo e rinnovato

    dal Manno, nacque all'indomani del licenziamento del ministro. Già nel 1776

    il suo fidato collaboratore l'avvocato Pier Antonio Canova aveva tracciato

    un lusinghiero bilancio della politica riformatrice dell'ex segretario di

    Stato e aveva descritto tutti i provvedimenti presi dal 1759 al 1773 a

    favore della Sardegna. La relazione manoscritta avrebbe influenzato

    profondamente la storiografia successiva e, oltre le opere del Manno, quelle

    di Domenico Carutti. Il mito del "buon governo" boginiano si rafforza non

    soltanto nel momento in cui tutti i progetti riformatori vennero

    abbandonati, ma soprattutto quando lo Stato di Vittorio Amedeo III crollò,

    travolto dalle armate francesi e dalla conflittualità sociale interna.

    Certo, esaltando nelle pagine conclusive della sua Storia il ministro

    egregio degli affari di Sardegna», Manno ha elevato un monumento aere

    perennius all'opera del conte Bogino. Ma le lodi al ministro (fondate

    peraltro sulle copiose ed assennate sue scritture») non esprimono tanto uno

    spirito cortigiano o un palese conservatorismo: esse si pongono, piuttosto,

    l'ambizioso obiettivo di saldare, quasi senza soluzione di continuità, il

    riformismo boginiano con quello feliciano (1821-31) e carloalbertino

    (1831-48), in un'operazione culturale strettamente funzionale al progetto di

    piena integrazione della "nazione" sarda nella monarchia sabauda.

    Ma la Storia di Sardegna era un'opera che guardava al passato. Il suo

    modello politico era un assolutismo paternalista e riformatore. Non deve

    quindi stupire che finisca per esaltare il potere assoluto del Principe e

    s'impegni a tracciare un sottile filo di continuità nell'azione di quei

    sovrani da Mariano IV a Eleonora, da Alfonso V a Filippo II, sino al momento

    culminante del regno di Carlo Emanuele III che col loro saggio governo

    avevano tentato di migliorare le condizioni della Sardegna. Fortemente

    voluta e sostenuta dagli ambienti governativi, venne subito considerata dai

    contemporanei come un lavoro fondamentale, di grande autorevolezza

    scientifica (Defendente Sacchi, nella prefazione all'edizione milanese del

    1835, la definiva una vera storia civile, fra le pochissime apparse di

    questo genere nel nostro secolo»), e avrebbe conosciuto, grazie alle sue

    quattro edizioni, una straordinaria fortuna. La Storia di Sardegna del Manno

    guardava al passato anche in campo storiografico, giacché si ispirava

    all'erudizione e all'annalistica settecentesca, innanzitutto al Muratori,

    agli storici piemontesi (Terraneo, Carena, Denina, Galeani Napione) e alle

    indicazioni metodologiche dell' Introduzione alla Storia di Carlo V (1769)

    di William Robertson.

    L'opera esercitò un'influenza straordinaria sulla cultura e sulla

    storiografia sarda del terzo e del quarto decennio dell'Ottocento. Nel

    filone aperto dalla Storia di Sardegna si inserirono una serie di studi

    importanti, editi tra il 1837 e il 1845, come il Dizionario biografico degli

    uomini illustri di Sardegna (1837-38) di Pasquale Tola, la Biografia sarda

    (1837-38) di Pietro Martini, l'edizione del De Chorographia Sardiniae e del

    De rebus Sardois del Fara curata nel 1838 da Vittorio Angius, le voci» sarde

    dello stesso Angius per il Dizionario geografico

    storico-statistico-commerciale degli Stati di Sua Maestà il Re di Sardegna

    di Goffredo Casalis, che iniziarono a essere pubblicate dal 1838, l'

    Ortografia sarda nazionale (1840) di Giovanni Spano, la Storia ecclesiastica

    di Sardegna (1840-41) del Martini, la Storia letteraria di Sardegna

    (1843-44) di Giovanni Siotto Pintor e i primi due volumi del Codice

    diplomatico di Sardegna (1845) del Tola, la cui pubblicazione fu poi

    interrotta per difficoltà economiche.

    Al Manno, primo pittore delle patrie memorie», seguì, secondo l'espressione

    del Martini, una generazione di rischiaratori giudiziosi delle cose patrie».

    Benché ancora legata a canoni storiografici settecenteschi, la Storia aveva

    suggerito, sebbene con molta prudenza e cautela, una lettura in senso

    nazionale» delle vicende dell'Isola in cui la "continuità", almeno dal

    Medioevo al riformismo settecentesco, era assicurata dalle magistrature e

    dal complesso del diritto patrio» vigente sino alla promulgazione delle

    leggi feliciane. Questa lettura, nella visione aulica e classicista

    dell'opera, era però anche l'espressione di una piena identificazione nella

    monarchia sabauda e di un radicato conservatorismo politico, che considerava

    il moderato riformismo piemontese come l'unico strumento capace di rinnovare

    la Sardegna. Non a caso l'opera del Manno finì per diventare un punto di

    riferimento decisivo nella formazione dell'"ideologia moderata" di un'intera

    generazione di intellettuali attivi tra la "fusione" perfetta del 1847 che

    sanciva, con l'estensione all'Isola degli ordinamenti amministrativi degli

    Stati di Terraferma, la fine dell'antico Regnum Sardiniae e i primi decenni

    di vita dello Stato unitario italiano.

     

        Antonello Mattone

     Giuseppe Manno - Storia di Sardegna

      PREFAZIONE

 

   

   

     

    Ai primi di gennaio del 1825 Carlo Felice faceva chiamare il suo segretario

    di gabinetto, l'algherese Giuseppe Manno, e gli consegnava un voluminoso

    manoscritto» di un ufficiale tedesco che molti anni addietro era stato di

    presidio in Sardegna» e che conteneva una sorta di descrizione storica

    dell'isola». L'ufficiale intendeva dedicare l'opera al re di Sardegna. Il

    sovrano pregò Manno, magistrato del Consiglio Supremo di Sardegna, profondo

    conoscitore dei problemi storici e giuridici della sua terra d'origine, di

    esaminare minutamente» il lavoro per verificare se la richiesta potesse

    essere presa in considerazione.

    L'alto magistrato sardo incominciò a leggere il manoscritto e man mano che

    andava avanti nella lettura come egli stesso ricorderà una quarantina d'anni

    dopo cresceva la sua irritazione finché con impeto di musa tragica» si trovò

    a esclamare: Santi Numi del ciel! Oh quale orrore!». Si trattava di un

    centone informe e sconclusionato, scritto in uno stile plebeo», con una

    prosa sconciamente stirata», che presentava una caricatura tale di dileggio

    per l'isola nostra e per i suoi abitanti» che di simile» non si rammentava

    altro esemplare». Lo sgangherato manoscritto era somigliante alle lettere

    sull'ignoranza, barbarie e sporchi costumi» dei sardi pubblicate molti anni

    prima da un viaggiatore svedese, Giacomo Giona Bjoernstaehl, professore di

    filosofia nell'Università di Uppsala, che avevano suscitato le ire» del

    sacerdote torinese Carlo Immer, il quale, teologo dell'arcivescovo di

    Oristano, Cusani, con lo pseudonimo di Sardofilo Arboreo, aveva nel 1787

    pubblicato un'arguta risposta.

    Si può dunque immaginare la furibonda consulta» con la quale Manno riferì al

    sovrano delle sue impressioni sul manoscritto dell'ufficiale tedesco,

    indegno di una dedicatoria reale, e come egli fosse alle strette nel

    misurarne le parole». Carlo Felice sorrise al mal celato risentimento» del

    suo segretario per la Sardegna vilipesa». Fu forse in quel momento che si

    fece strada nella mente del magistrato sardo l'idea di scrivere un'opera a

    difesa della sua terra: Come da amore amore, nasce anche sdegno da sdegno.

    Al come mai i Tedeschi parlano male di noi, succedette nella mia bile

    scriverà Manno un come mai i Sardi non sanno o non osano scriverne bene!».

    Il re ordinò al suo segretario di far seppellire senza onoranza, fra le

    carte più profondamente archiviate dell'Archivio di corte, l'impudente

    manoscritto». Cosa che Manno fece con scrupolosa puntualità».

    Sinora non si conosceva il nome di questo ufficiale tedesco che aveva

    involontariamente contribuito alla genesi di una delle più importanti opere

    sulla storia della Sardegna. Ma quelle carte più profondamente archiviate»

    ci hanno restituito l'aborrito testo. Si tratta della voluminosa Descrizione

    dell'Isola e Regno di Sardegna di Franz Xavier von Beck, redatta nel 1818.

    Il nobiluomo tedesco aveva soggiornato nell'Isola fino al 1778, prestando

    servizio come colonnello nel reggimento svizzero Schmidt di stanza a

    Cagliari. L'opera è suddivisa in quattro parti: la prima è dedicata alla

    storia naturale, con una sezione finale sulla popolazione (carattere e

    lingua dei sardi, vestiti, modi di vivere, agricoltura e allevamento,

    commercio, religione, antichità); la seconda affronta la sorte della

    Sardegna dai primi tempi sin ai dì nostri»; la terza descrive la

    costituzione e il governo» del Regno; la quarta costituisce una topografia»

    dove sono descritti in ordine alfabetico feudi, curatorie, distretti, città,

    villaggi, porti, monti, fiumi, isole, stagni, torri e fortezze della

    Sardegna.

    Manno era rimasto probabilmente colpito non tanto dalle parti dedicate alle

    vicende storiche, pure ricostruite in modo sommario e impreciso, quanto

    dalla descrizione dei costumi e delle abitudini dei sardi. A differenza del

    suo conterraneo Joseph Fuos, pastore protestante presso il reggimento

    svizzero a Cagliari (1773-77), che aveva posto in evidenza la pigrizia»,

    l'indolenza» e la lascivia» dei sardi, von Beck tracciava un quadro

    sostanzialmente positivo delle forme di vita della popolazione dell'Isola.

    Tuttavia, l'ufficiale tedesco riportava notizie spesso fantasiose.

    Sicuramente Manno dovette fremere d'indignazione nel leggere che le madri al

    momento della nascita delle femmine le deflorassero per evitar loro, dopo il

    matrimonio, il sospetto d'uno sposo di natura geloso». Anche a proposito

    dell'orrida intemperie», l'aria mortifera» provocata dai miasmi delle paludi

    e dalle acque putrescenti, von Beck si faceva prendere la mano

    dall'invenzione letteraria.

    Un fraterno amico del Manno, Giovanni Maria Dettori, professore di teologia

    morale nell'Università di Torino, venne a conoscenza dell'episodio; e, al

    corrente della "scappatella letteraria" del suo amico, che nel 1816-17 in

    qualità di segretario privato di Carlo Felice, allora duca del Genevese,

    aveva scritto in forma epistolare delle eleganti memorie di viaggio, lo

    incitò a intraprendere gli studi storici sulla Sardegna. In Note sarde e

    ricordi (1868) Manno ricorderà l'episodio: Ebbe perciò Dettori buona

    l'opportunità di volgersi a me con piglio di autorità amichevole, impiegando

    quanto avea disponibile di argomentazioni, per addossarmi il carico di una

    storia sarda, accomodata ai tempi che correvano; e per cui potesse togliersi

    dalla fronte veneranda della patria quell'onta antica di essere sempre

    beffeggiata, o di restare perpetuamente ignota. Accettai alla fine; ma

    all'istante medesimo dell'accettazione grandeggiò ai miei occhi la

    difficoltà massima dell'intrapresa».

    Manno era dunque perfettamente consapevole delle difficoltà» e delle insidie

    presenti nella composizione di una documentata (e scientificamente

    plausibile) storia della Sardegna. Eppure almeno due fattori agirono a

    favore di questa decisione per certi versi temeraria e caparbia: il primo

    era la buona conoscenza della storia del diritto e della legislazione del

    Regno, che egli continuava ad approfondire nell'ambito della sua attività di

    magistrato del Consiglio Supremo di Sardegna; il secondo era la sua

    "vocazione" letteraria incline a cimentarsi in un'opera storiografica, più

    che in versi, tragedie o novelle. In fondo sentiva di poter raggiungere

    diversi scopi: coprire con un lavoro di spessore scientifico il vuoto

    lasciato dalle altre "storie", inattendibili o irrimediabilmente superate;

    inserirsi a pieno titolo con un contributo originale nel mondo accademico

    piemontese; dimostrare la sua eleganza nella prosa e nella conoscenza

    "cruscante" della lingua italiana.

    Con inconfessata piaggeria lo stesso Manno avrebbe raccontato

    quell'imbarazzo di crassa ignoranza» con cui incominciò il lavoro: Negli

    studi miei passati scriverà nel 1868 non mai rivolti alla storia patria, io

    intanto sapeva che prima dei Reali di Savoia aveano signoreggiato in

    Sardegna gli Spagnuoli, in quanto avea dovuto, per ragion di mestiere,

    studiare e applicare le loro prammatiche. Sapeva ugualmente, che una Regina

    Eleonora di Arborea avea avuto sede gloriosa in questa provincia, da che la

    sua Carta de Logu era uno dei codici citati qualche volta da me nelle

    conclusioni del mio ufficio». In realtà Manno nelle sue memorie

    ridimensionava volutamente la sua conoscenza delle vicende della Sardegna,

    affinata attraverso il suo ufficio di magistrato. Nel 1818, ad esempio, in

    alcune "Annotazioni" sulle chiusure dei terreni aveva tracciato con

    competenza e precisione le fasi dell'evoluzione della legge patria», dalle

    recinzioni di orti e di vigne previste dalla trecentesca Carta de Logu

    d'Arborea sino ai terreni di privata pertinenza» riconosciuti dalle

    prammatiche spagnole.

    Per dare conto del peso della dimensione giuridica nella Storia di Sardegna

    basterà soltanto ricordare che la stesura dell'opera, che lo impegnò dal

    1825 al 1827, coincise con i lavori preparatori e con la promulgazione

    (1823-27) della nuova compilazione delle Leggi civili e criminali del Regno

    di Sardegna . Giuseppe Manno, infatti, in qualità di membro del Supremo

    Consiglio di Sardegna partecipò dal 1824 alle sessioni in cui, come si legge

    nel Proemio della consolidazione (opera dello stesso Manno) vennero presi in

    esame gli antichi istituti del diritto patrio» del Regno, quali il

    matrimonio assa sardisca (la comunione dei frutti fra i coniugi), la

    machizia (la facoltà di macellare il bestiame che sconfinasse nei campi

    chiusi e coltivati), il cumone (la soccida, cioè il contratto tra il

    proprietario e il conduttore del gregge), l' incarica (la responsabilità

    collettiva del villaggio nel cui territorio venisse commesso un delitto) e

    tutte le norme relative ai tributi feudali e alle consuetudini agrarie.

    Ai magistrati del Supremo Consiglio di Sardegna per le osservazioni, i

    pareri, le discussioni e le deliberazioni sugli articoli del testo delle

    Leggi civili e criminali venne messo a disposizione un materiale

    archivistico davvero imponente. La maggior parte dei documenti era stata

    "estratta" in copia dagli archivi sardi e in particolare dall'Archivio Regio

    della Segreteria di Stato cagliaritana. Non a caso nella cartella

    dell'Archivio che raccoglie questa documentazione si può leggere che si

    tratta di Carte diverse che hanno servito alla compilazione delle leggi

    sarde e della Storia sarda del Signor Cavalier Manno».

    Il governo piemontese era restio a far consultare le carte dei propri

    archivi. Nel 1725-27 Ludovico Antonio Muratori aveva sperimentato di persona

    la difficoltà di ottenere da Torino la documentazione necessaria per la sua

    progettata collezione delle Antiquitates Italicae Medii Aevi . In fondo

    Manno non era un pericoloso investigatore di patrie memorie ma un esponente

    di quel ceto di funzionari subalpini che si contraddistingueva per uno

    "spirito di servizio" sostanziato dalla devozione dinastica e dalla fedeltà

    alle istituzioni.

    Manno fu dunque il primo storico sardo a poter consultare liberamente le

    carte conservate nel "Regio Archivio di Corte" di Torino. Era opinione

    diffusa che i piemontesi avessero portato via dagli archivi dell'Isola e

    occultato in quello torinese i documenti più antichi e preziosi che

    attestavano i "privilegi" e le "libertà" del Regno. Negli anni della Sarda

    Rivoluzione» il cavaliere Francesco Ignazio Mannu aveva scritto che Sos

    privilegios sardos / Issos nos hana leadu, / Da e sos Archivios furadu / Nos

    hana sa mezzus pezzas» (I privilegi sardi ce li hanno portati via, dagli

    archivi rubato ci hanno i documenti più importanti»). In effetti l'archivio

    sabaudo conservava gelosamente un gran numero di fonti che riguardavano

    spesso i tempi meno conosciuti della storia della Sardegna. I documenti più

    antichi risalivano al 1119-31. Erano inoltre custoditi preziosi testi come

    il duecentesco Libellus Iudicum Turritanorum , l'unica cronaca del Medioevo

    sardo.

    Il pragmatico approccio del magistrato algherese alle fonti archivistiche

    rivela più la sua natura di ligio funzionario e di uomo di governo, che

    quella di storico e di fine erudito. Nella narrazione delle vicende del

    XVI-XVIII secolo Manno privilegiò, ad esempio, attraverso il filtro dei

    documenti conservati nel "Regio Archivio di Corte", l'ottica complessiva

    dello Stato sabaudo. In fondo la Storia di Sardegna che nasceva all'interno

    delle alte istituzioni dello Stato piemontese, si caratterizzava, per le sue

    finalità ideologiche e culturali, come un'opera pensata e composta per il

    governo dell'Isola e per la glorificazione della dinastia sabauda.

   

    

    Nel 1825, quando Giuseppe Manno iniziò a scrivere il primo volume della sua

    Storia , il panorama della storiografia sarda era o appariva nel complesso

    deludente. Conservava ancora una certa autorevolezza l'opera dell'umanista

    sassarese Giovanni Francesco Fara: il primo volume del De rebus Sardois del

    1580 affrontava però soltanto la storia antica. I libri II-IV, relativi alla

    storia medievale e moderna, da tempo circolavano in edizioni manoscritte

    solo tra gli eruditi. Assolutamente inattendibili risultavano per le notizie

    fantasiose e per l'accesa polemica municipale le storie seicentesche di

    Francesco de Vico, reggente nel Consiglio d'Aragona, e del frate Salvatore

    Vidal. Farraginosi e incompleti apparivano i due grossi manoscritti dei

    Sucessos generales de la Isla y Reyno de Sardeña (1677-84) del cappuccino

    cagliaritano Giorgio Aleo. Occasionali o superate si presentavano le opere

    di Jan Rousset de Missy e dell'abate Jan de Vayrac apparse alla vigilia

    dell'atto di cessione del Regno di Sardegna al Piemonte.

    Soltanto dopo gli studi di Ludovico Antonio Muratori era stata colta

    l'importanza della Sardegna nella storia dell'Italia medievale. Lo storico

    modenese, data la scarsità di fonti e di cronache sull'Isola, aveva invano

    tentato presso il governo sabaudo di ottenere documenti medievali. Il 25

    febbraio 1734 se ne era lamentato con Girolamo Tagliazucchi, professore di

    eloquenza nell'Università di Torino.

    Nelle Antiquitates gli argomenti che interessarono il bibliotecario estense

    furono l'origine e le vicende dei giudicati, il rapporto tra la lingua sarda

    e il latino, la diffusione del cristianesimo nell'Isola. I documenti

    pubblicati tra i quali spiccavano le antiche carte del 1009-21 avevano

    sollevato ( Dissertazione XXXII ) complessi interrogativi sull'origine dei

    quattro giudicati della Sardegna. Convinto assertore delle posizioni

    giurisdizionaliste, Muratori aveva confutato la pretesa alta sovranità della

    Santa Sede sull'Isola. Nel corso del lavoro di redazione del grande

    Thesaurus novus veterum inscriptionum Muratori aveva potuto constatare

    l'inattendibilità dell'agiografia sarda del Seicento.

    Nel solco tracciato dalla filologia muratoriana si collocava la Sardinia

    sacra (1758) del minore osservante Antonio Felice Mattei. Utilizzando il

    materiale predisposto, ma mai pubblicato, da Ferdinando Ughelli per l'

    Italia sacra , l'erudito pisano in uno studio di notevole spessore aveva

    analizzato la religione, i santi, i martiri, le istituzioni ecclesiastiche

    della Sardegna e, rifacendosi alla tradizione bollandista, aveva fatto

    giustizia di tutte quelle iscrizioni false che erano state pubblicate dagli

    agiografi sardi del secolo precedente. La Sardina sacra aveva comunque

    rinnovato gli orientamenti della storiografia sarda, stimolando un vivo

    dibattito tra gli eruditi locali.

    Lo stesso rinnovamento della storiografia piemontese è da porre in stretta

    relazione con l'acquisizione del modello filologico-erudito muratoriano, che

    aveva coinvolto la prima generazione di studiosi, come Tagliazucchi e Lama,

    o il Terraneo, iniziatore della scuola erudita subalpina, e aveva

    influenzato anche la generazione successiva degli storici, come Carena,

    Vernazza, Denina, Galeani Napione. All'interno di questa temperie culturale

    si collocava anche il primo tentativo compiuto da uno storico piemontese di

    tracciare un quadro generale delle vicende della Sardegna e di fornire alla

    Dominante uno strumento per capire la Dominata. Nel 1762, infatti, Angelo

    Paolo Carena si era dedicato alla stesura di una storia della Sardegna,

    interrotta, forse per l'impossibilità di consultare gli archivi di corte, ai

    primordi del dominio pisano sull'Isola.

    Si inseriva in questa prospettiva anche la Storia della Sardegna

    dell'intendente Michele Antonio Gazano, pubblicata nella Reale Stamperia di

    Cagliari nel 1777. Concepita con gli auspici degli ambienti governativi

    piemontesi e stampata col concorso di ben 322 associati, l'opera del Gazano

    si era subito rivelata un totale fallimento, non solo, come ha scritto

    Giuseppe Manno, per il suo stile alla segretariesca», ma anche per la grande

    delusione che avevano lasciato sia la parte antica» dove, secondo il grande

    storico ottocentesco, la storia della metropoli» soverchiava quella della

    provincia», sia la parte medievale e moderna, liquidata in modo frettoloso e

    sommario.

    La riscoperta in chiave "patriottica" della storia della Sardegna maturava

    negli ultimi decenni del XVIII secolo. All'interno della politica di riforme

    attuata nel 1759-73 dal ministro Bogino si era sviluppata tra i sardi una

    sensibilità nuova per i problemi dell'Isola e per le sue peculiarità

    economiche e le sue tradizioni storiche e giuridiche. La riforma delle

    scuole e delle università di Cagliari e di Sassari aveva inoltre favorito la

    circolazione delle idee, ponendo a contatto l'ambiente sardo con la cultura

    europea e con le nuove teorie fisiocratiche e illuministiche. La tensione

    ideale, la volontà di emergere e di partecipare al grande progetto del

    rifiorimento» della Sardegna avevano incoraggiato l'adesione di consistenti

    settori della società sarda, e in particolare delle giovani generazioni

    intellettuali, ai programmi riformatori del ministro.

    È significativo ad esempio che Francesco Gemelli, l'autore del Rifiorimento

    della Sardegna (1776) opera commissionata dallo stesso ministro Bogino ,

    professore di eloquenza nell'ateneo e prefetto delle regie scuole di Sassari

    dal 1768 al 1774, avesse abbozzato un compendio non troppo grosso della

    geografia e della storia profana e sacra della Sardegna», dettato agli

    studenti del suo corso. La rilettura "patriottica" della storia sarda era

    dunque in qualche modo un portato del profondo rinnovamento culturale

    realizzato dal riformismo boginiano. Non a caso tra gli allievi sassaresi

    del Gemelli troviamo Domenico Simon che nel 1788, nella dedica ( civibus et

    amicis ) del secondo volume della raccolta di impianto muratoriano dei Rerum

    Sardoarum Scriptores , ammoniva gli associati che sarebbe stato per loro un

    grande disonore se, tot inter Nationum omnium etiam longe obscuriorum», la

    sola Sardegna avesse trascurato di conoscere il proprio passato, mentre

    altrove vel minimae vetustatis reliquiae [] colliguntur, eduntur ac pia

    quasi religione venerantur».

    Domenico Simon fu uno degli involontari protagonisti della nascita della

    Storia di Sardegna del Manno. L'ex deputato degli Stamenti come si legge in

    Note sarde e ricordi viveva a Torino in un bugigattolo, dove a foggia di

    pipistrello ascondevasi a sonnecchiare durante il giorno [] incavernato in

    una delle case che deturpavano con sinistra fama le adiacenze a tergo del

    teatro di Carignano». Manno lo andò a trovare spesso per avere da lui

    suggerimenti e consigli: allorché la pubblicazione del primo volume della

    Storia di Sardegna valse a me l'attenzione dei lettori, egli sopra ogni

    altro acclamavami benemerito della patria, e teneva per gloria sua scriverà

    nel 1868 [] la generosa accettazione manifestatami allora dalla universalità

    dei miei connazionali». Però, quando Manno si accingeva alla redazione del

    terzo volume della Storia , ricordandosi che Simon possedea un raro e

    bell'esemplare manoscritto delle storie del nostro cappuccino Padre Aleo,

    prezioso [] per le notizie del secolo XVII appartenenti agli ultimi viceré

    spagnuoli», chiese in prestito al vecchio erudito algherese il manoscritto:

    Chi il crederebbe? Alla dimanda fattagliene dallo storico ch'egli avea tanto

    encomiato, e per una storia di cui tanto anelava vedere il compimento, onde

    giungesse ai tempi suoi, a questa dimanda egli rispose con un rifiuto».

    Un approccio nuovo alla storia e al "diritto patrio" della Sardegna maturava

    all'interno della rivoluzione stamentaria del 1793-96: intorno alla

    piattaforma delle cinque domande» (la convocazione delle Corti generali e la

    loro celebrazione decennale; la conferma e l'osservanza dei privilegi e

    delle leggi fondamentali» del Regno; l'esclusività per i sardi delle cariche

    pubbliche e delle prelature ecclesiastiche; l'istituzione di un Consiglio di

    Stato; la creazione a Torino di un Ministero per gli affari di Sardegna) si

    andava delineando un'elaborazione politica che proprio nel passato ricercava

    le ragioni storiche e giuridiche di quelle rivendicazioni. Fu in particolare

    durante le trattative tra la deputazione dei tre Stamenti inviata a Torino,

    dall'estate del 1793 alla primavera del 1794, e la Segreteria di Stato e il

    Supremo Consiglio di Sardegna, che venne un forte impulso a ricercare presso

    gli archivi cagliaritani tutta la documentazione che potesse comunque

    sorreggere la richiesta dell'accettazione delle cinque domande» da parte del

    sovrano.

    Non a caso fu proprio la "rivoluzione" del 1793-96 a porre, con impetuoso

    "amor di patria", le basi per una rivisitazione critica dell'intera storia

    della Sarda Nazione». Nel 1795 Lodovico Baille aveva elaborato un piano» per

    una ragionata istoria della nostra Sardegna»: egli riteneva di non dover

    lavorare da solo», ma di associare all'iniziativa un numero di filopatridi,

    dei quali ciascuno prendendo ad esaminare uno dei nostri storici, e

    confrontare le cose da lui scritte coi fonti dai quali le avesse tolte, ne

    facesse poi relazione in assemblea comune e si andassero collatis consiliis

    classificando i fatti certi, i probabili, i dubbi e finalmente gli incerti

    non meno che quelli assolutamente falsi».

    Il "progetto" del Baille non teneva conto soltanto della lezione filologica

    muratoriana, come d'altronde era stato auspicato pochi anni prima da

    Domenico Simon, ma si poneva l'ambizioso obiettivo di un'ampia ricognizione

    delle fonti documentarie negli archivi della Penisola (l'archivio

    diplomatico di Firenze», l'archivio arcivescovile e quello di casa Roncioni»

    a Pisa, l'archivio dell'abbazia di Montecassino, etc.) riguardo al Medioevo,

    in cui, fra noi principalmente, siamo involti in spesse e profonde tenebre».

    Baille ipotizzava anche la consultazione degli archivi spagnoli che

    avrebbero potuto chiarire molti aspetti oscuri della conquista

    catalano-aragonese della Sardegna e della resistenza dei giudici d'Arborea:

    E per ultimo sarebbe imprescindibile un passo a Barcellona per consultare

    gli Archivi Generali della Corona d'Aragona per rintracciarvi tutto

    l'operato dal Governo Spagnuolo, e le carte confiscate al giudicato

    d'Arborea nella ribellione del Marchese d'Oristano. Quest'archivio deve

    rigurgitare di documenti».

    L'erudito cagliaritano non riuscì a portare a compimento l'ambizioso

    progetto: Questo piano fu da me concepito sin dal 1795 scriveva il 16 aprile

    1825 Baille a Manno , ma bersaglio perpetuo della fortuna, non mai bastevole

    a me medesimo per mille fatali circostanze, mi è sempre mancato l'ozio ad

    applicarmivi. Quindi io non mi posso offrire che come uno sterile

    cooperatore alla sua impresa [Manno stava scrivendo il primo volume della

    Storia di Sardegna ], non sentendomi da tanto di poterla da me eseguire».

   

   

    Gli orientamenti della storiografia sarda alla fine del XVIII secolo erano

    abbastanza contraddittori. Nel 1792 erano state pubblicate a Cagliari le

    Dissertazioni storiche apologetiche critiche sulle sarde antichità dell'ex

    gesuita Matteo Madao, un'opera filologicamente inattendibile che, esprimendo

    assai bene la vocazione apologetica» della cultura locale in opposizione

    alla storiografia "ministeriale" di ispirazione piemontese, confutava

    puntualmente, nel sempre giustificato amore» per la Sarda Nazione», tutti i

    critici forestieri». Decisamente più interessanti appaiono i lavori storici

    del censore generale Giuseppe Cossu, come i medaglioni dedicati alle vicende

    delle due più importanti città del Regno Della città di Cagliari (1780) e

    Della città di Sassari (1783) e la tarda Politicografia della Sardegna

    (1799), terzo tomo della Descrizione geografica della Sardegna .

    Si ricollegavano all'esempio muratoriano gli studi di Gian Francesco Simon,

    che nel 1784 aveva pubblicato sulla scorta delle fonti oristanesi una Serie

    degli arcivescovi di Oristano cogli anni della loro creazione Nello stesso

    periodo aveva abbozzato un lavoro sulle memorie di parecchi uomini illustri

    nati in Sardegna» e progettato un Codice diplomatico ecclesiastico e una

    storia delle abbazie e munasteri di Sardegna». Nel 1801 l'abate di Salvenero

    pubblicava la Lettera sugli illustri coltivatori della giurisprudenza in

    Sardegna che costituiva la prima puntuale rassegna delle fonti del "diritto

    patrio" e delle opere dei giuristi sardi dal Medioevo sino al XVIII secolo.

    Anche il fratello di Gian Francesco e di Domenico, Matteo Luigi Simon,

    magistrato della Reale Udienza, che avrebbe percorso una brillante carriera

    giudiziaria nell'Italia napoleonica, avrebbe lasciato numerose opere

    storiche, fra le quali un Prospetto dell'isola di Sardegna antico e moderno

    disposto in forma di catechismo patrio (1804), il primo manuale della storia

    dell'Isola, concepito ad uso e comodo» delle scuole sarde, finalizzato a

    educare la gioventù sarda ai valori patriottici», destinato purtroppo a

    restare inedito.

    L'interesse per il "diritto patrio" e per il rapporto tra legislazione e

    "indole" dei popoli coinvolgeva anche il più rappresentativo esponente della

    "rivoluzione" sarda di fine Settecento, l'ex magistrato della Reale Udienza

    Giovanni Maria Angioy. Nel 1802, nel suo esilio parigino, l'ex alternos

    aveva elaborato il piano d'un'opera concernente la legislazione antica della

    Sardegna». Il progetto era stato in qualche misura stimolato dalla

    pubblicazione nella capitale francese dell' Histoire géographique, politique

    et naturelle de la Sardaigne (1802) di Domenico Alberto Azuni, il giurista

    sassarese celebre in Francia per la parte marittima del Code de commerce

    napoleonico. L' Historie di Azuni fu valutata dai "patrioti" sardi in esilio

    a Parigi (Angioy, Matteo Luigi Simon, Michele Obino) come un'opera

    superficiale, piena di errori, sin troppo disinvolta nel "saccheggio" dei

    lavori altrui (in particolare quelli del Cossu e del Cetti), che eludeva

    tutte le problematiche "patriottiche" poste dal movimento stamentario.

    Si inserisce in questa prospettiva un'altra importante opera destinata

    anch'essa a restare inedita, come De la Sardaigne ancienne ed moderne ou

    Aperçu d'un voyage statistique critique et politique dans l'île de Sardaigne

    , ultimata tra il 1813 ed il 1815 da Matteo Luigi Simon: pensata soprattutto

    per il pubblico d'Oltralpe, rappresenta il punto di approdo e di massima

    proiezione della cultura illuministica sarda maturata tra la fine del XVIII

    e i primi due decenni del XIX secolo. La storiografia patriottica» e

    l'intensa elaborazione culturale che traeva origine dalla "sarda

    rivoluzione" del 1793-96 furono, nel nuovo clima della restaurazione

    sabauda, ben presto dimenticate e rimosse.

    Nel 1825, a pochi mesi di distanza, venivano pubblicate due importanti opere

    storiche sulla Sardegna. Nell'estate veniva stampato a Torino dagli editori

    Alliana e Paravia il primo dei quattro volumi della Storia di Sardegna di

    Giuseppe Manno. Nell'autunno vedevano la luce a Parigi per i tipi di Blaise

    e Péliecier i due tomi dell' Histoire de Sardaigne ou la Sardaigne ancienne

    et moderne di Jean François Mimaut, ex console francese a Cagliari.

    Si trattava di due opere assai diverse. Quella del Manno costituiva la

    prima, grande ricognizione della storia dell'Isola in grado di offrire una

    lettura unitaria e complessiva sulle sue vicende dall'antichità al

    riformismo settecentesco, fondata con rigore muratoriano su un'attenta

    lettura delle scarse fonti e narrata con una scrittura volutamente

    "letteraria". Quella del Mimaut era invece per certi versi un'opera ancora

    legata al filone della letteratura di viaggio, che non si limitava soltanto

    a tracciare un sintetico profilo storico dall'antichità ai moti

    rivoluzionari di fine secolo, ma forniva anche dettagliate notizie sulla

    geografia fisica, la fauna, la popolazione, l'economia, le circoscrizioni

    amministrative, la lingua, il carattere e il costume dei sardi.

    Durante il suo consolato cagliaritano (1814-17) Mimaut era stato un attento

    e acuto osservatore della Sardegna. Scopo dell' Histoire , abbozzata già

    nell'ultimo anno del suo soggiorno sardo, era soprattutto far conoscere

    l'Isola al pubblico francese. L'autore partiva dalla constatazione che,

    perdue dans l'immensité dées possessions de ses maîtres» e moins heureuse []

    que les autres grandes îles de la Mediterranée [], la Sardaigne n'a joué

    dans les événements politiques de l'Europe [] qu'un rôle accessoire».

    L'opera dell'ex console si basava su una conoscenza superficiale delle

    fonti, peraltro quasi tutte di seconda mano, e attingeva largamente alla

    discutibile letteratura "storica" isolana. Lo stesso Manno, recensendo il

    lavoro di Mimaut nel secondo tomo dalla sua Storia di Sardegna , ne lodava

    lo stile brioso e leggiadro», ma coglieva il carattere essenzialmente

    divulgativo dell'opera, sottolineando come lo scrittore francese si

    prefiggesse soprattutto lo scopo di trascorrere rapidamente le maggiori

    nostre epoche storiche».

    Il primo volume della Storia di Sardegna fu pubblicato nell'agosto del 1825.

    Manno aveva impiegato soltanto sette mesi per scriverlo: Due cose mi

    giovarono specialmente scriverà nel 1868 . Il non voler leggere alcuno degli

    storici nostri, di buona o mala rinomanza, prima che io stesso, esaurita

    ogni possibile ricerca, non avessi raccolto, col criterio integro di

    solitario indagatore, tutti i materiali della storia più antica. La qual

    cosa potei io compiere senza aiuto degli antenati. Posso rallegrarmi di non

    aver tralasciato in questa parte di studio alcuno degli scrittori dell'età

    greca e latina []. L'altro mezzo giovevole, e dirò capitale, si fu l'aver io

    voluto e potuto misurare allora con l'intelletto la sola ottava parte del

    lungo stadio da percorrersi, confidente che in questo primo lanciarmi in

    carriera gli apprestamenti mi pareano possibili e quasi alla mano».

    Nell'affrontare la questione delle origini della storia sarda, Manno volle

    evitare le trappole delle lusinghe della fantasia» in cui erano caduti molti

    di quegli autori che avevano prestato ascolto alle chimere greche», anche se

    nel libro primo dell'opera dava ampi ragguagli delle fole» degli storici

    precedenti. A proposito di quei vetusti edifici, conosciuti nell'isola col

    nome volgare di noraghes », Manno si mostrava assai prudente (la natura

    della presente opera non permette ch'io ne intraprenda una scientifica

    disamina»), pur esprimendo la convinzione che riferirsi debba l'edificazione

    dei noraghes alli più antichi popolatori della Sardegna, e non già ad alcuna

    delle colonie posteriori, o greche, o spagnuole, o libiche».

    Nella narrazione della storia della Sardegna romana Manno mostrò una

    indiscutibile sicurezza dovuta all'uso dei repertori eruditi

    sei-settecenteschi e alla conoscenza degli autori classici latini e greci: I

    loro volumi sosterrà in Note sarde e ricordi , ricercati non dalla pagina

    prima alle seguenti, ma dalle ultime pagine all'insù, quasi alla foggia

    ebraica, onde giovarmi senza maggior fatica di quei copiosissimi Index rerum

    et verborum , vera erudizione di chi vuol erudirsi a corso di ferrovia []

    riempirono in breve periodo di tempo i miei libri mastri letterari di note

    copiosissime, raccolte con una fedeltà la più scrupolosa». Nella rivolta

    contro i romani del duce dei sardi» Amsicora che, dopo la sconfitta e la

    morte in battaglia del figlio Iosto, si era tolto la vita per non cadere

    nelle mani dell'odiato nemico, Manno, con grande fiuto letterario, tracciava

    il plastico ritratto di un personaggio che, come un eroe da tragedia

    classica, potesse far fremere il lettore di giustificato orgoglio nazionale.

    Ma se queste mie pagine avranno a passare alla posterità scriveva nel libro

    terzo della Storia , il nome di Amsicora, e quello di Iosto non più si

    dovranno a malapena rintracciare negli annali d'una nazione, che colla mole

    delle sue gesta eclissò rinomanze anche più grandi, ma la loro gloria

    poggierà sovra un terreno più propizio, e questa storia ingemmata del loro

    nome ricorderà in ogni tempo a' miei nazionali la costanza di quel canuto

    duce, e forse l'animo del lettore generoso e sensibile, tocco sentirassi di

    compassione pei casi del giovinetto di lui figliuolo».

    La pubblicazione del primo volume della Storia di Sardegna aprì al Manno le

    porte dell'Accademia delle Scienze di Torino: il 12 gennaio 1826, mentre era

    intento alla stesura del secondo tomo dell'opera, fu eletto, su designazione

    di Balbo, socio nazionale residente. Si trattava di un importante

    riconoscimento che confermava l'accoglienza favorevole della Storia da parte

    degli ambienti scientifici subalpini. Nei volumi successivi Manno avrebbe

    tracciato altri medaglioni biografici "nazionali", come quelli del giudice

    Mariano IV, di Eleonora d'Arborea, del marchese di Oristano Leonardo Alagon,

    di don Agostino di Castelvì, marchese di Laconi. Ma il personaggio storico

    che si prestava meglio a rappresentare il carattere nazionale» di un popolo

    e a incarnare l'impronta originale» e le virtù» della sarda nazione» era

    senz'altro quello di Eleonora d'Arborea. La stessa biografia della

    giudicessa offriva inoltre la possibilità di costruire la figura di

    un'eroina da melodramma: intrepida guerriera che aveva strappato con le armi

    il giudicato agli usurpatori repubblicani»; moglie fedele che all'amor di

    patria sacrificava quello coniugale; fiera sovrana che trattava da pari a

    pari col re d'Aragona; saggia e illuminata legislatrice.

    Nel secondo volume, pubblicato nel 1826, che abbracciava la storia

    dell'Isola dalla diffusione del cristianesimo sino alla fine del Duecento,

    Manno dovette misurarsi con la scarsità delle proprie conoscenze erudite. Se

    per la trattazione dell'antichità e dei fasti della Chiesa sarda» poté

    servirsi delle indicazioni del Mattei e delle iscrizioni sarde pubblicate da

    Giuseppe Vernazza, evitando le insidie dell'agiografia seicentesca, i

    problemi sorgevano a proposito dei "secoli bui" dell'Alto Medioevo, a causa

    della penuria di fonti e di testimonianze letterarie. Ad esempio, a

    proposito della polemica sull'alta sovranità della Santa Sede sulla Sardegna

    che nel XVIII secolo aveva opposto la storiografia di ispirazione

    giurisdizionalista (Muratori, Carena, Gazano) a quella più vicina alle

    istanze ecclesiastiche (Nurra, Mattei, Orlendi), Manno preferì mantenere un

    atteggiamento di prudente equidistanza.

    Sulla scorta delle intuizioni del Muratori ( Dissertazione V delle

    Antiquitates ) e degli studi del Baille, Manno combatteva la tesi

    dell'origine pisana dei giudicati e l'ipotesi di una lunga dominazione araba

    in Sardegna schierandosi a favore dell'origine "nazionale" di questa novella

    foggia di governo», da cui emergeva un'istoria propria» e non una sequela

    dell'altrui». Pur con molta prudenza, data la scarsità della documentazione,

    Manno avanzava problematicamente alcune conghietture» sulla corrispondenza

    tra i giudicati sardi e le ultime magistrature bizantine e sottolineava come

    l'ascesa dei regoli quali capi indipendenti nell'isola» fosse stata favorita

    dall'investitura papale. Tuttavia non esitava a esprimere un severo giudizio

    sui giudicati e sulla soverchia liberalità dei regoli a pro degli

    stranieri».

    Un aiuto determinante nella stesura dei volumi secondo e terzo della Storia

    di Sardegna venne dall'erudito cagliaritano Lodovico Baille che, privato

    dalle vicende della sua vita della soddisfazione di mettere egli stesso in

    luce la copia preziosa dei documenti» che negli anni Novanta del Settecento

    aveva trascritto negli archivi pisani, genovesi, romani e fiorentini, fu il

    primo a plaudere all'annunzio datogli del mio animoso intento [l'intenzione

    di scrivere una storia della Sardegna], a profferirmi il condominio del suo

    tesoro», cioè dello schedario nel quale aveva raccolto le fonti medievali e

    della biblioteca di argomento sardo che aveva con pazienza accumulato nel

    corso degli anni. "Travestiti" da carteggi ufficiali» e da spacci

    governativi» tutte le carte storiche del suo archivio» e i volumi stessi

    della ricca sua biblioteca [] passarono e ripassarono il mar Tirreno [];

    apportatori a me di una letizia tale, da non scapitare paragonata

    all'ansietà, con cui altri aspettano le merci dell'Oriente o i galeoni

    dell'Occidente».

    Nelle valigie» della corrispondenza ufficiale furono recapitati al Manno

    numerosi documenti provenienti dagli archivi dell'Isola. Fra questi si

    segnala il codice sardo del 1316 degli Statuti di Sassari, completamente

    trascurato dagli illustratori delle patrie antichità». Anzi fu merito

    proprio del Manno aver segnalato e attirato l'attenzione degli storici

    europei su questo monumento» della sapienza» giuridica della "repubblica"

    sassarese.

    Un'altra pagina cui Manno volle dare particolare rilievo nel terzo volume

    della sua opera fu la guerra degli ultimi giudici d'Arborea contro l'Aragona

    per occupare la sovranità intiera dell'isola». Fra questi si stagliava la

    tempera robusta» di Mariano IV: guerriero, egli amò meglio infievolire i

    nimici affaticandoli, che investendoli []. Legislatore della sua provincia,

    egli incoraggiò con savie leggi l'agricoltura, guarentì la custodia dei

    rustici poderi, frenò i ladronecci, diede norma alle accomandite del

    bestiame, regolò l'uso dei pubblici pascoli, gastigò con severe multe le

    ingiurie. Né a rendere più stabile questa sua gloria di guerriero e di

    legislatore mancò la fortuna concludeva Manno ; poiché dando la vita ad

    Eleonora [], egli lasciò dopo di sé un'eroina, che colla spada seppe

    rincalzare le di lui vittorie; ed una legislatrice, la quale col suo codice

    diede vita immortale agli ordinamenti paterni».

    Nella precisa ed equilibrata ricostruzione delle vicende che videro

    protagonista la giovine principessa» Manno basava la sua narrazione

    soprattutto sull'opera dello Zurita. Nelle intense pagine dedicate

    all'esposizione dei capitoli della Carta de Logu Manno, come aveva già fatto

    per gli Statuti sassaresi, individuava nelle costituzioni di Eleonora il

    fondamento» di quella patria legislazione» il cui svolgimento originale, dai

    capitoli di corte alle prammatiche regie, avrebbe costituito uno dei fili

    conduttori della Storia di Sardegna . Dalla carta di Eleonora affermava

    Manno si possono pure ricavare varie notizie atte a manifestare alcune

    costumanze della nazione» e soprattutto cogliere come la Sardegna ebbe la

    ventura» di poter conservare le tradizioni dell'antica sua giurisprudenza,

    malgrado delle irruzioni barbariche».

    Nel tratteggiare uno scultoreo ritratto di Eleonora, lo storico sardo, da

    abile e accorto letterato», non poteva certo ignorare le frementi pagine

    scritte dagli autori settecenteschi e dallo stesso Mimaut. Tuttavia non

    aveva necessità di stabilire un improbabile paragone con le Caterine, le

    Marie Terese o le altre regine-legislatrici: anzi, il suo vibrante profilo

    partiva da una ponderata e obiettiva valutazione degli eventi e del ruolo

    della giudicessa d'Arborea nelle vicende della Sardegna del suo tempo e

    nella storia della legislazione nazionale» del Regno. Un ritratto di

    classica solennità che avrebbe finito per influenzare la generazione

    successiva degli storici, più aperti alle ansie e ai miti» romantici:

    Eleonora ha lasciato nel suo regno traccie più durevoli della laude, o dello

    spregio dei contemporanei: le sue vittorie e il suo codice scriveva Manno .

    Donna di gran cuore, Eleonora seppe muovere e trattar l'arme. Donna d'animo

    virtuoso, innalzossi alla fortezza virile senza obbligare le doti del

    proprio sesso. Donna di gran mente, tanto valse a giudicare delle cose di

    Stato, quanto davano i suoi tempi. Sovrana, mostrò di possedere le virtù

    tutte dei regnanti []. Legislatrice, ebbe il raro vanto di concepire, e

    condurre a compimento il nobile pensiero della promulgazione di un codice

    []. Quando si consideri concludeva che tante doti erano riunite in una

    femmina, ed in una femmina del XIV secolo, si giudicherà facilmente che

    l'oscurità in cui giacque fra gli stranieri la di lei memoria è l'oscurità

    stessa di quei tanti eroi, i quali non per altra cagione sprofondarono nella

    lunga notte dell'oblio, che per esser loro mancato l'applauso degli uomini

    d'ingegno».

    Nei volumi terzo e quarto della Storia di Sardegna , pubblicati nel 1826 e

    nel 1827 e dedicati alle vicende del periodo catalano-aragonese, del periodo

    spagnolo e di quello piemontese, Manno mostrò una notevole perizia nella

    narrazione degli eventi e nell'interpretazione dei problemi, grazie

    soprattutto all'attento studio delle fonti conservate negli archivi torinesi

    e sardi. Anzi, si può affermare che in particolare per la storia dei secoli

    XV-XVIII, un periodo che non era stato mai affrontato dagli autori

    precedenti, Manno diede il meglio di sé, tracciando delle linee

    interpretative che sarebbero rimaste a lungo come un punto di riferimento

    per la storiografia successiva: per citare un solo esempio basti pensare che

    le lezioni dei corsi universitari cagliaritani di Francesco Loddo Canepa (a.

    a. 1947-48, 1949-50), pubblicate postume col titolo La Sardegna dal 1478 al

    1793 (1974-75), si muovono ancora sulla falsariga dell'opera dello storico

    algherese. Ad esempio, per la convocazione del Parlamento del 1421,

    presieduto dal re Alfonso V, Manno scriveva che con essa cominciava per la

    nazione sarda un ordine novello di cose; perché fatta partecipe in qualche

    maniera delle cure del proprio reggimento, ed invitata dai sovrani a

    rassegnare periodicamente il quadro dei suoi bisogni, e la proposizione dei

    rimedi, fondamento maggiore ogni dì fece a solidare l'opera della sua

    rigenerazione, ed a parare ai mali che la consumavano». In sostanza il

    magistrato algherese attuava una piena rivalutazione di questo antico

    istituto che si sarebbe configurato come la generale assemblea della

    nazione», pur ignorando volutamente la questione della natura

    "costituzionale" dell'istituzione rappresentativa, sancita appunto dalle

    Leggi fondamentali del Regno, che stava tanto a cuore alla storiografia

    "patriottica" di fine Settecento.

    Nell'esposizione degli eventi del XVI-XVII secolo Manno diede ampio risalto

    alle vicende belliche del periodo spagnolo, soffermandosi a lungo sulla

    rilevanza della difesa costiera, delle incursioni corsare, della costruzione

    delle torri litoranee, della nascita della flotta di galere e degli attacchi

    francesi. Molto equilibrato appare il giudizio sul governo spagnolo in

    Sardegna, di cui vengono sottolineate luci ed ombre. Un giusto rilievo viene

    attribuito al regno di Filippo II, singolarmente fausto» per la Sardegna

    grazie all'istituzione della Reale Udienza, alla nascita

    dell'amministrazione delle torri costiere, alle prammatiche regie e ai

    capitoli di corte parlamentari. In questa parte Manno mise in mostra ancora

    una volta le sue qualità letterarie, descrivendo con gusto ed eleganza la

    visita di Carlo V nella sua città natale (1541) o soffermandosi sulle

    passioni e sugli intrighi che portarono all'assassinio del viceré marchese

    di Camarassa (1668). Ampio spazio è inoltre attribuito alla cultura sarda

    dell'età spagnola, con una precisa ed erudita rassegna (debitrice

    dell'apporto del Baille) degli autori e delle opere pubblicate nel corso del

    XVI-XVII secolo.

    Il quarto volume si apriva con la dettagliata ricostruzione degli eventi

    della guerra di successione spagnola, della breve dominazione austriaca e

    della successiva occupazione della Sardegna da parte delle truppe di Filippo

    V. Per il libro dodicesimo Manno utilizzò ampiamente i due grossi volumi dei

    Comentarios de la guerra de España (1725) del marchese di S. Filippo,

    Vincenzo Bacallar y Sanna; per le clausole dell'atto di cessione del 1720

    del Regno di Sardegna alla dinastia sabauda si servì della vasta

    documentazione conservata nell'"archivio di corte" di Torino e delle fonti

    diplomatiche edite nel Corps universel diplomatique (1731) del Du Mont.

    Attraverso la lettura delle memorie e dei documenti del fondo Sardegna» del

    regio archivio torinese, Manno aveva potuto farsi un'idea abbastanza

    dettagliata delle fasi e dei diversi momenti del governo sabaudo nell'Isola.

    Così nel quarto volume della Storia di Sardegna e nella successiva Storia

    moderna di Sardegna del 1842, individuava con chiarezza tre grandi momenti:

    il primo, che va dal 1720 al 1759 e comprende il regno di Vittorio Amedeo II

    e i primi decenni di quello di Carlo Emanuele III, è caratterizzato

    dall'immobilismo politico e dalla "continuità" degli ordinamenti e delle

    istituzioni del periodo precedente; il secondo, che va dal 1759 al 1773 e

    comprende la seconda parte del regno di Carlo Emanuele III, si

    contraddistingue per l'intensa azione riformatrice del ministro Bogino e le

    profonde innovazioni nel campo dell'economia e della vita civile; il terzo,

    che va dal 1773 al 1799 trattato appunto nella Storia moderna , e comprende

    i regni di Vittorio Amedeo III e di Carlo Emanuele IV, si caratterizza per

    l'abbandono dell'impegno riformatore e coincide con la crisi dell'Antico

    Regime, la nascita di una nuova identità "patriottica" e lo sviluppo dei

    moti rivoluzionari di fine secolo.

    Certo, nel tracciare questa periodizzazione Manno non poteva non risentire

    dell'influsso della personalità di Prospero Balbo e delle nuove riforme

    feliciane. Si comprende così la piena rivalutazione del riformismo boginiano

    contrapposto alla mancanza di idee e di progetti dei ministri di Vittorio

    Amedeo III. D'altra parte la stessa opera del Manno si poneva su un terreno

    eminentemente "ufficiale", cioè come un'opera storiografica rivolta non

    tanto a un limitato pubblico di eruditi quanto al pubblico più numeroso

    degli uomini di governo, dei magistrati, dei funzionari che in essa potevano

    trovare le notizie sulle vicende, le istituzioni, la legislazione del Regno

    necessarie all'esercizio quotidiano del proprio ufficio. Ciò spiega perché

    la Storia del Manno sia stata tra i libri sardi dell'Ottocento quella che ha

    avuto la più ampia diffusione (la prima edizione con i suoi 1.366 associati

    andò rapidamente esaurita, tanto che Alliana e Paravia ne fecero una seconda

    ristampa nel 1826-27; la terza edizione fu pubblicata a Milano nel 1835 da

    Placido Maria Visai; la quarta, in tre volumi, fu stampata nel 1840 a

    Capolago dalla Tipografia Elvetica; una quinta edizione che si sarebbe

    dovuta pubblicare a Cagliari nel 1868, a cura di Pietro Amat di S. Filippo,

    non andò oltre il programma di associazione).

    Il mito del riformismo boginiano, coltivato da Prospero Balbo e rinnovato

    dal Manno, nacque all'indomani del licenziamento del ministro. Già nel 1776

    il suo fidato collaboratore l'avvocato Pier Antonio Canova aveva tracciato

    un lusinghiero bilancio della politica riformatrice dell'ex segretario di

    Stato e aveva descritto tutti i provvedimenti presi dal 1759 al 1773 a

    favore della Sardegna. La relazione manoscritta avrebbe influenzato

    profondamente la storiografia successiva e, oltre le opere del Manno, quelle

    di Domenico Carutti. Il mito del "buon governo" boginiano si rafforza non

    soltanto nel momento in cui tutti i progetti riformatori vennero

    abbandonati, ma soprattutto quando lo Stato di Vittorio Amedeo III crollò,

    travolto dalle armate francesi e dalla conflittualità sociale interna.

    Certo, esaltando nelle pagine conclusive della sua Storia il ministro

    egregio degli affari di Sardegna», Manno ha elevato un monumento aere

    perennius all'opera del conte Bogino. Ma le lodi al ministro (fondate

    peraltro sulle copiose ed assennate sue scritture») non esprimono tanto uno

    spirito cortigiano o un palese conservatorismo: esse si pongono, piuttosto,

    l'ambizioso obiettivo di saldare, quasi senza soluzione di continuità, il

    riformismo boginiano con quello feliciano (1821-31) e carloalbertino

    (1831-48), in un'operazione culturale strettamente funzionale al progetto di

    piena integrazione della "nazione" sarda nella monarchia sabauda.

    Ma la Storia di Sardegna era un'opera che guardava al passato. Il suo

    modello politico era un assolutismo paternalista e riformatore. Non deve

    quindi stupire che finisca per esaltare il potere assoluto del Principe e

    s'impegni a tracciare un sottile filo di continuità nell'azione di quei

    sovrani da Mariano IV a Eleonora, da Alfonso V a Filippo II, sino al momento

    culminante del regno di Carlo Emanuele III che col loro saggio governo

    avevano tentato di migliorare le condizioni della Sardegna. Fortemente

    voluta e sostenuta dagli ambienti governativi, venne subito considerata dai

    contemporanei come un lavoro fondamentale, di grande autorevolezza

    scientifica (Defendente Sacchi, nella prefazione all'edizione milanese del

    1835, la definiva una vera storia civile, fra le pochissime apparse di

    questo genere nel nostro secolo»), e avrebbe conosciuto, grazie alle sue

    quattro edizioni, una straordinaria fortuna. La Storia di Sardegna del Manno

    guardava al passato anche in campo storiografico, giacché si ispirava

    all'erudizione e all'annalistica settecentesca, innanzitutto al Muratori,

    agli storici piemontesi (Terraneo, Carena, Denina, Galeani Napione) e alle

    indicazioni metodologiche dell' Introduzione alla Storia di Carlo V (1769)

    di William Robertson.

    L'opera esercitò un'influenza straordinaria sulla cultura e sulla

    storiografia sarda del terzo e del quarto decennio dell'Ottocento. Nel

    filone aperto dalla Storia di Sardegna si inserirono una serie di studi

    importanti, editi tra il 1837 e il 1845, come il Dizionario biografico degli

    uomini illustri di Sardegna (1837-38) di Pasquale Tola, la Biografia sarda

    (1837-38) di Pietro Martini, l'edizione del De Chorographia Sardiniae e del

    De rebus Sardois del Fara curata nel 1838 da Vittorio Angius, le voci» sarde

    dello stesso Angius per il Dizionario geografico

    storico-statistico-commerciale degli Stati di Sua Maestà il Re di Sardegna

    di Goffredo Casalis, che iniziarono a essere pubblicate dal 1838, l'

    Ortografia sarda nazionale (1840) di Giovanni Spano, la Storia ecclesiastica

    di Sardegna (1840-41) del Martini, la Storia letteraria di Sardegna

    (1843-44) di Giovanni Siotto Pintor e i primi due volumi del Codice

    diplomatico di Sardegna (1845) del Tola, la cui pubblicazione fu poi

    interrotta per difficoltà economiche.

    Al Manno, primo pittore delle patrie memorie», seguì, secondo l'espressione

    del Martini, una generazione di rischiaratori giudiziosi delle cose patrie».

    Benché ancora legata a canoni storiografici settecenteschi, la Storia aveva

    suggerito, sebbene con molta prudenza e cautela, una lettura in senso

    nazionale» delle vicende dell'Isola in cui la "continuità", almeno dal

    Medioevo al riformismo settecentesco, era assicurata dalle magistrature e

    dal complesso del diritto patrio» vigente sino alla promulgazione delle

    leggi feliciane. Questa lettura, nella visione aulica e classicista

    dell'opera, era però anche l'espressione di una piena identificazione nella

    monarchia sabauda e di un radicato conservatorismo politico, che considerava

    il moderato riformismo piemontese come l'unico strumento capace di rinnovare

    la Sardegna. Non a caso l'opera del Manno finì per diventare un punto di

    riferimento decisivo nella formazione dell'"ideologia moderata" di un'intera

    generazione di intellettuali attivi tra la "fusione" perfetta del 1847 che

    sanciva, con l'estensione all'Isola degli ordinamenti amministrativi degli

    Stati di Terraferma, la fine dell'antico Regnum Sardiniae e i primi decenni

    di vita dello Stato unitario italiano.